Sicilia, tra storia e letteratura. Tra “le stoppie del feudo” di Gaetano Cellura

 

cellura libroDensa, la nuova silloge di racconti di Gaetano Cellura, Le stoppie del feudo (Ed. Prova d’Autore), in cui si intrecciano personaggi storici e costruzioni romanzesche che rendono i racconti “veri e verosimili” (come recita il sottotitolo). L’Autore compie un ritratto della Sicilia, “granaio d’Italia”, a partire dai primi anni del neonato stato italiano, quando la mafia assumeva vesti peculiari e aveva inizio il movimento dei Fasci siciliani, per giungere sino alla fine del secolo scorso, in cui poco in realtà cambia. C’è la compenetrazione della vita del singolo uomo con l’intera storia d’un popolo, sofferta. C’è la passione di uomini che cercano di comprendere la realtà e di cambiarla con azioni concrete, uomini che, per essersi opposti “ai soprusi dei proprietari terrieri, dei gabellotti e della mafia”, alla disonestà e alla corruzione,  per essersi battuti “contro il latifondo”, hanno segnato il loro destino. Tra questi, uccisi dai “fratuzzi”, compaiono Bernardino Verro (di cui la storia completa viene narrata, morto “con il grano alto nei campi”), Placido Rizzotto (i cui resti furono trovati solo nel 2012, a dispetto delle segnalazioni all’epoca di Carlo Alberto Dalla Chiesa), Turiddu Carnevale (infoibato), Accursio Miraglia, Giangiacomo Ciaccio Montalto (magistrato che, tra gli altri, seguì il caso del “mostro di Marsala”).

Pippo Fava – praticante un “giornalismo etico […] fatto d’impegno antimafia, di ricerca della verità” – scriveva: “Un giornalista incapace – per vigliaccheria o per calcolo – della verità si porta sulla coscienza tutti dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le sofferenze, le sopraffazioni (…)  che non è stato capace di combattere. Il suo stesso fallimento”. Fondò I Siciliani, rivista che dopo la sua morte non tardò a scomparire da edicole e librerie (un po’ come tutti i libri “maledetti” della storia, che troppe verità contenevano per non far arricciare il naso di qualcuno). “In quel momento, quanto aveva scritto anni prima Corrado Alvaro diventa come una profezia realizzata […] che la disperazione peggiore di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile“. Ma ciò che colpisce è quanto a scuola ci appariva retorico: i docenti di storia ci dicevano “studiate, perché se conoscete il passato potrete comprendere il presente e prevedere il futuro”. Fava è uno dei molti esempi, insieme a quelli di stampo artistico-geniale, che queste parole retorica non sono. “Non aveva informatori: gli bastavano i suoi ragionamenti, la conoscenza del fenomeno mafioso e la consapevolezza che la vera notizia […] non è quella che il giornalista apprende, ma quella che egli pazientemente riesce a scoprire”. Dopo tutto, non è poi così difficile intuire cosa accadrà qua o là da qui a qualche anno, in virtù del fatto che l’uomo, nonostante le evoluzioni culturali, non è poi così cambiato nei suoi vizi. Allora a quale situazione – luogo e anno – si riferiscono queste parole?: “al dominatore non basta appropriarsi del sistema produttivo del paese dominato, stravolgerlo a proprio beneficio. Vuole essere padrone della coscienza della gente. Per impedirne la ribellione”. Ma a qualsiasi! Ma c’è l’appello alla verità di Fava, verità di cui furono i rappresentanti anche altri nomi che Cellura non esita a fare, a partire da Michele Pantaleone, ma anche Danilo Dolci e Girolamo Li Causi, “uomini che […] facevano nomi e cognomi”.

Le vittime fin ora ricordate, eroi che per molti rappresenteranno solo nomi, “caddero tutti sotto il piombo della mafia”. Le madri che testimoniavano erano ricoverate in manicomio e i colpevoli “assolti per insufficienza di prove”. Frequente, a quanto pare,  è stato il ricorso alla follia da parte di chi non apprezzava che i propri piani venissero turbati. E per turbare non necessariamente occorreva essere socialisti, anche se allora i più confluivano in quei ranghi che meglio rappresentavano le rivendicazioni popolari. Si dice sulu lu pazzu canta, sulu lu pazzu campa, e questo fu il caso di un altro “pazzo” della storia, da Cellura narrato, quello di un  cantastorie che raccontava la “storia tragica della Repubblica Partenopea”: “forse perché circolava la voce ch’era pazzo, la polizia borbonica lo tollerò per qualche tempo. Poi lo mise in carcere […] quando uscì nessuno lo vide più nelle piazze dei paesi”.

“La mafia […] continuava ad essere la sola vera autorità e dirigeva banditi, criminali vari e il governo locale”. Ma c’è un ma. Verro diceva: “Se voi prendete una verga sola la spezzate facilmente, se ne prendete due le spezzate con più difficoltà. Ma se fate un fascio di verghe è impossibile spezzarle”, spiegando così i Fasci a partire dalla forte metafora contadina.

E’ un contributo, quello di Cellura, per fortificare una coscienza regionale e nazionale, attraverso la storia d’un popolo che non ha ancora capito se stesso, d’un popolo che non ha ancora capito che è necessario ribellarsi alla morale di Verga, che non di rassegnazione deve permeare i giorni ma di azione. Quest’ultima non può non passare dalla consapevolezza, dal profondo sentire la propria esistenza intrecciata a quella della collettività, senza barricarsi tra le pareti cementificate delle abitazioni, nell’ottica che ogni famiglia sia una barca a sé. La Sicilia, isola, è una grande, unica barca. E’ una scialuppa. L’Italia è la nave crociera a cui essa, insieme alle altre, è agganciata. Ogni regione è una scialuppa. Vi corrispondono altrettante storie, altrettante culture. E’ da queste che dobbiamo partire per rendere migliore la nostra gente. Così, come ritornelli, appaiono e riappaiono fantasmi, ma non per spaventarci. Compare persino la mamma di Luca Malavoglia, Maruzza la Longa, incarnazione e condensazione di tutte le madri che nella Sicilia soffrirono della morte prematura dei propri figli, soldati di una causa che non sarebbe con loro morta. Compare Stefano Pirandello, padre del più noto Luigi. Compaiono Giuseppe De Felice Giuffrida, allora fondatore del Fascio di Catania, e Carlo Levi, con la sua contrapposizione tra contadini e luigini, insieme a Danilo Dolci con “la sua attività sociale e educativa contro la mafia, l’analfabetismo, la disoccupazione” in un “mondo eternamente, mortalmente offeso”. C’è persino un Giovanni Verga “seduto con le gambe accavallate”. Lui con Capuana, Lanza e De Roberto nella “terra di scrittori […] e d’ingiustizie” tra critiche politiche nei confronti d’un verismo la cui verità offende.

C’è un Mussolini che cerca di conciliare con il Vaticano e per questo chiude un occhio “sulla terribile vicenda […] della pedofilia” (in merito al noto “caso Girolimoni”), ritenendo un “disturbatore megalomane” il commissario Giuseppe Dosi che gli fa giungere il fascicolo con le prove. Finì internato in un manicomio criminale, internamento suffragato dal lambrosiano criminologo Ottolenghi. L’Autore accosta al Dosi anche Peri, che indagava sul misterioso incidente aereo del DC8 dell’Alitalia nel 1972, ostacolato proprio dagli stessi della loggia massonica P2, il cui elenco emerse ma tutt’oggi non se ne promuove adeguata divulgazione (chissà per quale ragione!). C’è poi la vicenda attorno alla tenuta di Capocotta – che rese coimputati Piero Piccioni, Saverio Polito e Ugo Montagna, “assolti con formula piena” – alle cui “feste” si recavano “ragazze giovani e di bella presenza” (storia familiare questa!). Dalle vicende giudiziarie che ne seguiranno traggono tutti i fronti politici occasione per colpevolizzazioni reciproche. Anche qui c’è la storia d’una donna non creduta, accusata di calunnia, “la cui morte è ancora oggi un giallo”.

Un omaggio da Gaetano Cellura è reso anche al mondo della fotografia, che, nonostante la nazionalità dei protagonisti qui chiamati in causa, si connette alla Sicilia per il noto reportage sullo sbarco degli Alleati. Le personalità ricordate sono Robert Capa e la compagna – “prima donna reporter a morire in guerra”, la guerra civile spagnola – Gerda Taro. Entrambi nomi d’arte, di esempio restano la “capacità artistica, la professionalità, il coraggio, l’antifascismo internazionale”.

E’ narrata l’eterna storia di chi viene assolto in cassazione, a dispetto di prove e testimonianze. Emerge il paradosso insito nella giustizia: “i due contadini vengono arrestati perché dicono la verità e liberati quando dichiarano il falso”, e restano queste parole metafora eterna, a dispetto dell’intervento del giornalista “detective” Asciolla a risoluzione dell’ambiguo “caso Gallo”.  E’ narrato il degrado emerso dalle inchieste di Franchetti e di Sonnino, come di un viaggio di Zanardelli giunto solo alle porte di Salerno. La Sicilia, nei fatti, restava un mondo isolato dal resto dello stivale. Gli italiani all’estero erano accusati di togliere il lavoro ai nativi (come accade oggi qui con i relativamente nuovi immigrati) e oggetto di razzismo, discriminazioni, violenze.

Mi piacerebbe concludere questo viaggio tra le “stoppie del feudo” attraverso le parole di un personaggio di Gaetano Cellura – più vero di quanto verosimile non sia, romantico – quale è lo zio Nofrio, raccontato attraverso la voce del nipote. Zio Nofrio amava i libri e da questi traeva insegnamenti di vita, specialmente dai personaggi secondari che furono oscurati dalla grande luce dei protagonisti, eroi ufficiali della storia, ma che fondamenta del loro mondo hanno rappresentato e che qualcosa, anche loro, avevano da dire. E’ il caso di La Certosa di Parma e di don Blanès: “Se non diventi un ipocrita, forse sarai un uomo”.

guttuso

R. Guttuso, Occupazione delle terre incolte in Sicilia, 1950

 

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