In nome dell’ospitalità: ricordare Rosarno

Fra il 7 e il 9 gennaio del 2010, in seguito al ferimento di due lavoratori africani, si verificò a Rosarno (Reggio Calabria) una rivolta di immigrati, poi sfociata in scontri urbani, che se da una parte segnalò un’emergenza civile e sociale, dall’altra porse all’attenzione dell’opinione pubblica le terribili condizioni di servaggio, avvilimento morale e materiale in cui versano migliaia di braccianti e lavoratori relegati nella clandestinità. A tre anni da quel doloroso evento, portatore, prima di qualsiasi posizione ideologica e sentimentale, di una precisa valenza culturale e socio-politica, appare imprescindibile non dimenticarne l’apertura di fondamentali questioni relative alle “leggi dell’ospitalità” – riassumibili forse a partire dalla frase di Jacques Derrida: “un gesto di ospitalità non può che essere poetico” (cfr. J. Derrida, Sull’ospitalità, tr. it. a c. di. I. Landolfi, Baldini&Castoldi, Milano, 2000) – dell’appello che quella ferita porta ancora, vivissimo, con sé…

 

Rosarno

Si sparge sulla piana la foschia,
nubi rigonfie delle venature
di porpora, delle falde arancioni
già sfilacciate nell’increspature
sulle frasche degli ulivi. Così
dagli archi appare delle sue vetrate
rotte, da calcinacci e murature
della notte il rudere del tramonto,
nella cartiera deserta ove grotte
s’addentrano fra i cenci appesi, drappi
di lamiera e cartone incavati
come celle dentro un’arnia: la fabbrica
diroccata ormai col cielo. Sul tetto
uno straccio è solo la fuligine
del vento; tanto identica alla polvere
degli sterrati è quaggiù l’origine
della sera e del giorno che morrà.
Ma non dormono gli uomini di qua
dal tempo che disperde le sue stelle
su tegole crepate e negli scoli;
il profumo del mare è vicino,
è letizia tra il rossore dei campi
e i pallidi rifiuti. Eppure regole
senza legge, per cui giusto è l’arbitrio
mentre feroce la pietà e sopruso
il perdono, esigono il dolore
graffito nelle voci così roche
come i cuori abrasi sopra i muri,
fra il cumulo di vecchi copertoni
e l’incudine dell’alba. Non dormono
assieme agli spauriti insetti
tra le fessure di quei laterizi;
nella mansuetudine della notte
gli indizi perscrutano di spari,
sospetti d’agguati sanguinari
ancora, di percosse in un calvario
di bagliori. Ma quale luce sa,
in questa via di cristi senza dio,
la croce su cui v’inchioderà
il vostro inconsolabile domani?
Voi, che accanto non avrete sorelle
né madri, cui solo l’inconfessabile
potrà dare adunanza nel mondo,
che domanda sarete alla cattiva
coscienza, ai suoi dogmi, alla diossina
nelle discariche tra clivi d’erba
e antichi pascoli, nella furtiva
guerra delle genti? Quale risposta
alla benevolenza, all’omertà
che là vi ricaccia, al razzismo
che si straccia le vesti ed invoca
i salari, col nome di giustizia
declamando il più antico fascismo,
tenebroso nei volti adolescenti,
mercenari e incoscienti dei ragazzi,
nella camorra, negli occhi di madri
scuriti dalla zavorra del buio,
dalla disperazione che è già odio.

Perciò sbocciata come una rosa
v’è più amore nella vostra rabbia
tra le carcasse bruciate, tra fiamme
accese coll’olio e il sangue dei cuori…
V’è più amore che nel mostruoso viso
di strage della paura, nel grido
che ingabbia l’impudica violenza,
la solitudine già dei carnefici.
Perciò siete svaniti un mattino
come la nebbia sui campi, fuggiti
lontano, con quella vostra sentenza
di segregati, per lasciarci ancora
più soli di voi, del cielo che sfiora
i fabbricati e gli sguardi deserti..
Si sparge sulla piana la foschia
di nubi gonfie e striature violacee
d’angosce. E con voi persa è ogni pace.

 

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