La farfalla gigante

Eravamo andati la sera in auto verso una città non molto distante. Mezz’ora di tragitto. Le luci, lunghe, sulla pennellata d’asfalto che fiancheggiava la lingua di costa del mare salato, in una delle ultime sere d’estate. Dall’alto della collina, dov’era il muro di contenimento che andavamo a visitare, si sentivano l’odore della campagna alle nostre spalle, l’odore acre della città, proveniente dalla costa, coi sui fumi e i suoi abitanti e da più lontano un impercettibile e vagamente ipnotico odore dolce, di vecchie imbarcazioni dondolanti e scogli.
Il muro, alto circa cinque metri, era stato innanzi tutto ricoperto di una tinta grigia, di modo che avesse uno sfondo uniforme. Successivamente gli artisti aveva tracciato i contorni dei loro graffiti e infine gli avevano dato vita cospargendoli dei colori indicati dalla fantasia.
Sparpagliati per il muro stavano, un po’ a casaccio devo dire, varie opere, talvolta carine, alcune bruttine e altre stupende. Tra di esse ce n’era una in particolare che lasciava incantati per qualche attimo chiunque la guardasse. Era una gigantesca farfalla, alta all’incirca quattro metri e larga altrettanto. Di solito si partirebbe col descriverne le ali e invece comincerò dal corpo vero e proprio. Era nero con sfumature grigie e marroni talmente belle da risultare insolite. E a volte, cosa c’è di più bello di ciò che è inaspettato? Di dimensioni enormi, era lungo quanto le ali stesse, quindi all’incirca quattro metri. Terminava con una testa ovale, con due strane antenne somiglianti a due spade. Le ali, dunque, come un vortico di tinte, erano sorprendentemente dotate di una gran quantità di colori vivi e sfumature che avevano in sé un ordine perfetto e simmetrico. In alto, sul bordo, un po’ di nero con altrettanto viola, sovrastante del rosso che diventava per pochi centimetri arancio, poi delle lunghe striature verdi verso il basso e una cascata di gocce blu che finivano nella parte inferiore delle ali. Il tutto dotato di un’apprezzabile eleganza.
Nella notte, mano a mano che passando gli automobilisti ci notavano sul marciapiede intenti a osservare qualcosa (eravamo una decina di persone in tutto), si fermavano. Eh già! Perché capita spesso che le persone non guardino in sé l’oggetto che dovrebbe essere osservato, ma si accorgano prima dell’osservatore e solo dopo della presenza di qualcosa degna di attenzione. Ma andiamo avanti e non sprechiamo altro spazio prezioso per il racconto. Così accadde che in poche ore, anche se sempre timidi, si erano avvicinati molti cittadini. In un primo momento erano per lo più uomini. La zona era alquanto fuori mano e poco frequentata; una zona non molto raccomandabile. Tra di loro, i più giovani e i più anziani, erano andati a chiamare compagne, amici, figli, e così poco alla volta il pubblico divenne un po’ più consistente, fino a quando cominciarono ad avvicinarsi i primi bambini. Quella che ormai sembrava una platea in attesa di uno spettacolo, si raggruppò sul marciapiede dapprima, per poi impadronirsi della strada, fino a ostruirne totalmente il passaggio alle auto quando era ormai notte inoltrata.
Ora vi dovrei raccontare più o meno cosa accadde. Ma gli eventi precisi che portarono agli sconvolgimenti che tra poco leggerete, non li ricordo bene. Anzi, sono quasi sicuro che essendo stato distratto dalla comitiva, non potei afferrare inizialmente il motivo per cui scoppiò quella rissa. Fatto sta che di punto in bianco, una decina di ragazzi, cominciarono a picchiare con calci, schiaffi e pugni, qualcuno. Una persona. Chi fosse questa persona, noi non l’avevamo capito. Tentammo di avvicinarci scostando la folla incagliatasi davanti a quel brutto spettacolo, ma ci mettemmo un po’ ad arrivare. Io fui uno dei primi a sporgermi. Il ragazzo, era un ragazzo sui diciassette anni il malcapitato, si era di colpo alzato da terra, tutto sanguinante in viso, e con un gesto disperato si era buttato contro il muro, andando con la faccia sopra un’ala dell’enorme farfalla. Sempre in quello stesso identico frangente, un bimbo non più grande di quattro anni, piangeva. Meglio, urlava e aveva il viso ricoperto di lacrime. Scappato non so a chi, si era ritrovato quasi in mezzo alla colluttazione e si era diretto con la bocca spalancata, strillando e con le mani agli occhi che grondavano lacrime, verso la parete. Forse qualcuno l’aveva colpito, o magari si era solo spaventato. Questo di preciso non lo so. Poggiando la testa sul muro sbatteva i palmi e sfiatava come se fosse stato un cetaceo furioso. (E adesso state a sentire cosa accadde!). Qualche istante di sbigottimento e poi dovetti aggrapparmi alle spalle degli altri, così come loro facevano con me e tra loro stessi. Un colpo di vento terribile, forte, violento, ci frustò letteralmente. Pochi secondi dopo quel primo accenno, senza neanche darci il tempo di guardarci in faccia, un altro colpo di vento, doppiamente più forte, ci spazzò letteralmente via come se fossimo stati delle piume senza un grammo di peso. E fu quel secondo colpo d’aria che ci fece risvegliare dal primo e non appena ripresi, letteralmente sbigottiti, assistemmo all’evento più incredibile che chiunque di noi avesse mai visto. Il murales, la farfalla gigante, prese vita e dopo quei due primi battiti d’ali, si scollò dal muro, dove lasciò solo un’ombra, alzandosi in volo pochi metri sopra le nostre teste!
Muovendosi a destra e a sinistra, e insieme giù e su proprio come fa una piccola e naturale farfalla, sembrava osservarci inespressiva, leggiadra per quanto maestosamente grande. La reazione della folla fu naturalmente la peggiore. Ovvero, il panico. Vi immaginate cosa accade quando un centinaio di persone attorno a voi, tra cui madri e padri con appresso i figli, si mettono a gridare con tutto il fiato che hanno, come se dovessero sospingere un veliero col proprio respiro? Io non capii più nulla e dentro quell’urlo disumano, a dire il vero, mi sentii mancare e sinceramente pensai: «Stavolta è la fine, sul serio». Ma mi stavo preoccupando per nulla. La creatura volteggiava leggera nell’aria, come se la sua enorme mole non le pesasse affatto. Il silenzio in breve si posò sulla folla. Nessuno pronunciò più nulla, sembrava che il fiato di ciascuno fosse rimasto in gola. L’animale restò sopra le nostre teste per un po’ di tempo, come se osservasse qualcosa.
I bambini si raccolsero proprio sotto di essa e quando questa cominciò ad allontanarsi, planando con incredibile velocità ed eleganza, quelli le corsero dietro. Unici in grado di sorridere e ridere, mentre tutti noi restavamo ancora muti. La farfalla tornò, si abbassò, si poggiò a terra e distese le ali. I bimbi lentamente iniziarono ad arrampicarcisi sopra. Risalendo dalle estremità fino ad arrivare sopra il suo grande dorso, nero e viola, sedendosi come se montassero a cavallo, reggendosi con le mani.
Quando i bimbi furono quasi tutti saliti, alcuni padri e alcune madri, fino ad allora paralizzati dalla paura, cominciarono a strillare: «I nostri figli! I nostri figli! Aiuto! Fermatela!». Si diressero ai bordi delle strade, tra i rovi. Cercando qualcosa d’afferrare. Chi trovò dei sassi, chi dei bastoni, chi pezzi di ferro arrugginiti, mattoni di terra cotta abbandonati e altro. Si dirigevano a passi incerti verso di lei e cominciavano a lanciarglieli contro. Vedendo che quella non accennava a reagire, si presero di coraggio e ci si avventarono contro con ancora più foga. «Scendete! Scendete!», gridavano da sotto ai figli. I bambini si guardarono in viso e visibilmente tristi, iniziarono a discendere.
Si lasciavano cadere dal dorso per poi scivolare lungo le ali, come se queste fossero lenzuoli tesi. A terra venivano afferrati dai genitori che li portavano via. Nessun bambino piangeva, erano sereni. Il tutto si svolse molto in fretta. Gli adulti erano impazienti di riabbracciare i propri figli e li incitavano affinché si sbrigassero. Eravamo infatti incerti sul fatto che l’animale avesse potuto, da un momento all’altro, decidere di rialzarsi in volo e portarseli via.
Dalle strade vicine, una grande folla si avvicinava. Auto della polizia si avventarono sul posto a sirene spiegate, rischiando d’investire qualcuno. Uomini vestiti di tute mimetiche, su grandi furgoni, con in braccio fucili automatici, si avvicinarono e ci intimarono di discostarci.
I genitori non avevano ancora finito di raccogliere i figli e così ci buttammo davanti ai soldati. «Fermi! Aspettate!» urlavamo loro. Aspettarono qualche istante. Quando la farfalla gigante restò sola, senza più nessuno in groppa, sbatté le ali di nuovo e noi volammo ancora una volta via come se fossimo state foglie secche senza vita. Restammo a terra.
Si alzò in volo e gli armati iniziarono a spararle addosso. Dei proiettili la colpirono un po’ dovunque. Faticosamente iniziò a prendere quota, fino a quando, sorprendentemente sopravvissuta, fu lontana. Mentre volava verso il mare, dal corpo straziato di colpi e dalle ali forate, caddero polveri colorate, che scendendo fino alla superficie delle acque le tinsero di azzurro, verde e blu.
Puntò dritto verso il cielo. Con le sue grandi vele spianate sulle correnti, si allontanò dandoci le spalle, in direzione della luna, finché non divenne che un puntino e, infine, sparì.
Sparì nel cielo e non la vedemmo mai più. Non credo che in molti si chiesero mai se fosse altro, a parte un mostro. Anche perché non gliene ho mai sentito parlare. E in fondo di cosa discute la gente? Come si può spiegare il perché le persone tendano a dimenticare così facilmente, o non vogliano ricordare, eventi che per alcuni sono il pane quotidiano dei ricordi? Eppure facciamo tutti le stesse esperienze.
Se ne andò e, presto, se ne andrà anche il ricordo che ho dei magnifici colori delle sue ali: il rosso che sfumava in arancio, le striature verdi e la cascata di gocce blu. Dimenticherò il suo corpo nero, grigio e marrone. Ma se mai voleste vederne l’ombra, l’ombra con cui marchiò quella strada e che ci ripete ancora ora “Io ci sono stata”, vi basterà andare di fronte a quel muro. L’unica cosa che è rimasta.

© Mario Schifano, Notte tempo (in Italia), 1986