Il ciondolo

Flusso ZERO in un istante del cugino Fioravante senza senso eppure vero

Sette sciambre a calabù non si videro di più quella volta che da cotta fu la cruda e un marabù l’uccellone trampoliere che presente nel biviere dell’antica Leontini svolazzava sui giardini per planare a pelo d’acqua dove tutto a pane e acqua i reclusi di una volta carta canta e fuoco scotta passeggiavano allunati per le sarde affumicate importate dall’Irlanda e qui in vendita alla Standa coi vestiti e coi maglioni e … non rompere i gioconi. Questo lustro di cammino per un padre cappuccino del convento di Corfù gemellato a Cefalù dai compari di mostarda della coppia denarosa senza figli e operosa nel continuo esibire anche quello del non dire se sia peso o sia tabù questo lo dirai poi tu. Tu che sei di razza ariana che sei figlio di Luciana e che a sera per cenare corri a farti prenotare quel gran piatto di fagioli con caienna a doppia rata e in secondo una frittata di lumache di torrente. Ora scarta la tua impresa dalla pecora tosata perché il giglio non è rosa e trazzèra non è strada se tornando in bicicletta da tua nonna che ti aspetta con i cardi dei cantoni e i carciofi ben farciti con il lardo di maiale tale e quale la ricetta fin dai tempi di Rometta in provincia di Messina dove un gallo e una gallina un tamburo e un vecchio cane appostati presso il porto di Messina e di Milazzo con chitarra e mandolino guadagnavano conforto d’un bel mucchio di quattrini. E si dice a soldo a soldo poi s’accumula la lira e poiché lira è già un ricordo dici l’euro e siam d’accordo che non vale la livrea se poi tutto si ricrea confrontato con lo stato del freschissimo beato per avere soldi in tasca e un profumo per la vasca. Tu mio caro Giacomino che ti svegli ogni mattino per dovere di lavoro se sei medico dentista hai la barca e il fuori pista ma se sei un avvocato stenti a stendere il bucato e se piove non sai dove ripararti senza ombrello e il difender proprio quello che ti caga e non ti paga. Tutto questo mio discorso fa pensare un poco all’orso di cui vendi cuore e pelle  fa pensare alle zitelle  dei bei tempi dei mariti quando furon fortunate a restate da modelle. Ma ora è tempo di balordi di batraci e balordìe  tempi cari alle follìe tu le tue io le  mie con  le corde senza suono per goder del gran dono d’essere cani di fuggire in aeroplani  o tra porte da monelli  il pisciare sui cancelli che son angoli di vita come son porti di mare  dove è inutile abbaiare verso il prossimo  con coda pettinata a fior di moda sempre in moto a segnalare di essere forse un gran coglione ma pur libero e assennato senza sferze di padrone come auspicio a ogni istante del cugino Fioravante.

Fioravante