Il turbamento di una taglia 42

 

donna

 

É nostra sorella, o figlia, o nipote quella ragazzina poco più che diciottenne, nutrita di reality e barrette ai cereali che parla ai microfoni di una TV sempre più spazzatura non compostabile. Inebetita da messaggi sempre più rumorosi e vuoti da ritrovarsi una materia grigia confusa e poco felice. Ma perché deve essere una Miss (stereotipata con un caschetto mascolino privo di identità) a dover dire qualcosa di intelligente o costruttivo, e non le nostre rappresentanti parlamentari? O meglio: perché se sei donna devi necessariamente dire qualcosa di “importante”, mentre un bel muscoloso può permettersi di essere tabula rasa perché tanto conta “altro”? Questa vicenda dai toni alquanto sessisti, assume un ruolo sociale se la inscriviamo in un contesto nel quale la donna non deve poter alzare la testa e deve mantenere quel burka invisibile, che le fa guardare il mondo da una retina sempre più fitta lasciando, però, ampio movimento alle gambe per accavallarsi o aprirsi sempre di più. In qualche modo l’urlo rauco e sottomesso deve pur uscire. Che esca citando un pezzo di storia che fa male, forse non é solo colpa sua. Le sarà venuto in mente per associazione mentale ad una taglia che é la massima impostale sin da piccola, quel ’42 così duro e difficile che fu da vivere, così com’é dura entrarci essendo sempre più stretta, fa male per due motivi: il primo perché le partigiane (e non solo) si staranno ancora rivoltando nella tomba, e il secondo perché é frutto di partenogenesi. Il mostro siamo noi. Lei é la vittima, come lo potremmo essere tutti noi. Poiché lei è la Miss, mia cara Miss, faccia un po’ più di attenzione! Abbiamo già avuto molti barzellettieri a rappresentarci nel mondo. E speriamo vivamente di non averne altri!