Intervista ad Alfio Patti, il siciliano ambasciatore in Messico

Alfio Patti cantautore, poeta del dialetto siciliano, narratore di ’ncuttùmi e varianti di momenti umani, è riuscito, da sempre, a mantenersi alla larga del tritacarne caro agli addetti alla bassa macelleria delle osterie letterarie etnee del territorio dove è nato e cresciuto, e non ha smesso di mantenere la testa e le braccia aperte al lavoro. Laureato in scienze pedagogiche, sul respiro ampio delle sue doti naturali di artista ha maturato, giorno dopo giorno, una sua linea tra i cento percorsi cui lo continua a spingere un coerenza che adesso lo premia, e lo pone sulla ribalta di nuove responsabilità culturali destinate a colorare di ulteriori significati programmi ed esiti.
Se ci fosse consentito esprimere il giudizio misurato, servendoci di una metafora, diremmo che Patti ha seminato fingendo di non accorgesi d’una tasca scucita del proprio soprabito. Un tasca colma di semi selezionati, maturati al sole della Sicilia della sua indole, anche morale. Perché chi è siciliano verace si porta dentro, fin dalla nascita, la coerenza autentica, quella non scritta, non codificata, ma impressa dal clima e dal sole. Il discorso è quello che non può essere svolto in un semplice “lampo di luce”, come avrebbe scritto Evemero, il filosofo che aveva dimestichezza tutta sua nel trattare gli dèi da uomini e gli uomini da dèi. Orbene, Patti è una delle espressioni genuine del genio di Sicilia, assembla quindi della sua terra gli umori profondi che l’incensiere perennemente acceso dell’Etna continua a irrorare, sotto forma di magiche vitamine capaci di nutrire e rendere feraci contrade dai colori diversi, perché diverse sono le vegetazioni spontanee che si aggiungo a quelle imposte dall’uomo; perché diverse sono le sue sime profonde e le sue disponibilità di suolo fertile anche sul fuoco rappreso che si è fatto pietra.
Ora la stagione di Alfio Patti volge a che gli si affidino compiti di ambasciatore di vita siciliana. Vita perché tale è la poesia, specialmente quella scritta nella nobile lingua dell’Isola, il dialetto che discende da madrilingue greche e latine e arabe e normanne. Il dialetto di civiltà composite e forti di loro tradizioni culturali, condivise fin dai remoti e profondi segni di Magna Graecia.
A Patti, appena rientrato da una accoglienza ufficiale in Messico, abbiamo chiesto ragguagli per i lettori di Lunarionuovo (e ce ne sono anche messicani); compito qui svolto da Viviana Fubini che ha raccolto e ordinato l’esito del dialogo con il poeta, corredato da alcune immagini a mo’ di documento storico. Ci si consenta dirlo, anche per la riconoscenza, che riteniamo dovuta, verso l’amico e il suo impegno di studioso e artista.

Mario Grasso

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Intervista di Viviana Fubini

(1) Come è nata l’occasione che ha determinato l’invito che l’Università Nazionale Autonoma del Messico le ha rivolto per il corso di 8 giorni sulla Poesia siciliana?

– Il primo contatto con l’Università Nazionale Autonoma del Messico (Unam), Cattedra straordinaria “Italo Calvino”, l’ho avuto nel 2004 durante un Convegno internazionale organizzato dalla Facoltà di Lingua e Letteratura italiana dell’Università messicana in occasione del settecentesimo anniversario della nascita di Francesco Petrarca (1304-2004) dal titolo: Petrarca y el petrarquismo en Europa y América – Jornadas Internacionales  Petrarca e il petrarchismo in Europa e America – Giornate internazionali, México D.F., 18-23 de octubre 2004.
In quell’occasione fui accreditato dall’Università di Catania, dal prof. Salvatore Riolo in particolare (docente di Dialettologia presso l’Università catanese) in quanto gli avevo consegnato un lavoro su Giuseppe Nicolosi Scandurra, poeta dialettale siciliano, da me ritenuto l’ultimo Petrarca siciliano e pertanto da me accostato al poeta aretino. Avevo letto oltre seicento componimenti di Nicolosi Scandurra, trovandone 128 amorosi dedicati ad una certa Rusidda, giovinetta, figlia del padrone delle terre in cui Giuseppe lavorava.
Noto come “il poeta contadino”, definito da Mario Rapisardi “Teocrito redivivo” e lanciato dall’intellettuale catanese Giuseppe Villaroel, Scandurra scrisse poesie sulla natura, ma dell’amore cantò solo poesie per la sua amata mentre lei era in vita e anche dopo la sua morte avvenuta all’età di 18 anni. La giovane Rosa pare si fosse lasciata morire di miciàciu (inedia) a seguito della separazione forzata da Giuseppe voluta dal padre. Ho così composto Il canzuneri ppi Rusidda (che ha visto la sua pubblicazione nel 2006, dopo l’esperienza messicana).
Ho diviso il Canzoniere di Scandurra in due parti: in vita e in morte di Rusidda, così come quello del Petrarca è diviso in vita e in morte di Laura. Ne consegue che Valchiusa (Vaucluse, in Provenza, nel basso Rodano a 15 miglia da Avignone) diventa la Piana di Catania (Masseria San Demetrio dove Scandurra lavorava e viveva) e il Sorga, piccolo affluente del Rodano, viene sostituito con il fiumiciattolo denominato Lentini (in territorio siracusano).
Quando Petrarca conobbe Laura aveva 23 anni (era il 6 aprile 1327); Nicolosi Scandurra conobbe Rusidda che era adolescente, aveva 13 anni (era il 1890).
Le poesie amorose, in realtà, sono state sopraffatte dalla fama di altre opere dello Scandurra, di contenuto bucolico e georgico, ma a leggerlo bene, il Canzuneri ppi Rusidda non è meno interessante.
Mentre in Petrarca il Canzonierenasce per volere dell’autore, con la divisione in due parti collegato alla morte di Laura, in Scandurra nasce spontaneamente e non segue un ordine prestabilito. Ecco perché si è reso necessario mettere ordine all’interno di questa sezione.

da sx: Mariapia Lamberti, Alfio Patti, Sabina Longhitano

Il lavoro fu presentato per la prima volta all’Università messicana nella stessa giornata in cui la prof.ssa Rita Verdirame, docente di Lettere all’Università di Catania, parlò del petrarchismo in Sicilia e del suo massimo esponente Antonio Veneziano. In quell’occasione nacque una sincera amicizia con la docente catanese che poi scrisse la prefazione al mio libro; recensì il successivo Nudi e crudi e presentò ancora Jennuvinennu, mie raccolte di poesie in siciliano.
In quella occasione, cosa altrettanto importante, nacque un bel sodalizio con il capo Dipartimento, la prof.ssa Mariapia Lamberti, con la quale ho mantenuto un lungo e bellissimo rapporto epistolare, trovandoci ancora insieme al Congresso dell’Associazione Nordamericana di professori di italiano (AATI), svoltasi a Erice nel 2010 (anche in questa occasione fui accreditato dall’Università catanese nella persona del prof. Riolo). Fu allora chela prof.ssa Lamberti pensò di organizzare un corso di letteratura alternativa partendo proprio dalla letteratura siciliana in lingua siciliana, sottolineando come fosse “una delle più nobili lingue ‘alternative’ d’Italia, la prima lingua poetica, di cui noi parliamo nelle nostre lezioni, ma senza poterla esemplificare”. L’idea si è concretizzata nell’agosto di quest’anno, quando con lettera, datata 2 agosto, la prof.ssa Sabina Longhitano, corresponsabile della Cattedra straordinaria “Italo Calvino”, ufficializzava l’invito da parte dell’UNAM a tenere il corso, organizzato e coordinato dalla stessa, coadiuvata nell’occasione dalla Lamberti e da Fernando Ibarra. Il titolo e il percorso, invece, li ho tracciati io.

 

(2) Ci vuol parlare del suo primo contatto (appena arrivato) con la realtà della cultura messicana come approccio per lei, da ospite, e per i rappresentanti della Istituzione universitaria come ospitanti. Sue impressioni da osservatore, da artista, da ospite.

– L’impatto è stato positivo ed eccitante. La struttura universitaria è immensa, ma ben gestita. Ricordo che Città del Messico (detta “il mostro”) è una tra le città più grandi del mondo e di conseguenza l’UNAM (la discendente della più antica università americana) accoglie, nel suo insieme, alcune centinaia di migliaia di studenti (gli abitanti sono circa 20 milioni). L’università è gratuita, ma gli studenti entro cinque anni devono finire il corso di studi e laurearsi.
L’accoglienza è stata “cavalleresca” e di stile. La cultura spagnola, mista allo studio della lingua e della cultura italiane, ha fatto il resto. L’ospite è sacro, e il rispetto per l’arte liberale che in quel momento esprimevo, è stato massimo. Oltre ai docenti organizzatori, anche altri professori hanno accompagnato i ventitré studenti che hanno preso parte al corso e ai quali sono stati rilasciati altrettanti attestati di partecipazione. Tra i prof. anche Josè Luis Bernal, traduttore di tutte le opere di Leopardi in Messico e Sergio Rincon, esperto della letteratura italiana del Seicento.
I due edifici in cui si sono svolte le lezioni, alla centrale della “Italo Calvino” e all’edificio Adolfo Sànchez Vàzquez, erano tappezzati dei manifesti relativi al corso. Gli studenti, scelti e molto preparati, dopo la prima lezione sono cresciuti di numero. Si era sparsa la voce di un prof. venuto dalla Sicilia che, oltre a spiegare, recitava, cantava e suonava. E così anche altri studenti si sono accodati, fino a duplicarne il numero. Oltre alle riprese video, gli studenti hanno preso appunti e hanno seguito con interesse e “divertimento”, come hanno sottolineato, tutto il corso.
L’impressione che si riceve dell’ambiente studentesco messicano è quella di un ambiente preparato e molto semplice e sobrio. Docenti e studenti amano l’Italia e tutto ciò che studiano di essa.
Quasi tutti sognano di venire un giorno in Italia ed ora anche in Sicilia. Lo hanno testimoniato anche alcuni momenti di inattesa commozione di alcune studentesse a conclusione del corso.
L’efficienza dell’organizzazione, oltre all’assistenza sugli spostamenti e sull’accoglienza, si è vista anche sul piano del riconoscimento economico-accademico che sin dalla terza lezione è stato regolarizzato. Tutto con serenità e calma. A Città del Messico si dice che bisogna camminare piano e svolgere le cose con calma. Loro lo attribuiscono all’altitudine della città (2.200 m. sul livello del mare), in realtà è perché amano godere del tempo e della vita. Poi sulle strade, invece, si corre. Troppe le distanze nella stessa città. Gli studenti, infatti, vanno all’Università di mattina e tornano la sera. All’Università frequentano le lezioni, studiano, bivaccano, amoreggiano, fanno di tutto, ma soprattutto hanno un antico e grande rispetto per i loro docenti. C’è spazio per tutti.
Insomma, il soggiorno è stato “gradevole”, se per gradevolezza si intende il piacere di condividere cultura e umanità, amicizia e fratellanza, nel rispetto dei ruoli e dei rapporti all’interno e all’esterno dell’Università. Una studentessa mi ha voluto ospite a pranzo a casa sua, ma per delicatezza lo ha chiesto a mia moglie e non a me.
Stupisce apprendere che gli studenti, nel loro corso di studio, conoscano autori italiani a noi quasi sconosciuti e per niente approfonditi. Città del Messico sembra essere la città delle culture alternative, degli artisti scomodi, delle libertà individuali, intellettuali e politiche, delle libertà sessuali. E’ la città più laica al mondo.

 

(3) Quali argomenti ha svolto lungo le giornate degli incontri?

Con l’ausilio di powerpoint e di una chitarra d’eccezione (usata da Joan Manuel Serrat, uno dei massimi cantautori in spagnolo-catalano, e prestatami per l’occasione) ho ripercorso, a volo d’uccello, ottocento anni di letteratura siciliana a partire della scuola siciliana del Regale Solium di Federico II di Svevia (soffermandomi anche sul contributo della poesia araba che era stata florida in Sicilia prima che arrivassero i normanni) fino ai giorni nostri.
Le lezioni si sono divise in una parte esclusivamente teorica e didattica, e un’altra musicata e artistica con canti e cunti attinenti alla lezione del giorno. Così è stato per la prima in cui ho parlato della scuola poetica siciliana, dei poeti-giuristi e della poesia cortese e amorosa, seguita da canti d’amore della più alta tradizione siciliana. Lo stesso per l’incontro in cui ho tracciato il percorso del genere del “Contrasto”, componimento quasi sempre in versi, tutto dialogato, caratteristico della letteratura latina e medievale e delle letterature romanze, in cui si svolgeva una disputa, e tanto diffuso in Sicilia.
Partendo da quello di Cielo D’Alcamo (XIII secolo), sono passato al classico seicentesco Tuppi tuppi di lu Vujareddu di li chiani, famosissimo, per arrivare all’ultimo “cuntrastista” che fu Santu Bagghiu (al secolo Alessandro Bonaffini e di cui si è interessato Salvatore Riolo nel suo libro Il contrasto in dialetto nella tradizione orale siciliana – I testi barresi, Catania 2001) degli anni Sessanta del ‘900, al fine di delineare caratteristiche, vicinanze e lontananze di una tecnica poetica ora in via di estinzione anche in Sicilia. Anche in questa parte gli interventi canoro-musicali hanno corredato la lezione con canzoni sul corteggiamento fatte da serenate e mattinate. Durante l’incontro ho fatto anche riferimento, con sorpresa degli studenti, al più antico contrasto del mondo e cioè al biblico Cantico dei Cantici, scritto nel 970 a.C. da re Salomone, erotico e sensuale, in cui sono protagonisti un pastore e la sua bella Sulamita.
Fra gli incontri anche due conferenze-spettacolo tratte da due spettacoli di successo che porto in giro da anni in Sicilia e all’estero: Tra ciuri d’aranci e spini santi – la storia della donna siciliana attraverso cunti e canti – e A giustizia e u sonnu, sulle caratteristiche del popolo siciliano e della sua cultura partendo da Ràjas (energia, passione, irruenza) e Tàmas (staticità, indolenza), parole sanscrite del Pracriti che hanno dato origine alle parole siciliane “arraggiati” e “ ’ntamati”, una dicotomia che caratterizza il popolo siciliano e lo porta a sentirsi padrone del mondo o “l’ultima ruota del carro”.
E ancora i poeti dal 1400 al 1600, con particolare riferimento a Bartolomeo Asmundo, Girolamo D’Avila, Giovanni Nicolò Rizzari e al principe dei poeti siciliani, Antonio Veneziano, non trascurando i seguaci di quest’ultimo come Tubiolo Benfare, Cesare Gravina, Filippo Paruta. Interessante è stata l’analisi sull’influenza dei siciliani Asmundo e Rizzari e dei napoletani Angelo Di Costanzo e del Cariteo (al secolo Benedetto Gareth, napoletano di adozione, catalano di origine) sulla formazione poetica del Veneziano.
La lezione ha avuto una chicca particolare per l’intervento a sorpresa della prof.ssa Mariapia Lamberti, la quale ha parlato sull’amicizia del Veneziano con Miguel Cervantes e di aspetti del loro rapporto letterario poco conosciuti. Come si può notare il rapporto tra gli autori siciliani e quelli di lingua spagnola è ricorrente. Accostamento, questo, che ha favorito un migliore accoglimento della cultura e della letteratura siciliane da parte degli studenti. A conclusione un intervento musicale, come cantastorie, con la Barunissa di Carini, poema popolare di grande liricità, dopo la spiegazione su powerpoint della vicenda.
Altro incontro particolarmente apprezzato, oltre al Contrasto, è stato quello relativo all’ultimo petrarchista siciliano, Giuseppe Nicolosi Scandurra e alla poetessa sconosciuta, Graziosa Casella, autrice catanese della prima metà del ‘900. Entrambi hanno cantato l’amore e la natura; il primo in modo platonico e ideale, la seconda in modo concreto e passionale.
A Graziosa Casella ho dedicato uno spettacolo su suoi testi dal titolo Arsura d’amuri e un libro che è in corso di stampa per riscattare questa grande poetessa lasciata volutamente nell’oblio da un mondo maschilista e provinciale.
Non sono stati trascurati i poeti del Novecento, con particolare riferimento a tre grandi della poesia siciliana: Vincenzo De Simone, parnassiano per eccellenza, definito il D’Annunzio di Sicilia; Ignazio Buttitta, il quale parlò del contingente e del precario con le sue poesie civili e sociali (più volte candidato al Nobel) e Mario Grasso, poeta fuori dal coro, tra simboli e polemiche, fino ad arrivare ai contemporanei Gabriella Rossitto (l’amore traslato), Marco Scalabrino (per lo sperimentalismo) e al sottoscritto (in cui la forza della parola si fa scudo e spada).
Tutto ciò a voler testimoniare come la poesia siciliana sia frutto di una lingua viva, che respira le idee e i movimenti letterari del suo tempo.
La parte tradizionale ha visto protagonista, invece, il cantastorie, “prodotto” finale degli antichi aedi, giullari, cantimbanchi. In questa occasione ho interpretato i brani de La Barunissa di Carini e il Lamentu ppi Turiddu Carnavali.
I temi che hanno coinvolto e commosso in modo particolare gli studenti messicani sono stati quelli dell’amore e dell’ingiustizia sociale.

 

(4) Quale tipo di attenzione ha potuto constatare nell’uditorio studentesco?

L’attenzione è stata massima. Intellettualmente ed emotivamente i giovani hanno risposto in modo da me inaspettato. Il metodo è stato azzeccato, come dice una delle studentesse, Alma Cristina Naranjo, “un modo culturale più prossimo a noi giovani”.
Gli studenti hanno trovato subito un feeling con la cultura siciliana perché di fatto vicina a quella messicana di cultura spagnola. Siciliani e messicani sono, per certi versi, “cugini” e hanno molto in comune. Ho consegnato ai ragazzi delle stampe su cui erano presenti le tante parole siciliane di corrispondenza spagnola. Simili le battute criptate e a doppio senso. Simile il costrutto delle frasi. Battute come “No decir no pio”, cioè “Non aprir bocca” in siciliano si dice “Non diri mancu pìu”. Quando un siciliano si trova davanti ad un cibo che potrebbe arrecargli malessere dice: “mi fa dannu” (mi fa danno)  e non dice “mi fa male”, così come in spagnolo “me hace daño”; così come la battuta siciliana “Gesuzzu” (piccolo Gesù) allo starnutire di un bimbo corrisponde alla loro espressione “Jesus”. Ma così per tantissime altre parole, come “acatarse”, cioè sottomettersi, ubbidire, al siciliano “aggattàrisi”, e così via.
I giovani coglievano al volo alcune mie battute senza che io gliele spiegassi, anche se esclamate in siciliano. Alla fine del corso i ragazzi ripetevano frasi in siciliano che avevo a mia volta ripetuto più volte durante i dieci giorni di convivenza con loro.
Prendendo in prestito alcune delle loro stesse affermazioni e sensazioni, scritte di loro pugno su un libro bianco regalatomi alla fine del corso, e tralasciando le parole di elogio e di stima che mi metterebbero in imbarazzo, posso affermare che l’attenzione è stata massima così come il gradimento. Trascrivo alcuni loro interventi in fede così come li hanno scritti i corsisti.
La studentessa Sharon Suàrez Larios, per esempio, “abbracciandomi” con un intimo “tu” evidenzia come “ambedue sentiamo una profonda responsabilità verso lo studio di una tradizione trascurata e a volte dimenticata” (…) Poi, sottolineo l’allegrezza che sentiamo nel condividere la conoscenza di una così bella tradizione quale è la siciliana”.
Nella sua pagina, Elisa E. scrive : “Visto che i miei interessi erano indirizzati verso la strada della poesia popolare non potrei gradirla di introducirme nello studio di essa. Comunque, le sue conferenze mi sono servite tanto a rafforzare alcune delle mie intuizioni e le poche conoscenze che adesso ne ho”. Il giovane Israel Mireles: “Per noi studenti di Lettere italiane, Lei è proprio un’ispirazione; è proprio quello che noi dovremmo essere, cioè veri e propri entusiasti della Letteratura in tutte le sue manifestazioni”.
Alle tante osservazioni lusinghiere sulla voce e sul canto, e “alla voglia di condividere con i miei le cose che ho imparato che nemmeno immaginavo” come scrive Alma Cristina Naranjo, il resoconto dei ragazzi ha gratificato il corso e quanti lo hanno voluto. La letteratura alternativa, in questo caso la siciliana, ha fatto conoscere i suoi figli migliori sfatando quell’icona folklorica che tanti hanno voluto diffondere. La Sicilia, per dieci giorni è stata la terra da visitare, da conoscere. Un “sogno” che ognuno degli studenti vorrebbe esaudire. La gratificazione più grande me l’ha data una studentessa che in spagnolo (scusandosi per questo) ha scritto: “Caro Alfio, gracias por compartir tus conocimientos con nostros, puedo decir que pedagogicamente eres mi modelo a seguir”.

 

(5) Quali domande, a lei italiano di Sicilia, sono state rivolte con maggiore frequenza da parte degli studenti presenti al corso?

– Gli studenti, che in certi momenti avvertivano nei miei discorsi una sottile ironia nei confronti della refrattarietà delle istituzioni siciliane nell’insegnare il patrimonio linguistico, storico-letterario della Sicilia nelle scuole, nonostante sia stata approvata la legge n. 9 del 31 maggio 2011, si stupivano di come tanto patrimonio letterario (e non sanno quello che rimane ancora da far conoscere) non sia tenuto in degna considerazione.
Le domande erano sempre precedute dal “come mai…”. Infatti, anche il loro capo Dipartimento, Mariapia Lamberti, ha sottolineato come la lingua e la poesia siciliane fossero le più prolifiche e vive di tutti gli altri dialetti d’Italia. In merito il Dipartimento di italianistica ha in progetto di poter allargare gli incontri con corsi su altri dialetti italiani.
Alcune domande riguardavano la condizione degli insegnanti in Sicilia, la possibilità di venire in Italia (Paese d’arte e cultura per eccellenza) e poter trovare lavoro nel mondo universitario, o magari fare qualsiasi lavoro in modo da perfezionare la lingua e conoscere dal vivo la nostra cultura.
Gli studenti parlano un corretto italiano perché è quello studiato sui libri e quindi rispettoso di grammatica e sintassi. “Se venite in Italia – ho detto loro scherzando – imparerete un italiano parlato in cui spesso i congiuntivi e il periodo ipotetico sono degli optional”.

 

(6) Tra gli autori da lei commentati c’è stato Ignazio Buttitta, un nome che, probabilmente, era già noto agli studiosi e agli studenti dell’università ospitante, ma tra gli studenti c’era qualcuno che conosceva, anche solo di nome, il nostro Buttitta, tanto celebrato in Italia nel Novecento finché era in vita?

– Gli studenti non conoscevano Buttitta e nessun poeta dialettale. Non sapevano nemmeno che avessimo questo grande patrimonio letterario. Qualche docente della Facoltà di Lettere sì ma gli studenti no. Erano tutti messicani e non conoscevano niente della Sicilia. E nessuno mi ha parlato di mafia. Questa parola, legata ad un fenomeno atavico e cancerogeno della nostra società, non è stata nemmeno sfiorata. Io l’ho dovuta accennare per via del Lamentu ppi Turiddu Carnavali.
All’Istituto Italiano di Cultura lo conoscevano alcuni docenti, e qualche professore anche alla Dante Alighieri, e non perché Buttitta fosse nel loro programma, ma perché semplicemente italiani che vivono tra Italia e Messico e/o hanno vissuto in Italia durante il periodo florido di Buttitta.
Nella mia settima lezione, quando ho trattato la sua poesia, Buttitta ha conquistato l’uditorio anche perché dopo la lezione ho recitato Ncuntravu u Signuri (Ho incontrato il Signore), Lettera ad una madre tedesca e ho eseguito Lamentu ppi Turiddu Carnavali in tradizionale cantastorie.
La prof.ssa Mariapia Lamberti ha voluto evidenziare proprio questo. Il corso di letteratura alternativa ha fatto scoprire dei veri e propri gioielli della letteratura siciliana. E non vi è stato il tempo per trattarli tutti, tanti sono e di qualità. Magari in un prossimo corso che pare si voglia fare in futuro.

 

(7) Lei oltre a parlare di cultura e lingua siciliana si è soffermato sulla figura e le opere di tre poeti siciliani del dialetto provenienti da tre province diverse: Palermo, Enna e Catania. Vuole accennare a qualche motivo di questa sua prima scelta? Dico prima perché, evidentemente, lei sarà chiamato ad altre occasioni di proseguimento culturale in Messico, quindi avrà occasione di programmare altri nomi per altri futuri incontri.

– E’ vero. Ho parlato di tre grandi figure del Novecento. Mi riferisco a Vincenzo De Simone, definito il D’Annunzio di Sicilia e per il quale il verso era tutto; Ignazio Buttitta, il patriarca della poesia che arrivò al cuore della gente e che parlò dei problemi sociali e civili; e Mario Grasso, poeta, intellettuale e polemista capace di sollevare tematiche e argomenti che hanno reso e rendono viva la poesia siciliana e il suo travaglio interno.
Il Novecento siciliano, però, è ricchissimo di poeti di grande valore. Avrei potuto parlare di Mario Gori (al secolo Di Pasquale), Santo Calì, Francesco Guglielmino, Ugo Ammannato, Salvatore di Marco, Salvatore Di Pietro, Giovanni Formisano, Enzo D’Agata, per citarne alcuni di tutte le zone della Sicilia, ma il tempo è stato limitato. Nel corso, infatti, è stato sorvolato un periodo di due secoli: ’700-’900, cioè mi sono fermato al ’600 con gli autori epigoni del Veneziano e sulla scia da lui lasciata. A dare un taglio a quel modo di far poesia fu poi Giovanni Meli.
Ecco, si potrebbe fare un corso a partire dal Meli e arrivare ai poeti del rinnovamento della poesia siciliana del secondo dopoguerra. Aver scelto, però, questi tre poeti novecenteschi, ha aiutato a capire un prima, un dopo, un oggi con tre grandi pensieri filosofici.
Mi spiego. Riprendere De Simone è stata una scelta ardua. Il poeta di Villarosa (EN) è stato “seppellito” definitivamente dalla critica ufficiale, perché un poeta scomodo per via della sua adesione al fascismo (fu un sansepolcrista). Io non faccio distinzione fra i poeti in base al loro credo politico. Io sono antifascista, ma ciò non mi impedisce di “amare” un poeta grande quale fu De Simone. Molti hanno cercato di demolirlo, scrivendo che la sua poesia non avesse contenuto; che tutto fosse basato sulla bellezza del verso e della forma. Egli non trattò mai i problemi dei minatori delle sue zone, è vero, ma non è detto che un poeta debba necessariamente trattare problemi sociali (anche se io sono per il ruolo pedagogico della poesia).
Su De Simone ho scritto un lungo saggio cui il redattore della rivista ha dato un titolo leggero : Contemporaneità sentimentale di De Simone, (Arte e Folklore di Sicilia, Catania, Anno XIX, n°3-4, Marzo-Aprile 1994).
In quella occasione mi sono chiesto se la sua poesia avesse o meno un contenuto, visto che della forma era un maestro. E sono arrivato al contenuto del De Simone. Nessuna poesia è priva di contenuto.
Il De Simone, infatti, visse e studiò in un periodo dove prevalse, dal punto di vista filosofico, il pensiero gentiliano. Questo pensiero filosofico, da cui ha preso le distanze parte della filosofia contemporanea, era indifferente ai problemi del contingente, dell’empirico, del finito, del precario, del quotidiano. Si tratta del famoso Attualismo, il pensiero in atto, il soggetto trascendentale, l’io universale e infinito.
Gentile e Marx hanno una comune origine hegeliana, ma per Marx la realtà dell’uomo è nei rapporti sociali, per Gentile, invece, la realtà tutta è immanente nel soggetto pensante. L’uomo, vale a dire il singolo soggetto, non è una vera e propria realtà, ma un soggetto che l’io trascendentale pone all’atto del pensiero.
Ecco perché ho contrapposto alla poesia e al pensiero desimoniano quelli di Ignazio Buttitta.
Fra i diversi movimenti e correnti letterari che influenzarono i poeti siciliani, il “bel verso” vide proprio in De Simone il suo massimo esponente in Sicilia; per questo fu detto “parnassiano”, anche se arrivò al bel verso non attraverso il parnassianesimo, ma traducendo Hérédìa, liberando la poesia dagli emistichi orecchiati, dai versi facili. La parola divenne ricercata, musicale, ricca, così come in Italia insegnava il D’Annunzio. Vincenzo De Simone visse proprio in un periodo in cui i valori più grandi ed importanti dell’uomo venivano soppressi da due conflitti mondiali e dal regime fascista, ossia la libertà e la dignità. Nonostante il grande successo che ebbe durante il ventennio, pochi furono i giudizi dei veri critici, poche sono le analisi critiche sia dei contemporanei che dei post-contemporanei.
Mi giungono in mente due suoi versi: “Li morti ca non mirsiru, mureru / e ppi li vivi non c’è cchiù riparu” (Li fantasmi, da Cantalanotti – 1934).
Se si scava a fondo nel pensiero desimoniano ci si accorge che anche lui, come altri grandi di quel periodo (Pirandello, Lanza, ecc.) fu deluso dal fascismo a partire dal 1934 in poi. Si potrebbe pensare che sino al 1934 Vincenzo De Simone avesse rivestito un’immagine che in un primo momento si rivelò utile, ma di cui poi desidera disfarsi, e le sue “denunce” pare investano tutti i campi, anche quello ideologico, dove era riuscito a soffocare ogni libertà.
Tegnu li me’ pinzera a la catina, / ammussalati comu tanti cani; / li cani si rumìanu di ribbina, li me’ pinzera abbàianu luntanu; / (da Li cani).
A questa visione del mondo e a questo modo di fare poesia ho contrapposto il poeta di Bagheria, Ignazio Buttitta. Anch’egli è vissuto tra le due guerre mondiali; anche lui dedicò una poesia al Duce, come il De Simone, ma la sua visione del mondo era diversa. Era diversa per condizione, per tradizione, per scelta. Il mondo di Buttitta era figlio del Positivismo tradottosi in socialismo; nelle battaglie sociali in cui la poesia non poteva tacere. Le parole dovevano essere le “armi” con le quali combattere, oltre che contro il fascismo, anche contro il sopruso, la sopraffazione, il potere che affamava le classi operaie.
Buttitta trovò una chiave tutta sua, mista tra socialismo cristiano e cristianesimo socialista. Il messaggio di Cristo e quello di Marx metabolizzati insieme. Non vi è poesia di Buttitta che non abbia un riferimento al Vangelo, a Cristo, ai santi, alla Madonna. Insomma Buttitta parla al popolo usando il loro stesso linguaggio e la loro stessa lingua, penetrando in tal modo i loro cuori. Parla dei loro problemi e dimostra come la parola, così come aveva fatto Gesù, sia lo strumento universale.
Parla alle masse, nelle piazze, nelle campagne, nei teatri. Vuolela gente. De Simone, invece, era poeta da salotto, da élite.
Anche Buttitta sceglie una forma poetica tutta sua e trova la sua connotazione. Il destino volle che incontrasse sulla sua strada (ci vuole fortuna nella vita) intellettuali come Salvatore Quasimodo (che lo tradusse in italiano), Pier Paolo Pasolini (che gli suggerì il titolo al suo La peddi nova), Elio Vittorini (che gli dava gli orientamenti per una poesia nuova), Renato Guttuso (che provvedeva alle copertine dei suoi libri) e tanti altri.
Quindi De Simone gentiliano, fascista e parnassiano, Buttitta marxista, socialista, cultore del verso libero, oltre che del il libero pensiero. Egli sentiva il ruolo pedagogico della poesia e la missione di dire al mondo dove fosse diretto e rivolgendosi agli uomini: “Unn’è chi ghiti a càdiri /  si nuddu v’accumpagna / e la scienza è in guerra contru l’omu? / (da Cumpagni di viaggiu).
Fra questi due poli importanti della letteratura siciliana (entrambi gli autori furono noti in Italia e all’estero) ne ho inserito un altro, altrettanto importante e noto in Italia e all’estero (per rimanere sullo stesso livello qualitativo).
Ho parlato di Mario Grasso, poeta nuovo, che fa uso di sottile metafora per raccontare il suo tempo. Anch’egli, come Buttitta, ha respirato i fumi del Positivismo e del comunismo, è antifascista ma assiste, essendo il più giovane dei tre, al tracollo di queste ideologie e fa intervenire la sua poesia e la sua narrativa affinché non si perda la parte più importante di quelle idee e di ciò che è stato fatto soprattutto nella seconda metà del secolo scorso. A differenza di Buttitta, ma così come ha fatto De Simone, Grasso scrive in italiano e in dialetto siciliano. E’ prolifico perché è un intellettuale che ha bisogno di diversi “ferri da lavoro”. E così il giornalismo, la narrativa, l’editoria, il teatro, la poesia.
Grasso introduce nella poesia siciliana del secondo Novecento l’ironia, la satira, la polemica, e sfida e pungola, poi batte in ritirata e contrattacca. Insomma un personaggio che bisogna conoscere con attenzione. La sua poesia va riletta più volte prima di entrare nel profondo del suo significato. De Simone era chiaro e bello; Buttitta crudo e diretto; Grasso arguto e sottile, sornione e beffardo.
Ai giovani studenti messicani ho parlato di Friscalittati (1981) e di Cruccheri (2002), due raccolte del poeta acese sufficienti a far comprendere, per sommi capi, lo stile di Grasso e l’arco di vent’anni che hanno di certo trasformato il poeta.
Con Friscalittati, suonate di zufolo siciliano, Grasso ci presenta la Sicilia in un pentagramma di suoni e tonalità umane e sociali, partendo dai ricordi e dalla memoria per abbracciare un macrocosmo di problemi sociali infarciti di altrettante problematiche letterarie. Lo fa col siciliano acese, quello maturato all’ombra dell’Etna, vulcano che gli ha dato forza e vitalità fisica e mentale.
Anche con Cruccheri (ganci riuniti, raffi) si serve della metafora per trasformare le pagine del libro in ganci, in cui le parole ed i pensieri possano rimanere fissati in una scrittura poliforme.
Per lui la parola è uno strumento variabile che gli permette di raggiungere tutte le tonalità creative e, se non ve ne sono, le inventa.
A tutti e tre i poeti, infine, ho fatto concludere il percorso con il riferimento al dialetto.
Così De Simone con la lirica Lu me dialettu, con il quale grida al mondo l’amore per la sua lingua natia e per la Sua Sicilia; Buttitta con Lingua e dialettu, nella quale piange e si addolora per la lenta e progressiva agonia della lingua madre siciliana; e Grasso che, consapevole delle difficoltà che hanno oggi le identità linguistiche, “impone” di Cuntrabbannu (lirica tratta dalla raccolta Cruccheri) il suo dialetto.

 

(8) Non certo a caso la Sicilia e non a caso la lingua siciliana. Anche di questo la invito a parlarci.

In confidenza, devo confessare che amo diverse regioni d’Italia, che non cito per non far torto alle altre. Ma la Sicilia, tra le tante controversie storico-sociali e con i suoi problemi annessi e connessi mai risolti, risulta essere una regione affascinante. Tutti coloro che vengono in Sicilia ne rimangono innamorati, al di là degli stereotipi che certa letteratura e certa cinematografia ci ha incollati.
Tutti sanno che la Sicilia è ricchissima di storia. Noi ci siamo sempre stati. Se mettete miti e leggende, infine, il panorama si allarga a centottanta gradi.
La sua posizione geografica l’ha resa al centro degli interessi di popoli antichi ed, essendo un’isola, ha avuto sempre rapporti con i popoli del mare.
La sua ricchezza storica, archeologica, quindi, la rende affascinante. Aggiungiamo anche che la sua lingua e la sua produzione letteraria (compresa anche quella degli arabi di Sicilia, che sono tanti e famosi, e di cui nessuno parla) ha fatto muovere i primi passi alla primitiva letteratura italiana ed il cocktail è servito.
A parte il tono scherzoso, credo che tutto questo metta la Sicilia al primo posto degli interessi degli studiosi attenti e seri. Il Dipartimento di Italianistica di Città del Messico ha voluto iniziare il suo percorso sui dialetti di Italia partendo da quello “principe”, come lo ha definito la prof.ssa Mariapia Lamberti, che ringrazio sempre per aver dato a me e alla Sicilia questa grande opportunità.

 

(9) E il Patti aedo, il Patti cantautore e poeta di Sicilia, cosa ha suscitato con i suoi canti popolari?

I giovani sono assetati di conoscenza e si innamorano con entusiasmo delle culture grandi e profonde come quella siciliana; occorre sapere porgere la disciplina con garbo e metodologia ma soprattutto credendoci fino in fondo.
La lingua siciliana oggi sta ritornando a essere oggetto di discussione e fra i giovani anche veicolo poetico per esprimere il proprio tempo.
La parola “godimento” è stata la più frequente negli interventi scritti dai ventitré corsisti. Godimento anche “per le canzoni e per la voce”. Anche quando non si capiscono tutte le parole la musica fa il resto. Quest’ultima accomuna tutti i popoli. Come ha sottoscritto il prof. Josè Luis Bernal, traduttore di Leopardi, nel libro bianco: “Sono contento di poter comprovare come anche oggi, come alle origini, la poesia e la musica (compreso il canto ben temprato) siano sorelle”.
Le canzoni d’amore sono state le più gradite, ma anche la Barunissa di Carini e il Lamentu ppi Turiddu Carnavali  hanno commosso.
I messicani respirano ancora un’atmosfera “rivoluzionaria”. Tutte le strade e i monumenti parlano di rivoluzione; prima contro la Spagna per l’Indipendenza, poi contro la Chiesa e i latifondisti.
Anche se i governi che si sono succeduti hanno dato a che criticare, il popolo sente di quell’atmosfera antica che lo ha visto protagonista di molte battaglie.
Quindi, anche se i tempi cambiano, i giovani rimangono sensibili ai fatti di ingiustizia sociale e alla violenza contro i giusti, e il caso di Salvatore Carnevale, ucciso perché lottava per la terra dei contadini, ha fatto rivivere le battaglie dei “campesinos” messicani. E poi, per loro l’amore è sacro e “l’amaro caso della barunissa di Carini” li ha fatti schierare dalla parte dell’amore e contro gli intrighi in cui le donne sono “oggetti” da barattare.
Anche la lezione sui cantastorie, in cui gli studenti hanno potuto vedere i nostri bellissimi e variopinti carretti siciliani (anche nei dettagli e nei particolari), è stata molto apprezzata.

 

(10) Impressioni a caldo e impressioni a freddo. I due momenti, quello del vivere l’impegno e la responsabilità nei giorni del corso all’Università, e quello adesso del rivedere tutto con la moviola della memoria. Ce ne parli a tutto campo.

E’ ovvio che quando si deve affrontare una prova del genere si è sempre tesi ed agitati.
Mi occupo di lingua e letteratura siciliana da trent’anni, e ho dovuto superare pregiudizi e difficoltà per far comprendere ai siciliani (spesso i maggiori oppositori) l’importanza e la grandezza della nostra letteratura in siciliano. La cultura ufficiale e quella accademica ha sempre “snobbato” il dialetto e quindi noi, umili appassionati e ricercatori, siamo stati trattati da “studiosi” di seconda categoria. Trovarsi, quindi, a parlare di siciliano in una Università e per giunta straniera, senza che questa iniziativa avesse apporti di ministeri italiani o della regione siciliana, mi ha fortemente emozionato.
Dopo la prima lezione, però, e soprattutto alla seconda in cui i ragazzi erano il doppio del giorno precedente, pur non facenti parte del corso, mi sono risollevato scrollandomi di dosso ogni timore.
I giovani e i docenti mi hanno dato una carica che si è trasferita sul corso rendendolo scorrevole e allettante. Mi sentivo addosso una grande responsabilità, perché in quel momento rappresentavo la Sicilia e la sua letteratura; dovevo presentarli con tutto il decoro che meritavano, e mi è andata bene. Per fortuna non tutti gli accademici siciliani sono refrattari; non lo era il prof. Giuseppe Gulino e non lo è nemmeno il prof. Salvatore Riolo, il quale ha scommesso su di me inviandomi per la prima volta a Città del Messico nel 2004. Non lo è nemmeno la prof.ssa Rita Verdirame, ma ce ne sono tanti altri delle rispettive Università siciliane, anche se pochi. Occorre cambiare mentalità in tal senso e l’approvazione della legge n. 9/2011 testimonia che anche la Regione siciliana vuole prendere coscienza di ciò.
A corso finito e dopo il mio ritorno in Sicilia ho messo in moto veramente una moviola, capita a tutti. Rivedendo filmati (oltre 9 ore) e fotografie, ho rivissuto quei momenti con molta serenità e stavolta al di qua della “cattedra”.

 

(11) Lei è stato anche ospite privilegiato alla Settimana della cultura italiana, della “Lingua Italiana” alla Dante Alighieri. Anche di questa bella occasione deve raccontarci, e non solo per il piacere nostro e dei lettori di Lunarionuovo, che gradiranno l’informazione, ma anche per riferirci sue riflessioni culturali in generale, le sue considerazioni sul tipo di accoglienza e di interesse che ha potuto constatare.

All’Istituto Italiano di Cultura con Mercedes Auteri

– Non solo alla Dante Alighieri. Del mio seminario a Città del Messico si era sparsa la voce ancor prima del mio arrivo.
Le istituzioni italiane si sono messe in contatto con L’Università (UNAM) e con me.
Prima di tutti la dott.ssa Mercedes Auteri che stava per inaugurare un corso sulla Sicilia all’Istituto Italiano di Cultura inserito nelle manifestazioni della “Settimana della Lingua italiana” e che prevedeva una regione italiana per volta. Si iniziava con la Sicilia (guarda caso) e la prima lezione sarebbe stata il 27 ottobre (in pieno periodo del corso: 23-31 ottobre).
Il caso ha voluto che fossi io ad inaugurare il percorso. Il corso sulla Sicilia ha avuto diciassette iscritti, tutti messicani. La bellissima location dell’Istituto, ubicato in Via Francisco Sosa, nella bella e antica Colonia di Coyoacàn, mi ha visto ospite nell’Aula Magna-Teatro della sede.
In questa occasione ho eseguito A giustizia e u sonnu, o meglio, il sonno della giustizia.
Gli iscritti al corso, tutti adulti, hanno molto apprezzato la conferenza-spattacolo rivolgendo, a conclusione, domande e facendo lunghi ed interessanti interventi.
Un altro importante appuntamento mi ha visto ospite alla Società Dante Alighieri, presieduta dal dott. Giovanni Capirossi, dove ho eseguito Allakatalla, uno spettacolo sulla sicilianità; come dire: la Sicilia a portata di mano. Presenti un centinaio di persone tra docenti e studenti.
L’onda emotiva ha trascinato il pubblico, che ha partecipato battendo ritmo e elargendo calorosi applausi. “Per noi è un evento unico” – ha commentato Capirossi. E in una lettera del 28 ottobre ha aggiunto: “Patti è un artista prestigioso. Docenti e studenti hanno apprezzato la sua figura carismatica,  e soprattutto le sue doti di artista poliedrico: poeta, scrittore, cantante e soprattutto “aedo” della sua bellissima terra, la Sicilia, che è riuscito a presentare in tutti i suoi aspetti, umani e sociologici, e soprattutto nella sua ricchezza culturale”.

Conferenza-spettacolo all'Istituto Italiano di Cultura

Il pubblico della Dante Alighieri con in testa Giovanni Capirossi

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