E tutto questo è follia al mondo…

“Quello che veramente ami rimane,/Il resto è scorie/Quello che veramente ami non ti sarà strappato…/è la tua vera eredità…/Strappa da te la vanità, ti dico strappala/Impara dal mondo verde quale sia il tuo luogo…/Come sono meschini i tuoi rancori/Nutriti di falsità”.

Chissà se tra i versi diventati atti del processo a suo carico c’erano anche questi. O i versi di A lume spento: “Rendi forti i vecchi sogni/Perché questo mondo non perda coraggio”. A lume spento non perda coraggio.

Ezra Pound, barba da profeta e sguardo perduto nelle più irraggiungibili distanze, riteneva ogni altro amore inferiore all’amore per il sogno. Perché credeva, come Poe, che “solo i sogni possono esistere veramente”.

Chissà se giudici e dottori, prima di dichiararlo pazzo, hanno letto Soffitta. Le parole che ci dicono che nulla di meglio ha la vita di svegliarsi “in amore” nella chiara freschezza dell’aurora.

E quest’uomo era folle? Era da internare nel manicomio criminale di Saint Elizabeth, periferia di Washington?

Giù le mani dai poeti. Così Claudio Magris conclude il suo articolo su Ezra Pound (Corsera del 26 ottobre 2018). Un poeta su cui le mani le hanno messe in troppi, purtroppo. Gli americani che l’hanno arrestato per alto tradimento alla fine della Seconda guerra mondiale, quanti l’hanno indelebilmente marchiato a fuoco come poeta fascista e infine Casa Pound, formazione politica inneggiante al fascismo della prima ora, che si è appropriata del suo nome.

Ezra Pound (1885-1972) era americano, ma ha trascorso in Europa la maggior parte della vita. A Londra e a Parigi. A Rapallo; e a Roma, Merano e Venezia (dove morì ed è sepolto). Economista e poeta, parlava molto di qualcosa ancora vivo nel dibattito odierno, cioè di finanza etica e di sovranità della moneta, e trovò nel fascismo sansepolcrista la conferma delle sue teorie contro il capitalismo e contro l’usura, che è “peggio della peste”. E forse il suo antisemitismo non era razzista (molti scrittori ebrei erano suoi amici), ma ossessivamente fondato – come scrive Magris – sul ruolo storico degli ebrei nel sistema bancario.

Scriveva: “Con usura non v’è chiesa con affreschi di paradiso…/con usura nessuno trova residenza amena… /la lana non giunge al mercato/e le pecore non rendono/ peggio della peste è l’usura, spunta/l’ago in mano alle fanciulle/e confonde chi fila…/usura arrugginisce arte e artigiano…/soffoca il figlio nel ventre/arresta il giovane amante…/si frappone tra giovani sposi”.

Durante la guerra i suoi discorsi alla radio italiana sono considerati dagli americani come alto tradimento della patria. Pound viene arrestato: rinchiuso nel campo di Arena Meteto, presso Pisa (lì compose quattordici canti): poi trasferito in America dove è riconosciuto insano di mente. I suoi versi, oggetto di perizia psichiatrica, diventano la sua cartella clinica. I versi di un poeta entrano – per la prima e forse unica volta nella storia – in un’aula di giustizia. Per psichiatri e giudici, che compulsano i suoi Cantos come critici letterari, Pound è in preda a “disordine psichico” e a “disturbo narcisistico permanente della personalità”. Tradotto: schizofrenia.

Meglio il manicomio che il carcere; meglio il manicomio di una condanna a morte o all’ergastolo per alto tradimento che forse i giudici hanno voluto risparmiargli. E in manicomio Pound rimase undici anni.

Nel 1959 non fu gradito alla commissione del Nobel, che ritenne le sue idee “in contrasto con lo spirito del Premio”. Vent’anni prima l’Hamilton college gli aveva conferito la laurea honoris causa. Nel 1948 gli viene assegnato il premio Bollingen per i Canti Pisani.

Lo psichiatra italiano che l’ebbe in cura confermava nel 1966 il suo “perenne stato onirico”. Solitario su uno scoglio di Zoagli (anche Nietzsche passò da quelle parti), con la pupilla azzurra e pervaso dalla forza dei sogni, Pound contemplava il mare filtrandovi l’origine e la fine della storia.

I Cantos sono il suo libro infinito, l’infinita ricerca del bello assoluto.

“Vieni, compiangiamoli quelli che stanno meglio di noi./Vieni, amica, e ricorda/che i ricchi han maggiordomi e non amici,/E noi abbiamo amici e non maggiordomi”.

C’è una grande visione del naufragio del mondo senza coraggio in questi primi versi di Soffitta, figli del suo ingenuo – come tanti l’hanno ritenuto – pensiero economico. Che parlava di riduzione dell’orario di lavoro per avere tutti più tempo libero: per pensare, coltivare amicizie, godersi la vita. Godersi amore e ozio: “Non altro bene è al mondo/Che valga la conquista”– scrive nella poesia Immortalità.

Dopo averlo liberato dal manicomio, liberiamo Pound anche dal marchio politico che l’ha reso inavvicinabile. Dimentichiamo a lume spento la sua ammirazione per Mussolini e per Hitler e l’adesione alla Repubblica di Salò in cui vide realizzate le proprie idee sulla socializzazione dell’economia. E affidiamolo interamente al canone poetico cui soprattutto appartiene. Seguiamo la strada del mondo verde che i suoi versi ci indicano; e dopo aver strappato da noi rancori e vanità.

Gaetano Cellura