Atlantide (5)

sirene

 

La scogliera cade sull’acqua, s’apre in grotte, in cuori scavati, dove s’arriva solo a nuoto o in barca. Le rocce scivolano taglienti, maculate d’alga, dentro lo sciorinare d’acque e ombre. Grongo era indeciso se restare ancora nascosto, dopo la notte malaugurata, su quello scoglio dove arrivavano solo barche di pescatori, oppure nuotare fino ai moli, e tirare ciottoli ai gabbiani, cercare gli amici. Tutto come prima di quella notte.
Però, si stupiva d’un tratto, niente può essere uguale. Niente doveva essere uguale dopo aver trovato il passaggio fra roccia e mare per un altro mondo, ed esserci arrivati. Era successo nella caverna senza sbocchi. O prima? Nella caverna sotto l’acqua era arrivata una nota. O prima? Poi un’altra nota. Le aveva immaginate? Una musica. La melodia delle sirene. E questa volta le note erano perfette, lo chiamavano dal fondale, dall’oscuro perfetto e liquido. Chi sente le sirene muore, diceva il greco. Grongo non era morto, s’era tuffato sott’acqua, un’altra volta sott’acqua, con le poche forze rimaste dopo la caduta in mare, con l’ultimo respiro. Non gli importava di morire. Aveva nuotato verso la musica. La musica continuava, cantava. A grongo non importava che lo portasse alla morte, grongo nuotava nel buio. Era successo in quel momento, o prima, quando era calato giù, nel mare in subbuglio, con gli altri? Non sapeva, ma la musica l’aveva risucchiato in quel mondo diverso. Il respiro scoppiava un’altra volta, assieme al canto mentre nuotava. E di colpo era emerso, vicino alla caletta dove adesso si trovava. Per incanto. Come per incanto era sbucato nella grotta senza vie. Era vivo? Come gridava per le viuzze dei moli? S’era sdraiato sfinito a riva, l’acqua lo sommergeva ancora con onde leggere, il nuovo mondo. Forse era vero quello che andava raccontando il greco, che le sirene si sentivano soltanto se si moriva, e si andava in un altro mondo. Grongo, ecco, sei morto.
Nulla è più uguale, pensava. Perciò non lo trovi più medusa, a pisciare contro un muro come un cane. Magari in questo mondo a scalogna non è successo nulla, la notte andata a male. Anche se grongo ne aveva sentito il respiro pesante in acqua accanto a lui, anche se l’aveva perso di vista nel ribollire del mare. In quel mondo forse c’era o non c’era medusa per strada, ottuso e pronto a seguirlo, chiedendo come al solito – dove si va? – e sapendo come al solito di non ricevere mai risposta. Medusa si sarebbe scrollato il ventre o no, dopo aver orinato, guardandoselo con un’opacità, e scalogna si sarebbe unito a loro, masticando, mangiando, inciampando. Sego sarebbe balzato o no al centro della combriccola, asciugandosi la faccia, ridendo con la sua maschera di cera. Scalogna, t’è servita la maglia di tua madre? Ti sei inzuppato come gli altri la dannata notte! Ci sei, scalogna, in questo nuovo mondo? C’è una macchina che acceleri tanto fino all’infinito? Si fischia ancora sotto la finestra chiusa d’una donna? Le imposte tremano, si socchiudono, si serrano. Grongo non sapeva che fosse il nuovo mondo, ma comunque era convinto, sono morto e risuscitato.
Così pensa, mentre vede il greco accostare in barca.
Il vecchio greco rema, il sole in faccia, un colpo, un altro colpo di remo, con la fatica del vecchio corpo. Si mette una mano sulla fronte per guardare. Sei tu? Quasi non riconosca grongo. E’ in mare dall’alba, a cercare. Cercare. Ha gettato trappole per pesci. Quasi sia in mare per caso, per pescare. Ma non è in mare per pescare.
Portami a riva, grongo si getta in acqua. Si issa sulla barca. Portami subito a riva. Il vecchio lascia il remo, non rema più, continua a calare le trappole e l’esca, lo fa come fosse solo in barca, e fosse uscito in mare per quello.
– Ti decidi? – grongo afferra i remi.
Sì, non c’è fretta.
Il tempo delle sirene non è né lungo né breve, come sott’acqua senza respiro, però grongo ha fretta. Tempo musicale, senza lunghezze e battute, ma grongo ha fretta.
Il vecchio si lamenta, cala le nasse, la sua schiena, non c’è fretta, c’è chi non misura il tempo, c’è chi non s’accontenta di pescare, c’è chi cerca le sirene, e non sa che siano, c’è chi le trova e non le trova, chi le conosce o no, non c’è fretta.
Il giovane apre la bocca rabbioso, ti decidi?
Sì. Il greco scuote il capo, guarda i fondali per scoprire movimenti di saraghi, sì. – I finanzieri sono in giro. Hanno pescato medusa in mare e se lo sono portato in galera. Cercano i suoi amici. – Non dice che ha remato, fino allo stremo, per cercare.
– Sei sicuro? – il giovane, con una violenza. – Portami a riva! –
Sì. Il tempo è una favola per ragazzi, e il mondo un isolotto quanto una moneta, grongo, si spende come una moneta.
– Medusa, e che sai d’altro? –
Nient’altro. La mia schiena, si lamenta il vecchio, non perde di vista i fondali. Sono vecchio, i vecchi hanno tempo, ai vecchi piace cercare, ai vecchi piace parlare e star zitti, dovrei tapparmi la bocca, ecco, come tua madre, stare seduto tutto il tempo su una sedia a guardare immondizie.
Grongo s’è calmato, lascia i remi, s’accoccola sul fondo della barca, le sirene, questa volta mi erano accanto, mi hanno portato nel loro mondo. Tu ci sei in questo mondo, vecchio. Non poteva essere altrimenti. – Ti lamenti come un barcone sfondato. – Ghigna grongo. – Ho incontrato le sirene. – Ghigna ancora. Le sirene nei gorghi del mare, viso a viso, sott’acqua, nell’incoscienza della mente senz’aria. I suoi occhi erano fissi nei loro, occhi di pesce, le sue braccia avevano battuto con loro, legate da pinne, nel rigurgito di correnti, gorgoglio d’acque, i suoi polmoni s’erano abituati a respirare l’acqua come loro. Erano emersi insieme nella grotta sommersa, fianco a fianco nel buio, fusi in un solo corpo. Forse l’avevano salvato, oppure l’avevano ammazzato. L’avevano fatto per crudeltà, o per passione, chissà, perché erano uguali a lui, un pesce di chiane. Lui aveva visto i loro occhi, forse erano crudeli e sapevano tutto, forse no, forse la loro pelle era fredda per il gelo di fondali, forse era squame di mostro, o forse acqua di mare. – Mi hai sentito, vecchio? Ho incontrato le sirene. – Sghignazza.
Sì, sì. Il vecchio guarda l’acqua. Il sole lo avvolge. Una piega sconvolge le sue labbra tra l’arruffio di barba, forse è solo l’abbaglio del sole.
Hai capito?
Il vento increspa l’acqua, ne suscita il mormorio.
Grongo è steso nel fondo della barca. Parlami ancora di mia madre. – Com’era mia madre? – Sporge una mano dal fianco della barca, si lava la faccia con l’acqua salata, con l’onda viva e abitata. Cos’è mia madre in questo mondo?
La piega sulla bocca del vecchio non cambia. Non ha più voglia di parlare. Ecco, mi sono perso nell’isola grande come una moneta. Ti ho detto tutto, mi domandi sempre. Come se la storia possa cambiare. Eppure sempre cambiava. – Era bella, tua madre. Questo vuoi sapere? Ti fa piacere saperlo? – Il greco ha la faccia nascosta mentre piega la schiena sui remi, affondandoli in acqua, facendoli parlare con l’acqua.
Bella. Grongo si passa l’acqua sul volto. Come una sirena. E la sua voce? Doveva essere un canto, allora. – Io le ho sentite, le tue sirene, vecchio. –
Il vecchio è ormai soltanto un ritaglio di luce nel sole, che t’è successo, figlio?
Grongo ha una voce ventriloqua che non si capisce, se la porta via il vento. Forse hai ragione tu, vecchio, e tutti i posti della terra sono isole quanto una moneta. E tutti i posti sono monete fasulle. Forse si sente la voce delle sirene e si muore. O forse si nasce in un altro mondo.
Il greco evita uno scoglio con il remo tra una diffrazione di sole e cielo. C’è silenzio in mare. E un vento senza rumore si porta via anche il fruscio dell’acqua.
– Hai girato il mondo, dicono, vero, vecchio? – Ancora la voce ventriloqua. E ti sei fermato in un posto grande quanto una moneta, stupido vecchio. Perché? Sei morto anche tu, dopo le sirene? L’altro è soltanto luce tra il sole. – Le sirene ti cambiano il mondo, vero? –
La faccia del vecchio non si vede, lui rema quasi non gli importi d’altro, quasi sia lì a pescare.
Devi avere una confusione in testa, vecchio, moli, barche, gente, facce, reti pieni di pesca, polipi appesi a seccare su sartie, che ondeggiano, danza di tentacoli, polipi che impietriscono come teste di medusa, devi avere sole dentro, nel tuo mondo, come adesso, sole che brucia scogli e sentieri, muri bianchi, e letti bianchi di donne, come adesso ti brucia, vecchio, sole e mare che spolpano ossa. e lasciano scheletri. – Dicono che hai fatto la guerra, sui monti, in Grecia e in Albania. – Il giovane tenta di guardare tra la luce dov’è il vecchio.
Silenzio.
– Ne hai ammazzati d’uomini, vecchio? – chiede d’un tratto grongo. E le sirene? Sei stato partigiano sui monti, hai bevuto e ballato dopo averli ammazzati. E le sirene? Grongo tira fuori la mano dall’acqua, impreca. E’ di nuovo violento. Me ne vado! Si tuffa per raggiungere a nuoto la spiaggia.
La barca s’allontana alle spalle. Il greco rema come poco prima, con un gemito soffocato a ogni movimento, tra l’abbaglio di luce. – Attento, grongo! – Grida senza ragione.
Il giovane volta il capo nuotando. Certo, c’è sempre da fare attenzione, le secche in barca, i vapori di luna mentre si carica il contrabbando, attenzione al faro brancolante nell’ombra, alla finanza, allo stradone dritto e senza fine dove lanciare macchine rubate, attenzione alla lampada nella finestra del dottore, sempre accesa di notte, attento ai caporali della bettola, attento all’ubriacone che sorveglia le donne dell’albanese, attento alla finestra di Jemira. No, non c’è più da stare attenti! Il vecchio pronuncia altre parole, ma il vento e la lontananza le perdono. La barca sparisce fra ondulazioni d’acqua e abbagli di sole.
Grongo è arrivato a riva e già la barca del vecchio non si vede. Non esiste in quel mondo. Si leva i vestiti, li appende allo scheletro di cemento, abbandonato, e affogato tra il canneto e la spiaggia. Adesso? Adesso che non può tornare nel vecchio mondo? Adesso che era lì nel canneto di un altro mondo, fra nubi di zanzare e fughe di gatti smagriti? E Jemira? E le strade tra i rigattieri, gli ambulanti, le puttane e i bambini in libertà tra i campi e il mare? Grongo fruga nei pantaloni appesi al sole, c’è ancora il suo coltello. Quello c’è ancora. Anzi è più pesante di prima. Lo accarezza. E le strade? Le strade da attraversare, guerriero o ballerino, secondo l’umore, tra uno svolazzo di camicie? Ci vieni sul costone? Sego si lancia su per la salita. Sì, dice medusa dal torpore, guardiamo le case dall’alto e ci sputiamo sopra. Andiamo più su, grongo in risposta. C’è la cappella lì, sego con un’esitazione. Hai paura di streghe e frati, vero? C’era ancora quel mondo? Chissà se una puttana si sarebbe strofinata ancora addosso a grongo, vieni con me, ti sbavo in bocca, e ti lecco. E grongo avrebbe ancora pensato, Jemira. Si sarebbe affacciato dal palazzotto uno dei capi, in canottiera, l’addome sulla ringhiera, e due figli attaccati ai pantaloni, voi, non vi scordate del carico di stanotte. Non ci scordiamo, non ci scordiamo, tra uno sventolio di camicie. Chissà che c’era nel nuovo mondo.
Però, scalogna era scomparso agli occhi di grongo la notte maledetta, quando tirava più violento il vento traditore sul mare facendolo rizzare verso il largo. Grongo aveva girato gli occhi bevendo, annaspando, e non aveva più visto scalogna, non aveva più visto nessuno. Forse era stato allora che aveva imboccato il passaggio. Ricordava una boccata amara che gli aveva otturato la gola mentre l’onda lo sprofondava mezzo tramortito.
Chissà. A quest’ora magari i finanzieri interrogavano inutilmente sua madre. E la vecchia restava muta. Mio figlio? La vecchia restava seduta davanti alla porta della stamberga, inzuppando un morso di pane nel latte, un gesto lento, assurdamente, i capelli bianchi arruffati davanti alla faccia. Chissà, i finanzieri si sarebbero guardati, che facciamo qui? E se ne sarebbero andati scuotendo la testa.
Chissà. Oppure era tutto diverso. Grongo afferra il coltello con una gioia. I canneti battono i denti, il mare scandisce una vibrazione dai fondali.
Si aggiunge d’improvviso un crepitio dal canneto. Chi è? Il coltello brilla libero. Nessuno risponde. Le canne diventano immobili. Chi è?
Sbuca Rina dal canneto.
Sei tu, mocciosa! In mezzo ai gatti selvatici. Maledetta gatta selvatica, ma che sapevi dov’ero?
Rina sfila tra le canne, s’intrufola nello scheletro di cemento, tra pilastri senza tetto e senza pareti. – Grongo! – ridacchia.
Il giovane aggrotta le sopracciglia, posa il coltello, che vuoi?
– Sei vivo! Qualcuno diceva che eri morto. Io non ci ho creduto. – Le travi annerite di cemento sfibrano in ferri curvi e arrugginiti, come i rami secchi d’un albero, si lamentano come rami secchi. Rina passa le sue dita sui rami metallici, ne evoca stridori.
Che musica di sirene, anche tu, ghigna grongo.
Sei vivo, ridacchia lei.
No, morto, ride grongo, getta un sasso a un gabbiano, un vecchio gioco di un altro mondo, ma ora più rabbioso.
– Che fai? La guerra ai gabbiani? –
L’altro ride ancora. Gli sembra la prima volta che ride.
Rina lo fissa, spavalda. – Io vengo sempre qui. Questa spiaggia è mia. – Anche tu sei mio.
– Vattene! – Grongo s’accorge d’essere nudo, si riveste.
La ragazza arpeggia con i ferri arrugginiti, nessuno mi manda via da qui.
– Sei una mocciosa. –
No, Rina non lo era da quando suo padre l’aveva afferrata e presa in un angolo di stanza, contro il muro. Era stato il giorno che sua madre era andata via di casa. Lui l’aveva presa tra pugni e schiaffi soffiando e gemendo a ogni pugno, e poi era scappato tra le sue bottiglie. Non era una mocciosa da quando svuotava la pancia alle sardine, o rubava ai marinai intontiti dai viaggi. Nessuno mi manda via da qui, è la mia spiaggia.
Lui svuota rabbiosamente le scarpe dalla sabbia, le ripulisce. Scrolla ancora le scarpe con rabbia. Una rabbia strana.
– Non sono una mocciosa, non lo vedi? – Lei torce per un attimo il corpicino e le labbra malamente truccate.
– Ti dovrebbe chiudere in casa, tuo padre, e farti assaggiare la cinghia. –
Le dita della ragazza steccano sui ferri, la voce scatta, veramente di donna: – Nessuno mi tocca! –
Grongo leva gli occhi verso lei. Il gabbiano a cui ha tirato gira insultante sopra le loro teste, plana dietro i rami senza natura ell’edificio in abbandono, fra nuvole d’ovatta. Lentamente la ragazza arpeggia di nuovo.
Un gatto selvatico.
– Dicono che c’è un altro carico in arrivo, la prossima settimana, appena i finanzieri si scordano. – Mormora la ragazza.
E allora?
– Ci vengo anch’io! –
Una femmina? Una bambina?
– Posso guadagnarmi una nottata in mare come gli altri. –
– E’ un lavoro da uomini. –
– Posso farlo! –
L’altro annuisce. Scaricare e caricare con le tue braccia di stecco? Remare?
– Posso farlo. –
L’altro guarda un’altra volta verso la ragazzina. Forse poteva davvero farlo, nonostante quelle braccia ossute. – E non hai paura? – Sai che può succedere? Lo sai che è successo l’altra notte?
– Non ho paura. E posso farlo. – Non la spaventano neppure il canneto e gli spiriti dei gatti.
Torna a casa.
Tornare? Lei gli viene vicino: – Sei sudato. – Anche lei suda.
Grongo la fissa ora negli occhi, è vicinissimo: – Perché vuoi venire a scaricare? – Lei non risponde. Gli occhi della ragazza sono talmente vicini da diventare una nebbia. Il giovane non può staccarsene, come dagli occhi di pesce delle sirene. Sente la voce della ragazza, voglio andarci, tu ci vai, no? – Perché lo dici a me? Non sono io a decidere. –
Tu, tu decidi, Rina agita mani veloci, confonde con un serpeggiare delle dita, gli fruga in tasca. Solo un coltello. Maledizione a te, non hai nient’altro che un coltello.
Lui le serra il polso: – Non si ruba a me. Sei ancora una mocciosa! –
Rina fa una smorfia. Non voglio rubare, voglio entrare dentro la tua tasca. – Verrò le notti a caricare. – Voglio rubarti, voglio entrare dentro la tua tasca, vicino al tuo coltello.
Il giovane le lascia il polso. – Chissà… magari quando ti crescerà una roba di donna addosso… – Il fruscio delle canne si fa intenso su qualsiasi rumore, e dentro lo strepito dei gatti in amore, come se graffino, mordano, gatti o i loro spiriti selvatici. Le canne sbattono, le foglie si strusciano, ballano, si penetrano, si colpiscono. Grongo esita, vattene.
Me ne vado, maledizione a te.
Vattene! Grongo soffoca come nell’acqua, senza respiro, assieme alle sirene dell’abisso. Vattene! Le canne sbattono mentre lei sfila via come sempre con un guizzo, tra i gatti che si contendevano a graffi e urla il canneto.
Grongo è solo, e l’altro mondo è lì, forse perfetto, forse crudele, forse già visto, da vedere. Forse bisognava cambiarlo, una, due volte, tre volte. L’orizzonte dall’altro lato sfuma assonnato, nella promessa d’un altro giorno. Quale giorno per grongo?

Il dottore chinò la testa sul giornale martoriato. La scrittura della vecchia diventava un geroglifico. In compenso risaltavano le righe dell’articolo, che parlavano del cadavere trovato in acqua. Era stato di notte. Avevano pescato il corpo senza testa di un uomo, affiorato alla luce di una lampara, come attirato dalla luce, uscito a galla come un pesce. Forse cercava la propria testa mozza, la propria carne spolpata dai pesci, al lume barcollante della lampara, nella dolcezza dello sciacquio, nel silenzio della notte marina. Il dottore trasalì, come a una rivelazione.
I rumori della notte sono segnali. Rina quando tutti dormivano s’affacciava sul retro della bottega, su uno spiazzo d’erbacce e immondizie, inargentato di luce. Ascoltava i segnali della notte, e fiutava gli odori come un animale. Rubava la luna. Non c’era altro. La staccava dal pezzo di cielo che ricadeva sulla spianata d’erbacce. Sorrideva, faceva le smorfie. Che si cava dalla luna? Te la torno, diceva ridendo al cielo dellla notte. Però la luna pesava come un furto scoperto.
Non possedeva amici la notte, però i suoi suoni, le luci, gli odori erano amici. A folate arrivava un mormorio dal mare come quello delle donne all’ora del rosario, nella cappella del chiostro. Lei le aveva guardate entrare nella cappella al tramonto, e aveva sentito il sussurro, amplificato da volte, rimbalzato da tabernacoli. La notte per Rina era come una chiesa.
Rina indugiava, finché l’umidità dell’autunno non strisciava traditrice nel silenzio, e le afferrava le gambette sotto il gonnellino. Rabbrividiva, faceva l’ultima smorfia, e a malincuore rientrava in casa, nel retrobottega dellla bettola. Ma ancora tendeva le orecchie ai rumori di fuori, grilli, e fruscii, mormorii di chiesa.
Dormivano tutti. Suo padre no, lui dormiva di giorno quando la bettola era chiusa, e quando dormiva pareva non respirasse e non dormisse, gli occhi aperti, incolori di cataratte, il muso di pesce pescato e morto. Dormivano i moli. La notte dormiva, la luna rubata. Il chiostro sulla rupe. Dormivano tutti, stanchi, o sazi. Rina però non dormiva, e non era né sazia né stanca. Finché il sonno della giovinezza la imbrogliava, e la vinceva, con gli stessi tranelli che lei gli tendeva. Allora arrivava un dormiveglia d’immagini, suoni, d’altri segnali.
Non lavori? L’apostrofavano le altre ragazze nel sogno di dormiveglia. Camminavano a frotte, unite per le mani. Rina invece era sola. Ma non ce n’è di lavoro, non è stagione di salatura. Non le piace lavorare, canticchiavano le altre ragazze. Lei sbuffava, spariva, si ficcava fra i marinai del porto, fra le storie, gli intrallazzi, si sbracciava, fumava con loro, rapida a sparire se le conveniva, a insultare, e litigare se doveva, a rubare se poteva, a cercare pericoli, drizzare le orecchie e lo sguardo per evitarli. Qualcuno dei travestiti del porto aveva il labbro scontento e il mento appuntito d’invidia, a te va bene, Rina? Qualcuno si toccava dove aveva preso gli ultimi colpi di cinghia. Qualcuno scoppiava in una risata mal fatta. Il mare s’intrometteva con uno sciacquio di gorghi affamati. Le cime delle navi si flettevano, gli alberi beccheggiavano. Ridete, ridete! Che ridete? Rina rideva anche lei. Anche Vanda rideva sgangherata. Il dottore si voltava incuriosito, il suo viso non si vedeva tra il fumo di sigaro. Rina gli si avvicinava per frugare di nascosto la sua giacca, tendeva una manina. Il dottore si solleticava, dondolava come un pupazzo da bambini. Rina rideva, così non poteva più rubargli. Vanda, sei contenta oggi! Diceva una delle bambine del molo, mangiandosi con gli occhi un marinaio appena sceso a terra. Contenta, sì, contenta, Vanda rideva. Ridevano. Anche Rea, il travestito, stringendosi a Vanda come a un freddo improvviso. Vanda rideva a labbra strette. La verità è che non può ridere, perché ha i denti finti e si vede, perché è infelice, poverina, perché nessuno la vuole, poverina, mima una puttana, perché non è padrona, perché ha troppi padroni. Rina s’inquietava senza ragione. Dava una gomitata cattiva al dottore, e andava via.
Le bambine erano già donne sulle vie del porto. Anche Rina. Vanda, Vanda, ripetono a cantilena per scherno le bambine nel sogno di dormiveglia. Ciarlano tra uno sfarfallio di dita, e un gioco di collana, di vestina, sbirciando i marinai, e la televisione accesa nella stanza del custode, dietro la porta socchiusa. Rina, Rina, canticchiano. Rina tiene d’occhio le tasche di qualche giacca.
La giornata s’accorciava, s’allungava sulle vie del porto.
Il dormiveglia è traditore. Una ragazzina s’avvicina a Rina, le soffia velenosa alle orecchie, quel grongo fa l’amore con Jemira. Rina molla uno spintone. L’altra le fa un gestaccio, Jemira, la straniera, quella sì, è una donna. Rina risponde con un moto spavaldo, si pizzica il seno, e io? Le bambine schiamazzano, Vanda sghignazza, il travestito reclina la testa come a una stanchezza improvvisa. Canticchiano le bambine nel sogno di dormiveglia, un giorno non lavoriamo più in magazzino a salare le acciughe, un giorno diventiamo signore, non ci vedete più nel porto.
Anche Rina una notte sarebbe stata padrona, avrebbe rubato la luna, e se la sarebbe tenuta. Non si sarebbe spellata più le mani nel sale e nelle lische, respirando intestini d’acciughe. Al lavoro per la salatura, in magazzino, il respiro mozzava, il cervello s’intontiva, e lei udiva il sibilo fuor d’acqua di quei pesci violentati tra le mani, di quei pesci che scivolavano nella loro bara di sale, senza testa e senza viscere. Soffiava anche lei, ottusamente. Maledette acciughe. Intonava allora un motivo e guardava la luce del lucernario sul tetto del magazzino, che scomponeva l’arcobaleno, una fantasia tanto solida nell’ombra maleodorante da potersi appendere con le mani, e dondolarsi. Una fantasia come il raggio del cinematografo, che stampava la sua pellicola e faceva sognare sgranocchiando, in prima fila. Attenta, le raccomandava un’anziana lavorando. Sì. Maledette acciughe. Rina era attenta. Le lavoranti sventravano acciughe, staccavano teste, strappavano intestini. Il padrone s’accostava aggiustandosi la camicia sul grasso dell’addome dove la cintura lo strozzava, sbattendo stivali di gomma, rubacchiava un profumino di sapone alle ragazze che lavoravano tra i puzzi del magazzino. Siete brave, diceva. Sei brava, mormorava a Rina appiccicoso. Non sei come le altre, sei più brava, dovresti mettere carne però, spingeva le mani. Lei non ci stava. Lui le dava un buffetto. Ti piace di più rubare che lavorare, eh? Le poggiava una mano enorme e molliccia sulla spalla. Ma lei sapeva difendersi, e i suoi gomiti facevano male. Le altre ridacchiavano in sordina, chissà che ci vede, in quella, sembra una di queste lische d’acciuga. Ridete, ridete, adesso era Rina a dirlo, ridete. Il padrone se ne andava a denti stretti, sbuffando, asciugandosi con il sudicio d’un fazzoletto, pensate al lavoro, puttane, mi mandano in rovina e io le pago! Appena scomparso, la risata faceva risuonare il capannone. Che vi pago, per ridere? Il padrone, da un’altra stanza, immerso nel puzzo di sudore che neanche una colonia abbondante e gli stessi miasmi di pescheria riuscivano a mascherare. S’alzava la cinta dei pantaloni, bestemmiava, maledette puttane, mi porteranno in malora.
Qualcuna delle bambine e delle lavoranti se l’era preso addosso, il padrone, e l’avrebbe rifatto per una vestina nuova o un paio di scarpe con il tacco. Quello lì puzza d’acciughe! Esclamava una. Anche tu! Subito, le altre. Rina pensava a quella volta di suo padre. Lui invece puzzava di birra. Rina rideva e lavorava. Pensava al mare, a lato dello stradone, mare preso dal tramonto, mare sonnacchioso nella carezza di luce, la sua spiaggia, un arenile screziato d’alga e mitili, nel languore d’una stagione, nella consolazione d’un sole calante, svaporato. Lo scheletro di cemento sospirava al vento, il canneto urlava di spiriti. Tutto come il suo cuore. La spiaggia s’illuminava come la polvere di luce del cinematografo. Lei si toglieva le scarpe e camminava a piedi nudi nella sabbia. Le alghe ricalcavano il passo delle maree, segnavano un tempo per correre sempre in avanti. Rina lo seguiva. Si chinava su una conchiglia, si faceva toccare da un’onda, lasciava uno sguardo al mare, i capelli al vento salmastro, dolce e violento, chiamava qualcuno nella fantasia, un compagno. Quello si voltava, aveva la faccia di grongo. Le onde si sollevavano, ripiegavano, rotolavano in cupezze d’amore. Si disperdevano in rivoli tra le caviglie, afferrandola. Ansimavano nella sabbia, domandandosi come si possa esser forti e sparire nella sabbia, come rubare e amare, sventrare acciughe e non farsi sventrare, abbandonarsi al vento e alle storie di cinematografo. Rina rideva, le mani fra i pesci da salare spaccati a metà. Rideva il compagno nella fantasia del dormiveglia. Ruberò il mare, bello e amaro rubare, ruberò la luna. Cosa vuoi rubare? Sghignazzano le ragazze del magazzino. I pensieri squagliano tra le macchie del grembiule, macchie che più si guardano e più si stampano enormi. Vado con i contrabbandieri. E all’alba dopo il carico, quando il sole colora il pallore della sabbia e disperde il vapore della notte, è finita, avrebbe detto a grongo, abbiamo rubato, le avrebbe sussurrato, ora rubiamo insieme il sole fino a farci scoppiare la pelle.
Vado con i contrabbandieri, decideva. Era l’ultimo pensiero nel sapore di quell’autunno indeciso, di quella notte che solleticava la gola e gelava le gambe, l’ultimo pensiero prima del nulla.

Print Friendly, PDF & Email