Parafrasi “Il Cordimarte” di G. Artale (8)

I nostri affezionati e nobili personaggi ritornano a prendere vita dopo una breve, ma doverosa parentesi letteraria. Li abbiamo lasciati così: in un accampamento, alla vigilia di una grande battaglia contro i Circassi, Cordimarte e Filindo, in realtà la dama di corte Olinda, stanno discorrendo all’interno del loro padiglione, mentre la regina Osminda, non molto lontano da loro sta per aprire il foglio dove troverà la risposta di Cordimarte che così comincia…

 

Alla Maestà di Osminda, regina di Costantinopoli
e assoluta Signora del mio cuore.

«Quale fascino amoroso giunge a imprigionare i miei sensi con dolce violenza e a incantare la mia anima con ineluttabili magie?
Quale ignota catena lega la mia volontà, spogliandomi al contempo della mia libertà?
Quale fuoco sconosciuto, che invisibile arde il mio petto, rende cenere il mio cuore?
E quale tormento mai patito mi fa morire senza morire?
Ahimé! Ben mi rendo conto che quel fascino che m’incanta è quello della melodia della vostra voce divina; quella catena che m’annoda è anch’essa parto delle vostre labbra […]; quel fuoco che mi condanna è provocato dai vostri sguardi, fulmini accesi.
Io, tra sortilegi così potenti, fra catene così resistenti e tra fiamme tanto ardenti, come potrò salvarmi? Come potrò liberarmi? Come potrò non uscirne incenerito?
Dissi “liberarmi”, e a ragione, poiché Amore, privandomi di ogni arbitrio, non mi privò solo di quello d’essere vostro.
Ma essendo vostro, come potete desiderare che io non sparga sangue a pro della vostra corona? Piuttosto bramerei che ogni vena del mio corpo fosse un Mar Rosso, per ripescare in questo le gemme preziose dei vostri favori e l’adorabile tesoro della vostra grazia […]».

Tale missiva, colmò il cuore della regina di un’incommensurabile gioia e, non potendone arginare la piena, la lasciò scorrere con tutta la violenza che una libertà regia e cavalleresca può concedersi.
Così, subito guarnita di armi sconosciute (ma da lei invece ben conosciute!) e montata sul suo destriero, si avviò verso il campo al galoppo. […]
Qui giunse quando le stelle, già varcato tutto l’emisfero e stanche per le loro carole[1. Carole: antico ballo collettivo che si danzava girando in tondo, tenendosi per mano.], andavano a tergere il loro aureo sudore in un mare di fluido argento.
Frattanto, Cordimarte, nemico del sonno e attento a scorgere i non lontani nemici, si copriva il capo con l’elmo, montava sul suo feroce Partifiume e chiamava a sé i duci, svegliati dal fremito di mille oricalchi, per disporre e schierare l’esercito amico contro quello nemico.
[…] Egli, insieme all’amico Artesindo e ad Agà, con Ormauro de’ Monti Ruvidi […] e il paggio Filindo, che con mille preghiere l’aveva convinto a seguirlo nel mezzo della battaglia, vide già il comandante nemico disporre le sue squadre innumerevoli e terrificanti. Quest’ultimo, fidando in queste e nella possenza di otto fieri Giganti, così parlò imperiosamente dalla cima di un alto colle:
− Soldati, questo è il tempo in cui vuotando un semplice arco, potrete vuotare dell’anima tutti i corpi nemici! Questo è il tempo in cui con una sola freccia scagliata dalle vostre faretre, potrete avere in pugno la vittoria che tanto bramate! […]
Mentre il duce nemico così si rivolgeva al suo esercito, Cordimarte con altrettanta foga svegliò nei suoi il loro istinto bellicoso. […].
I cavalieri, mal potendo nascondere il fuoco che ardeva nei loro petti, spiravano fiamme di rabbia dai loro occhi ed esalavano fumi mortiferi dalle loro bocche. Non nutrivano nei loro cuori altro che di trovare i cuori nemici! […].
Finalmente, un improvviso suono di trombe diede l’ultimo segnale ai campioni che, così, fecero la prima mossa. Il terremoto che, alla prima scossa, rase al suolo Colosse, antica città della Frigia, non può paragonarsi in alcun modo al moto impetuoso dell’esercito bizantino! […] È doveroso, a tal punto, confessare le debolezze di questa penna che non potrà mai descrivere col solo inchiostro il furore di coloro che ambivano immergersi fra le maggiori stragi.

…Il combattimento è feroce, i caduti numerosi e l’asse della vittoria pende ora verso i Circassi, ora verso i Bizantini. Cordimarte furiosamente e coraggiosamente si batte, difende e protegge i suoi soldati, mentre il Capitano dell’esercito nemico non osa entrare in battaglia, preso da una strana quanto inspiegabile «simpatia» verso quell’eroe nemico…

…Ma ecco un suo cavaliere, grondante di sangue da più di una ferita, svegliarlo dal letargo dell’ozio, con tali parole:
− Ahi, valoroso Duce, perché osservate con occhio asciutto e spada infoderata la strage di coloro che cercano di coronarvi non dico di aurea corona, ma almeno di degna vittoria? Perché non appare il lampo della vostra spada che potrebbe essere la nostra salvezza e piuttosto preferite vedere naufragare in un mare tempestoso e sanguigno i vostri soldati e le vostre glorie? Vi serva da sprone o vi solleciti almeno la degna invidia del vostro capitano avversario! Due dei nostri Giganti ho visto trafitti dalla sua lancia con i miei stessi occhi! […]
Il Capitano, già volgendo lo sguardo dal misero cavaliere al suo campo, vide uno spettacolo ancor più misero: il suo esercito che avanzava come un fiume in piena, fermato dagli argini di cadaveri che Cordimarte ergeva a protezione del suo esercito, mentre Artesindo e Agà si avventavano sui suoi Giganti quasi a volerli sbranare, come fossero due leoni feroci.
A quel punto, il Capitano circasso abbassò la visiera, assestò la lancia e spronò con tanta furiosa sollecitudine il suo ferocissimo destriero che […] giunto quale fulmine tra i nemici, tuonò per farsi ascoltare dai suoi amici […].

 

(continua)…

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