La famiglia Murray

 

«Tiratela su». Era la voce del vecchio.
Io presi una corda a prua, l’altra l’afferrò Mark. Stephen mise le sue grosse mani sull’asse di poppa e da lì iniziò a spingere.
«Forza! Forza!» ripeteva Stephen con la voce che si districava fuori dalla bocca storta. Aveva la stessa smorfia di sofferenza di quando era ubriaco.
Io so a cosa stava pensando mentre ci incitava a tirare. Con la mente era già seduto al banco, con le braccia piegate sul barile capovolto e le mani grosse attorno a un piccolo bicchiere di whisky.  Stephen; il più grande dei figli.
Il vecchio guardava le onde che si gettavano sugli scogli. Mai viste così alte in tutto l’inverno.  Si accorse che gli avevo messo gli occhi addosso.
«Niente male, vero?» disse con gli indici infilati nelle tasche dei pantaloni e le altre dita lungo i lati, in una posa da volantino pubblicitario sulla pesca.
«Non abbiamo preso niente.»
Si guardò attorno. Una gran folata di vento fece cadere delle bottiglie di birra, vuote e legate tra loro con dello spago, abbandonate sulla battigia di cemento.
«Andiamo a casa.»
Mark si avvicinò a Stephen: «Come vanno le tue mani?». Sghignazzò.
Stephen se le mise davanti con i palmi rivolti verso il cielo e le guardò.
«Che belle mani» dissi.
Stephen rise e mi mandò a quel paese.
«Stephen! Stephen!» iniziò a ripetere Mark cercando di fare la voce da donna.
«Chissà questa sera il nostro caro Stephen, quale delle sorelle McBell riuscirà a baciare?».
«Non so. Male che vada, può sempre baciare le sue bellissime mani. Ci tiene così tanto» aggiunsi senza guardarlo.
Mi voltai verso Stephen che risaliva dietro di me: «Come hai fatto ad affezionartici tanto?».
Mi mandò di nuovo al diavolo.
Il treno per Howth si era dovuto fermare subito dopo essere uscito da Dublino. Il vento aveva fatto cadere un altro albero sui binari e così anche per quel giorno non sarebbe arrivato nulla. I camion non si avvicinavano da una settimana e di auto non c’era neanche l’ombra.
Se volevi vedere degli alberi, avresti potuto cercare una foresta. Oppure potevi recarti lungo i binari del treno e allora, qualora avessi visto un tronco sfasciato sopra le stringhe di ferro su cui pedalano i treni, ti saresti chiesto perché diavolo si ostinassero a piantarceli attorno.
Tornammo a casa. In cucina trovammo la signora Murray che ultimava un bellissimo maglione blu, col collo alto. Ai fornelli, Grania stava preparando la cena.
Quando non c’era del pesce, Grania si prestava sempre a cucinare qualcosa che a sua madre non andava di fare e quella sera stava preparando un piatto che faceva spesso. Costata di manzo cotta in birra scura, servita con patate stufate e salsa.
«Non ti presenterai ogni giorno a mani vuote, vero Micky?» mi disse la ragazza.
La madre sorrise e alzò gli occhi dal suo industrioso lavoro per guardare l’espressione del mio volto. Le risposi sorridente, strizzandole l’occhio.
«E tu non mi punirai ogni sera con lo stesso piatto, no?»
«Se non ti piace, Pot sta mangiando fuori, nella sua ciotola. Farai sempre in tempo». Si voltò verso di me e mi fece la linguaccia.
Finsi di prendermela e allora lei mi si avvicinò con il pentolone tra le mani, all’altezza del ventre.  Lo posò sul tavolo e mi abbracciò.
«Mare troppo mosso. Niente da fare.» Il signor Murray e la signora Murray stavano parlando dell’uscita in mare.
«Quest’anno non vuole proprio lasciarci passare un inverno tranquillo» disse la signora Murray.
Grania alzò la testa dal mio petto, dove con l’orecchio sinistro ascoltava il mio cuore.
«È caduto un altro albero sulla ferrovia. Dicono che il vento stavolta ne ha fatto schiantare uno grosso.»
«E il treno? Niente di grave, spero.»
«No, niente di che. Solo che non è potuto partire. Il signor O’Connor dice che quando stavano tirando su il tronco, quello si è spezzato in due. Dove essere morto, o malato.»
«L’hanno tolto?»
Grania si liberò dal mio abbraccio e iniziò a giocare con un filo di lana.
«No. Il signor O’Connor ha detto che non era intero, ma anche che era pesante e grosso come i vecchi alberi che la famiglia di sua moglie fece sradicare dal suo giardino.»
Strano tipo il signor O’Connor. Aveva permesso ai famigliari di sua moglie di estirpare tutti gli alberi del suo grande giardino, perché alla moglie andava così. Alcune persone non appena ne vedono uno, iniziano a chiederti se non sarebbe il caso di buttarlo giù.
«E non c’era nessun mezzo? Nessun trattore?» chiesi.
«Nessuno rischierebbe il proprio trattore e nessuno è così pazzo da pensare di rimanere senza carburante.» Dopo avermi risposto, la signora Murray si sedette nuovamente e, rimessisi gli occhiali, riprese il suo lavoro.
Il maglione era quasi ultimato.
Ad ogni modo l’albero, o quello che ne restava, era stato rimosso e per il giorno dopo ci aspettavamo che i treni riprendessero ad arrivare.
A cena sedetti al mio solito posto accanto a Grania. Alla mia destra c’era il vecchio signor Murray e di fronte a me la signora Murray. Alla sinistra di Grania sedeva suo fratello Stephen e più il là Mark. Il piccolo Jimi, con i capelli rossi corti e le guance ancora un po’ gonfie, sedeva di fianco a sua madre.
«Che seccatura», disse Grania quando terminammo. «Avrei voluto le aragoste per la festa di domani.»
Nessuno rispose. Quando Grania e la signora Murray parlavano della festa per i suoi diciassette anni, immancabilmente in tavola, con i boccali di birra e le fragole, il pesce cotto a fuoco vivo, c’erano sempre le aragoste. Grania ne era ossessionata perché sapeva che il padre le adorava e voleva che la festa fosse perfetta per tutti.
Finita la birra la signora Murray sparecchiò la tavola e Jimi le diede una mano.
Il padre di Grania, il signor Murray, mi chiamò.
«Micky, ti dispiacerebbe passarmi la bottiglia di whiskey. Ecco, grazie. Caro ragazzo.»
Poggiai anche un bicchierino. Il signor Murray lo riempì fino a far traboccare fuori qualche goccia di whiskey. Lo portò alla bocca e ne mandò giù un sorso e gli occhi gli si strinsero automaticamente disegnando due semilune luccicanti. Il vento fuori ululò forte e un vaso di fiori cadde a terra e si ruppe e la signora Murray passò con la mano, in cui teneva uno straccio, sopra il punto del tavolo intinto del whiskey che era caduto a suo marito.
Grania mi prese la mano e mi voltai. Sorrideva e si era messa il cappotto e i guanti di lana che le aveva fatto sua madre.
«Usciamo a fare una passeggiata?»
In quel momento dalle scale giunsero dei tonfi in rapida sequenza. Mark e Stephane scesero di corsa, con i vestiti puliti e profumati per bene, pronti a far incetta di sorelle McBell.
La chioma bionda di Mark era molto folta e attraente. Le ragazze lo adoravano.
Stephane era rosso di pelo e dalla mascella larga e forte e non temeva né il freddo polare, né il caldo del sud Europa. Era stato un po’ precoce, predisposto alla fatica, alto come il vecchio Murray. Così che a scuola era già il più grosso tra i compagni e quando cavalcava era simile a un dio greco o romano.
I fratelli Murray erano tutti molto belli, incluso il piccolo Jimi dagli occhi blu che aveva lo sguardo più limpido di tutta Howth e un animo gentile. E da quando aveva compiuto dieci anni ed era improvvisamente cambiato in viso e cresciuto di qualche centimetro più del solito, i suoi fratelli avevano iniziato ad amarlo e a guardarlo con rispetto sapendo che sarebbe diventato presto uno di loro.
Stephane si fermò a salutarci.
«Fate attenzione se uscite. Stanotte c’è un gran vento e avvicinarsi al mare è pericoloso», strinse l’occhio sorridendo a metà. Mi diede una pacca sulle spalle e uscendo chiuse la porta.
Salutai i signori Murray e il piccolo Jimi.
La neve non cadeva ancora ma il vento era forte e il vecchio Pot mugugnava nella sua cuccia perché si sentiva triste. La signora Murray lo sentì e lo chiamò. Il cane si sollevò e grattò la porta che si aprì e poi si richiuse.
Grania mi prese la mano e iniziammo a passeggiare lungo il viale ai cui bordi vi erano le case degli altri abitanti.
«Così domani è il mio compleanno» mi disse sorridendo.
Aveva un meraviglioso sorriso. Perfetto. Le labbra erano rosso scuro e la pelle chiara e toccata da qualche lentiggine.
«Già. Cosa vuoi che ti regali».
Sorrise e inclinò la testa su di una spalla. Fece per pensarci.
«Non so. Trova tu qualcosa.»
«D’accordo. Non potresti darmi un’indicazione?»
Si fermò e alzò un sopracciglio.
«Vuoi dire che non ci hai ancora pensato?»
«No! No!»
«No?»
«Volevo dire si! Certo. Ovvio che ci ho già pensato. Credevo ci fosse qualcos’altro in particolare a cui stavi pensando ora.»
«Mm.»
Andammo lungo il molo, poi sull’alto muro che dà sulle pietre frangiflutti, quello che guarda verso l’Ireland’s Eye. Ci sedemmo a vedere le onde che s’infrangevano. Il vento si era un po’ acquetato e questo ci permetteva di restare lì. Faceva molto freddo. Il ghiaccio, con la salsedine che lo indeboliva, si spaccava sotto i nostri stivali ad ogni passo, producendo il suono tipico di una camminata su una spiaggia di ghiaia. Ricordo che Grania sedeva davanti a me ed io l’abbracciavo col mio petto a contatto con le sue spalle, mentre entrambi guardavamo il mare.  Sul mento sentivo il suo cappotto di pelle.

(Continua…)

© Jack Yeats, Men of Destiny,1945

© Jack Yeats, Men of Destiny,1945

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