I Giubba

 

I “Giubba” era l’appellativo che era stato dato a una famiglia, tutti abitanti nel raggio di cento metri, in via stazione a Guardia, territorio in cui sono nata e cresciuta. In paese ci si conosce quasi tutti e si conoscono anche le origini delle varie famiglie, cummari Nunzia, comare lo era divenuta quando suo figlio Salvatore, gemello con il fratello Pippo, aveva sposato una mia zia. La storia di Pippo è singolare, non visse in Sicilia vicino al fratello come fanno solitamente i gemelli, che restano vicini e difficilmente si separano, perché in seguito ad una delusione d’amore, migrò in Australia, dove sposò una italiana di nome Adelvasia.

Pippo, dopo tanti anni di permanenza in Australia, tra  la nostalgia della sua terra e degli affetti più cari che lo invitavano a rientrare, negli anni sessanta vendette tutto ciò che aveva costruito a Sidney e tornò in Sicilia, con moglie e figli, una ditta aveva promesso ai suoi genitori di dargli lavoro, ma poi ciò non avvenne e così dopo alcuni anni di vane ricerche constatò a suo spese di non riuscire a trovare un lavoro che ripagasse le sue aspettative, come capita, non di rado, a chi rientra nella propria terra e cosi se ne ritornò in Australia senza ritornare mai più a casa.

Nunzia, era sposata con Don Saro,un uomo  mite e buono che si affidava sempre alle decisione della moglie, una donna alta, magra e che quando ti parlava, gli occhi guardavano lateralmente, piuttosto energica, astuta e intraprendente, il  mestiere di Saro era il “carrettiere”, a quei tempi i carrettieri in via stazione erano tre, e svolgevano attività di trasporto, per lo più materiale edile come  “risagghia”, “azolo”, pietre laviche squadrate dagli scarpellini, nelle cave locali, una delle quali la cava “Di Bella” di via Marche, lungo la via stazione, con le quali pietre  si costruivano le case.

I carrettieri si avvalevano di grossi muli, che senza lamentarsi, alle scudisciate della frusta, acceleravano il passo,nelle strade in salita, e nelle discese, prendevano velocità e i carrettieri per frenare si accostavano ai marciapiedi alti delle case per frenare e trattenere la corsa.

Questi animali, percorrevano tutto il paese a trasportare di tutto, trainando pesanti carri, alcuni dei quali colorati, altri sbiaditi dal tempo, altri semplici senza tracce di pittura e decori e consumati dall’uso e impolverati.

Oltre a Don Saro c’era “Don Pippu u Rizzu”, un uomo con gli occhi azzurri, che teneva socchiusi per via del sole e delle alte temperature che d’estate l’affaticavano particolarmente, abitava due caseggiati prima, della abitazione di Don Saro e i cui figli emigrarono tutti in Germania negli anni sessanta, a fare i muratori.

Mio vicino di casa don Gaetano, anche lui carrettiere con una enorme carretteria che fu ben presto trasformata in garage per i camion dei figli, che divennero autotrasportatori percorrendo l’Italia da sud a nord.

La carretteria di comare Nunzia era particolare, in quanto oltre al giaciglio per il mulo, mangiatoia, colorate bardature per il mulo, il carretto, teneva almeno quattro  grandi “cufini”, ceste  di “virica”di ulivo  con dentro le chiocce che covavano le uova e quando andavo a trovarla, per comprare uova, se c’era in arrivo qualche pulcino, lei sollevava la chioccia con energia, con  la reazione di svolazzo e di starnazzo della povera chioccia, disturbata nel suo ruolo di covare e mi rendeva partecipe della nascita dei pulcini, togliendo parte del guscio e aiutandoli ad uscirne.

C’era pure un altro carrettiere scendendo verso la stazione denominato “Donn’Antuninu u pappaleccu” un uomo grande e robusto di poche parole, la cui moglie una donna particolarmente magra con un vitino da vespa, portava grandi gonne a campana, per nascondere la sua magrezza, per lo più di colore marrone, lo stesso colore del mulo e che parlava velocemente con un tono squillante ma piacevolmente scherzoso. Non avevano figli, ed era molto brava a tenere pulita e curata la carretteria del marito.

Il mestiere del carrettiere venne sostituito velocemente con l’arrivo in commercio di piccoli carri. Chi era anziano concludeva la sua vita da carrettiere, quelli più giovani, o i figli, comprovano il cosiddetto: ”motocarro” o addirittura il camion e diventavano autotrasportatori.

Il secondo Giubba era il fratello Nino che esercitava l’attività di tassista e spesso la mattina quando l’autobus ritardava per andare a scuola ad Acireale, passava  col taxi e alcuni studenti, pur di non arrivare tardi a scuola, preferivamo prendere il taxi a cento lire, anche se il viaggio ci costava il doppio, visto che con l’autobus delle autolinee della Zappalà e Torrisi avevamo l’abbonamento.

Di fronte la casa di Nunzia abitava il fratello Giovanni “Giubba”, il quale era un invalido di guerra, aveva sposato una infermiera romana, durante il periodo di ricovero a Roma, comare Rosa, una bella donna, giovane, simpatica sempre sorridente che si prendeva cura del marito con molta dedizione, molto affettuosa anche con tutta la parentela, che non sempre ricambiava le sue premure.

Poi c’era il fratello Pietro”Giubba” sposato con la signora Fina avevano un figlio di nome Gino che  morì assai giovane, dalla cui disgrazia, la sig.ra Fina non si riprese mai.

La “Giubba” per eccellenza, quella che in me rivanga ricordi fanciulleschi era la moglie di ” Donn’Alfio ‘u Giubba” la quale assieme al marito gestivano una bottega di generi alimentari a metà circa di via stazione, vicino la casa del professore e poeta Vincenzo Grasso, che fu anche mio maestro di lunghi  pomeriggi estivi a svolgere i compiti delle vacanze, ed essendo un poeta, a volte mi leggeva alcune sue poesie e che quando mi impegnava a svolgere qualche tema, si addormentava seduto dietro la scrivania.

La signora “Razzia ‘a giubba “così come veniva denominata, aveva i capelli rossicci e ricci e aveva una sola figlia di nome Sara, luce dei suoi occhi, la quale sposò Bastiano “u ticchiticchi” il figlio di un cugino di mia nonna.  Per noi bambini la bottega era un punto di riferimento, dove compravamo cioccolata,caramelle, formaggini e facevamo anche qualche commissione per la famiglia.

Tutte le golosità venivano esposte in una vetrinetta quadrangolare con la struttura in legno che a volte dipingevano di un bel  verde pistacchio, posta adiacente al bancone di vendita di marmo marrone, con scaglie bianche da sembrare di cioccolato.

Per noi bambini questa era la vetrinetta dei sogni, si apriva mediante uno sportello sul retro del bancone e quando lo si apriva il profumo di cannella e cioccolata inebriava la mente oltre l’odorato e cercavamo di essere buoni con i nostri genitori, davamo qualche piccolo aiuto, in cambio di una promessa di poter acquistare qualche golosità.

Cioccolata da venti lire con le figurine,quella di quindici lire di forma triangolare con nocciole dentro e con la figura di un lupetto.

Poi c’era il “gianduiotto” un blocco di cioccolata gianduia che veniva venduto al minuto, le tavolette di cioccolato a quadretti fondente e al latte e arricchito di nocciole che affioravano sulla superficie, stimolando la voglia di consumarle. Poi c’erano caramelle menta, di carruba, all’anice le famose caramelle mou e le “rossana”. E poi lateralmente alla vetrinetta sul bancone teneva dei grandi barattoli con piccoli frutti di marzapane, diavolina che le mamme utilizzavano per la decorazione dei dolci, un barattolo conteneva le pastiglie”valda” verdi, alla menta per la tosse, uno conteneva mandorle e un altro, pastiglie tipo citrosodina.

Quello che amavo più di tutto tra le cose esposte era il”golosino” una noce di morbida crema e panna su una base di wafer  avvolta di cioccolato, una vera e propria leccornia.

Donna Razzia a giubba era sempre di corsa e nella sua bottega vendeva di tutto, dalla pasta ai formaggi, salumi,cereali, bibite, caffè e anche scaglio (mangime, detto anche frumentello) e granoturco, per le galline e gli animali da cortile in genere, che molte famiglie allevavano, le granaglie erano  in sacchi di juta capaci di  cinquanta chili di quel genere,  addossati alle pareti del negozio e avevano il bordo arrotolato per rendere visibile il prodotto che si prelevava con la “sassula” una sorta di cucchiaio di acciaio.

La donna quando divenne anziana, cominciava a dimenticare il peso dei prodotti che aveva appena pesato o il prezzo, ma i clienti erano sempre pronti ad aiutarla e lei continuava ad essere sempre di corsa.

Il marito donn’ Alfio,”Giubba”gli dava una mano nella bottega e si occupava dei lavori più faticosi, come tagliare piccole porzioni di formaggio pepato stagionato, particolarmente duro,da una forma piuttosto grande, o caricarsi i sacchi di juta.

In via stazione c’erano solo due botteghe, di rivendita di alimentari, a quei tempi non esisteva l’attuale “consumismo” si era abituate ad avere poche cose in casa e c’era ben poca cosa oltre l’essenziale. L’altra bottega era di “Don Pippo” proprio sulla curva scendendo da via stazione verso la ferrovia, Il negozio di Don Pippo era tenuto meglio, più ordinato, aveva più assortimenti, scaffali nuovi, ma quello di Donna Razzia a “Giubba” era più accattivante per via di quella vetrinetta di neanche un metro quadro con due piani di varie golosità che attirava noi bambini, ed era fonte di promesse dei genitori che in cambio ci chiedevano di essere più buoni e servizievoli.