Goethe e Nietzsche in Sicilia inseguono Nausicaa

Scrive all’amico Overbeck: “I miei nuovi concittadini mi viziano e mi corrompono nel più amabile dei modi”. I miei nuovi concittadini? Nietzsche è così felice e sorpreso di cotanta accoglienza da pensare che qualcuno l’abbia preceduto in quel viaggio per comprargli il favore dei messinesi. In realtà un altro scrittore tedesco è venuto in Sicilia, ma molto prima di lui. Era Goethe, di cui aveva letto, rimanendone incantato, Il viaggio in Italia. Goethe, che nel giardino pubblico di Villa Giulia a Palermo ha trovato l’ispirazione per la sua Nausicaa. “Un idillio – scrive Nietzsche nella lettera a un altro suo amico: Peter Gast – con le danze e lo splendore meridionale di quelli che vivono al mare”. Allo stesso Gast, il filosofo aveva anticipato quel viaggio l’11 marzo del 1882: “Vado alla fine del mondo: se lei sapesse dov’è!”

Messina e la Sicilia sono dunque per lui “la fine del mondo”. Nella Città dello Stretto arriva il 31 marzo del 1882 e vi si trattiene tre settimane. S’era imbarcato a Genova, unico passeggero, su un mercantile a vela: e non era stata una gran bella traversata a causa del suo mal di mare che lo fece scendere a terra addirittura trasportato in barella. Nietzsche si risvegliò all’esistenza in una camera d’albergo che dava sulla piazza del Duomo. Scrisse alla madre che si proponeva di passare lì l’estate. Tra quei nuovi concittadini che lo trattavano così bene, viziandolo e corrompendolo “nel più amabile dei modi”.

In quegli stessi giorni si trovava in Sicilia con la famiglia un altro grande tedesco, allora molto più famoso di lui. Era Wagner, che a Palermo aveva trascorso l’inverno lavorando al suo Parsifal, e che ora visitava Messina. Non ci sono testimonianze di un loro incontro né del fatto che l’uno e l’altro fossero al corrente della reciproca presenza a così poca distanza. Forse lo sapeva Nietzsche, vista la grande accoglienza riservata dalla città al compositore, visto l’articolo per il suo arrivo sulla Gazzetta di Messina dell’11 aprile del 1882. Certamente non ne era al corrente Wagner, per la minore risonanza che suscitava invece la presenza del filosofo.

A Messina, mentre la moglie e le figlie visitavano nel monastero di San Gregorio il polittico di Antonello, Wagner passeggiava sotto le palme proprio di quella tranquilla piazza del Duomo che Nietzsche, ancora mezzo stordito dal mal di mare, guardava dalla finestra. I loro rapporti non erano più buoni. La loro amicizia s’era incrinata. E dopo la pubblicazione del Parsifal ci sarebbe stata la definitiva rottura.

Nonostante le lettere, agli amici e alla madre, nonostante Gli idilli di Messina, che Adelphi pubblica insieme a La gaia scienza, i suoi biografi non sono tutti d’accordo sulla venuta dell’autore di Così parlò Zarathustra nella Città dello Stretto. Alcuni la ritengono possibile ma ininfluente sulla sua biografia e sulla sue opere maggiori. Altri la ritengono un proposito non attuato. Tanto che non se ne trova traccia neppure al consolato tedesco. Ma perché Nietzsche avrebbe dovuto mentire agli amici? Inventare quel viaggio a Messina?

Forse il suo vero proposito era quello di visitare Taormina. Per ammirarne le bellezze così ben propagandate dal giovane fotografo tedesco Wilhelm von Gloeden. Oppure più verosimilmente seguire, cent’anni dopo, le orme di Goethe, spirito universale, che aveva fatto quel meraviglioso viaggio dove “fioriscono i limoni”, in Italia e in Sicilia, “per imparare – come scrisse – a conoscere se stesso” guardando il mondo antico, l’origine della nostra civiltà. Lo accompagnava fedelmente il disegnatore Kniep.

A Villa Giulia Goethe trascorre momenti di grande pace. Lo definisce il luogo più stupendo del mondo. Un luogo fatato che trasporta in tempi remoti. I limoni, gli oleandri, le verdi aiuole, i mille fiori di quel bel giardino vicino alla marina di Palermo, la vista delle onde nerastre all’orizzonte, il loro accavallarsi nel golfo, il profumo intenso del mare evocano al poeta l’Odissea, l’isola dei Feaci che accoglie il naufrago Ulisse. E le sue lacrime quando alla corte di Alcinoo, re dell’isola e potente tra gli uomini, ascolta dall’aedo Demodoco il racconto delle sventure di Troia. Lacrime che rivelano l’identità fino a quel momento nascosta dell’eroe omerico.

Goethe compra l’Odissea e legge a Kniep l’incontro tra Ulisse e la bella principessa Nausicaa dalle candide braccia, figlia del generoso Alcinoo. Lei per prima vede il naufrago, uscito di sotto i cespugli, che con un ramo pieno di foglie ricopriva le nudità del suo corpo. Il naufrago venuto da lontano. Lei per prima gli dona le vesti da indossare. Lei per prima dice alle ancelle di dargli da bere e da mangiare e di farlo lavare nelle acque del fiume, al riparo dal vento. Lei gli indica la strada per raggiungere la città dei Feaci che amano il remo. Fa questo perché stranieri e mendicanti vengono tutti da Zeus e accettano il poco che gli viene dato questi erranti infelici. Lei, a cui deve la vita, gli augura felicità e gli chiede tristemente di non dimenticarla quando sarà nella sua terra. E a lei, fanciulla di divina bellezza, lo straniero promette che se un giorno col volere di Zeus tornerà a Itaca, ogni giorno la invocherà come una dea, per sempre.

È a villa Giulia, in quella primavera palermitana, che Goethe, trasportato nel mondo antico, trova l’ispirazione per la sua Nausicaa. Opera rimasta incompleta in cui l’amore appena sfiorato tra la bella principessa e il naufrago si fa tragico quando lui decide di riprendere il viaggio di ritorno in patria. Anche Nietzsche inseguiva in Sicilia quello stesso idilliaco mondo antico – di danze, mare, meridionali splendori – dell’incompleta tragedia goethiana tanto amata.

C’è un aneddoto sulla permanenza di Nietzsche a Messina. Pare che a causa dello scirocco, che lo fece rinchiudere in casa, abbia dovuto interromperla dieci giorni prima del tempo stabilito. Ne dà conferma con evidente rimpianto una sua lettera al filosofo Paul Rée dei primi giorni di maggio: “Senza lo scirocco sarei ancora a Messina”. A Nietzsche della Sicilia resta impresso lo scirocco imperversante. A Goethe il vento molle di Palermo.

Gaetano Cellura