La meditata scelta dialettale di Pirandello per “Liolà”

 

Pirandello ci dice nell’Avvertenza: “Liolà, commedia campestre, fu recitata per espressa volontà dell’autore, come è scritta, in pretto vernacolo, quale si conveniva a personaggi, tutti contadini della campagna agrigentina”. La scelta linguistica, che si poneva di fronte a Pirandello, all’inizio di ogni opera era parecchio complicata: utilizzare la lingua italiana, consentendo una facile comprensione da parte di un pubblico non siciliano o adoperare il dialetto, adattandolo così perfettamente ai personaggi, inseriti nel contesto dell’opera.

La parlata dialettale differisce dalla lingua italiana nella concretezza e nella schiettezza delle espressioni. La scelta del dialetto siciliano permette a Pirandello di dar vita a dialoghi accesi, pieni di risposte immediate e permeati di un tono velatamente sarcastico. I dialetti della Sicilia, ricca di culture diverse a causa delle sue tredici dominazioni, hanno accolto apporti linguistici di notevole importanza, per cui presentano non solo differenze sostanziali tra le diversissime province ma anche svariate sfumature tra paese e paese. Attenzione, però, perché la dialettomania porta al “mito populistico del dialetto toccasana” e la dialettofobia al “mito puristico”, che vede il dialetto come deviazione, errore, corruzione, incultura”.

Proprio in questo errore incorse il fascismo che, tra le molte sciocchezze che predicava, dichiarò guerra ai dialetti, o meglio, come dice Tullio De Mauro “dichiarò guerra al fatto che si parlasse dell’esistenza dei dialetti”. Noi non siamo né dialettomani e né dialettofobici, ma ci atteniamo a quello che “dialektos” in greco voleva dire, cioè semplicemente e genericamente “modo di parlare”. Il dialetto utilizzato da Pirandello è la parlata di Girgenti, su cui egli aveva fatto la sua tesi di laurea a Bonn e che definisce, sempre nell’Avvertenza alla commedia “Liolà” : “incontestabilmente la più pura, la più dolce, la più ricca di suoni, per certe sue particolarità fonetiche, che forse più di ogni altra l’avvicinano alla lingua italiana”. Sicuramente Pirandello è rimasto affascinato dal dialetto, tant’è vero che scelse di scrivere alcune delle sue opere, prima in dialetto per poi tradurle in lingua italiana.

La commedia “Liolà” costituisce un esempio eclatante di quella che fu la precisa e meditata scelta linguistica di Pirandello e di come la traduzione in lingua italiana abbia fatto perdere di particolarità il testo originale in dialetto agrigentino, dove la concretezza più che i personaggi è la vera protagonista della commedia campestre in tre atti. Pirandello stesso definisce così, in una lettera datata 24 ottobre 1916, diretta al figlio Stefano, prigioniero degli austriaci, la sua creazione: “ E’ dopo il Fu Mattia Pascal, la cosa mia a cui tengo di più: forse è la più fresca e viva. Già sai che si chiama Liolà. L’ho scritta in quindici giorni, quest’ estate ed è stata la mia villeggiatura. Difatti si svolge in campagna. Mi pare di averti già detto che il protagonista è un contadino ebbro di sole e tutta la commedia è piena di canti e di sole. E’ così gioconda che non pare mia”. Certamente, per quanto riguarda la lingua, la scelta dialettale non dipese dalla non conoscenza della lingua italiana o dall’incapacità di adoperarla adeguatamente, ma dall’impossibilità di rappresentare propriamente con una lingua non dialettale i sentimenti e le immagini caratteristiche del luogo, in cui è ambientata la commedia. Inoltre, Pirandello sceglie il dialetto agrigentino, perché lo trova il più vicino alla lingua italiana. In effetti alcune espressioni del suddetto dialetto come “p’u mezzu, che differisce dal catanese-siracusano “n’ du menzu”, o “dritta”, che in siracusano diventa “ritta”, o “vogliu” e “figliu che nel dialetto della parte sud-orientale della Sicilia diventano rispettivamente “vogghiu” e “figghiu”. Ma forse la scelta, come dice lui, del “pretto vernacolo” riflette la volontà di Pirandello di voler polemizzare contro “quell’ibrido linguaggio tra dialetto e lingua italiana”, che egli definisce “dialetto borghese” o “forma interna”, che egli ravvisa nel dialetto “arrotondato” di Verga.

Leggendo la commedia “Liolà”, ci accorgiamo che la ricerca della naturalità espressiva è massima, anche perché Pirandello mira particolarmente alla concretezza, come nel dialogo tra il protagonista e zio Simone in cui, alludendo all’impossibilità di procreare da parte di quest’ultimo, Liolà usa delle espressioni che sembrano tratte dal linguaggio delle falloforie, specialmente quando atavicamente identifica la fertilità della terra con la fecondità della donna: “ Scusassi, cca’ cc’è un pezzu di terra; si vossia si la sta a taliari senza faricci nenti, chi cci fa a terra? Nenti. Comu a’ fimmina. Chi cci duna ‘u figliu? Vegnu iu, ni stu pezzu di terra; l’azzappu; la conzu; cci fazzu un pirtusu; cci jettu u civu: spunta l’arbulu! Zu Simuni, ringrassi a Diu c’ancora ‘un ‘u spussessanu!” Risponde lo zio Simone: “Ah sì? Chi m’avissuru puru a spussissari? E Liolà: “E pirchì no? Puru sta liggi po’ veniri dumani.” E poi riprendendo il discorso della fertilità della terra, Liolà attraverso la sua logica stringente, tipica del contadino, dice che la terra è di chi la lavora, da cui si potrebbe cogliere in nuce già una coscienza di classe: A cù l’ha datu st’arbulu ‘a terra? A mmia. Veni vossia e dici no, è miu. Pirchì? Pirchì ‘a terra è so? Ma la terra beddu zu’ Simuni chi sapi a cu apparteni? Duna u fruttu a cù la lavura.” Da queste brevi ed immediate battute, si capisce come l’utilizzo della parlata di Girgenti risponda meglio alle esigenze di Pirandello.

Liolà , d’altronde, è una commedia campestre, nella quale solo l’uso del “pretto vernacolo” rende la giusta concretezza del mondo contadino dell’ entroterra siciliano, evidenziato anche da alcuni termini come “gistri” (ceste), “sacchi”(sacchi), “coffi”(cofani), “panara(panieri), “rappa”(grappoli) che mettono in luce ulteriormente la natura contadina del popolo siciliano. I personaggi della commedia sono immersi in questo mondo agreste. Liolà è un “contadino ebbro di sole”. Questo è il ritratto che fa di se stesso, quando va a chiedere alla Zia Croce la mano della figlia Tuzza, che aveva messo incinta: “ Vossia sapi ca ‘un sugnu oceddu di gaggia. Oceddu di volu sugnu: oj ccà, dumani ddà; a lu suli, all’acqua, a lu ventu- cantu e mi ‘mmiriacu; e nun sacciu si mi ‘mmriaca cchiù lu cantu o cchiù lu suli… Cu tuttu chistu, za Cruci, sugnu ccà: mi tagliu l’ali e mi vegnu a chiujri di mia stissu dintra ‘a caggia. Ci dumannu ‘a manu di so figlia Tuzza.” Liolà è un Casanova siciliano, spensierato ed amico della natura, accompagnato sempre da grande allegria, che trasmette anche agli altri. E’ orgoglioso di avere tre figli nati, da “ragazzotte di fuorivia”, che stanno con sua madre: “ Su’ masculiddi e, quannu criscinu, p’ ‘a campagna, cchiù vrazza cc’è, cchiù rricchi semu.” Antiquata idea della prole come fonte di ricchezza. U zu’ Simuni,   proprietario della terra, possiede la “robba” come segno di potere. Questo termine ricorre spesso nella commedia “Liolà”, nella duplice accezione di “robba”, intesa come casa colonica(robba è la casa colonica di zio Simone e “ rubbicedda, diminutivo di robba, è la casa modesta di gna’ Gesa; da notare l’uso dei diminutivi per indicare le condizioni sociali dei meno abbienti) e “robba” nel senso di averi, terre possedute, a cui corrisponde il verghiano “roba”. E’ proprio la “robba” che condiziona il mondo contadino. Lo zio Simone deve avere un erede, a cui poter lasciare tutte le sue ricchezze. Dopo la morte della moglie Rosaria, da cui non aveva avuto figli, decide di risposarsi con la bella e prosperosa Mita, perché la conformazione fisica della donna gioca un ruolo importante nella procreazione, secondo la mentalità contadina. Infatti la donna magra è indice di sterilità, come si evince dall’affermazione della zia Croce, che riferendosi a donna Rosaria, la prima moglie di zio Simone, la quale non aveva avuto figli, dice: “Ma chi cci’ avia a ffari idda? Un filu a la porta, puveredda. D’idda ‘un si putia aspittari”.

Al contrario, la donna prosperosa è simbolo di fecondità e di salute e “strumento” sicuro di procreazione. La donna deve assolutamente essere capace di procreare, poiché si attribuisce la colpevolezza del mancato concepimento solo a lei. Non veniva presa nemmeno in considerazione l’impotenza procreativa del maschio. Ma sta di fatto che, dopo quattro anni di matrimonio con la prosperosa Mita, sembrava che l’erede fosse arrivato con Tuzza, messa incinta da Liolà, il cui nascituro mediante i consigli interessati di Tuzza e della Zia Croce, sua madre, se l’era accollato Zio Simone, il quale si era vantato davanti a tutti e perfino davanti alla stessa moglie che il figlio era suo, per prendersi finalmente la soddisfazione di far credere di aver procreato l’erede. Ma colpo di scena! La situazione pirandelliana non si era del tutto realizzata. La moglie di Zio Simone è anch’essa incinta! “ Liolà! Liolà! Cci la fici! Cci la fici e mi la fici, assassinu!”, sbotta Tuzza palesamente contrariata per la nuova situazione. E continua a scatenarsi: “ E cci l’arricurdavu! Centu voti cci l’arricurdavu, ca s’avia a guardari di Liolà!”. Ma Zio Simone risponde contento ed orgoglioso: “ E’ miu, è miu, sissignora, è miu! E nuddu s’avi arrisicari di diri cosa contro di me’ muglieri, ca vasannò vi fazzu a vidiri a Cristu sdignatu! E Tuzza gli risponde altezzosamente: “ Chi va circannu cchiù vossia? Si si vulia pigliari lu me’, ca sapìa di causa e scienza di cu’ era, e vulìa fari cridiri ch’era so, si figurassi ora s’ ‘un cridi ch’è so chiddu di so muglieri!”. Sono molto interessanti anche le battute di dialogo che si incalzano l’una di rimando all’altra, un faccia a faccia polemico tra le due contendenti Mita e Tuzza, che stavano per venire alle mani, per la loro concretezza e immediatezza. Dice Mita: “ Vogliu diri ccà a Tuzza, ca cu’ tarda e nun manca, non si chiama mancaturi! Tardavu, è veru; ma nun haju mancatu! Tu jisti avanti e iu ti vinni appressu! Non si fa attendere la risposta provocatoria di Tuzza: “P’ ‘a me’ stissa strata mi vinisti appressu!” Alla quale Mita ribatte: “No,, bedda! ‘A me’ è dritta e giusta; ‘a to è ttorta e latra!”.

Le espressioni citate hanno perso nella traduzione italiana, che Pirandello ha fatto della commedia, la loro aggressività ed efficacia espressiva e questo può essere uno dei motivi di giustificazione della scelta meditata del “pretto vernacolo” da parte dell’agrigentino. A prescindere delle motivazioni, che hanno spinto Pirandello ad usare varie volte il dialetto agrigentino nelle sue opere, bisogna considerare il siciliano una lingua o un insieme di dialetti? “Il siciliano non è una lingua derivata dall’Italiano ma al pari di questo dal Latino”. L’Unesco riconosce al siciliano lo status di lingua madre. La lingua siciliana potrebbe essere ritenuta una lingua regionale o minoritaria ai sensi della Carta europea per le lingue regionali, che all’articolo 1 afferma che “ per lingue regionali o minoritarie s’intendono le lingue che non sono dialetti della lingua ufficiale dello Stato”. Tuttavia la storia linguistica della Sicilia, con le alloglossie interne della Lingua gallo-italica, che tocca ben 4 province (Messina, Enna, Catania e Siracusa con quattordici centri); della Lingua arbereshe, detta anche greco-albanese8che interessa 5 comuni del palermitano); e della Lingua greca o greco-siculi(minoranza linguistica radicata nel territorio di Messina), mi fa essere perplesso su quanto raccomandava Luigi Settembrini agli Italiani e cioè: “ di conoscere questo dialetto siciliano, che fu veramente ed è lingua più che dialetto, non solo per la sua antichissima tradizione letteraria, ma anche per il suo vario e complesso stampo sintattico, ricco di sottilissimi nessi, come per copia e colorita efficacia di vocaboli”.

 

pirandello

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