Atlantide (2)

© N. Maes, Vecchia che dorme, 1656

© N. Maes, Vecchia che dorme, 1656


 

Grongo si stendeva verso l’acqua, allungava la mano quasi ci fosse un’altra mano da stringere nell’onda.
Una fattura, sego scuote il capo. Era stata di sicuro la maledetta puttana albanese a commissionarla alla maga. Lei aveva fatto la fattura a grongo, per rimbambirlo e prendergli la vita. – T’hanno fatto la fattura, grongo. – Non hai più amici. E neppure io. Accennava con il mento la casina in lontananza dove abitava la maga, sopra tutte le altre nel costone, attaccata alle nuvole invece che alla roccia. Anche lui c’era stato dalla strega una volta, fra icone maledette di santi, e segni sul muro, alla luce di ceri. Chi non c’era stato? Anche lui, cieco e intossicato dal fumo, aveva ripetuto le litanie maestre della maga. Qualcosa succede a biascicare le magie. Le sopracciglia s’univano sulla fronte lucida di sego. – C’è un carico questa settimana. – un carico di contrabbando. Le mani erano in tasca come sempre, non uscivano di lì. – Ci vieni dalle puttane? – Si sta all’asciutto, e si scherza, ho voglia di godermi. – Ma grongo non ascolta. Me ne vado, sparisco, addio, grongo, addio a te e alle pazzie, addio a quello che non capisco. Sego inquieto, sego offeso, nell’ombra gonfia del giorno, ci vediamo, o no, grongo. Medusa lo segue opaco come un cane. E vattene, tu, vattene, medusa!
Intanto il vento ingrossava folate d’umido e sale, il canto delle onde si confondeva in quel subbuglio, grongo lancia un ultimo sguardo, all’orizzonte che s’avvicina e arruffa mare, cielo e terra. Gocce calde di scirocco vagano nell’aria, mentre s’infila tra viuzze. Grongo vi cammina a balzi tra turbini iridescenti di pioggia al tramonto. In città, pensa, per le strade bianche girano di sicuro viaggiatori in attesa di piroscafi, girano senza un punto fisso, nella noia dell’attesa. Qualcuno si siede sulla valigia di fronte al mare, qualcuno mastica una cena, qualcuno sbircia perdigiorno e ladri, trafficanti del porto tra le prime ombre della sera. L’orizzonte si fa sempre più improbabile e distante. Anche il temporale. Nell’aria trapassano lingue sconosciute per le strade del porto, pensa grongo, scongiuri di religioni, forse parole di sirene. Il nuvolo veloce com’è giunto rimestando dal mare, altrettanto veloce ha valicato le stradelle, e si ritira in mare, come una fuga dopo il coraggio. Lascia una luminosità d’acquazzina nell’aria, a estinguersi nella calura, un vapore squallido fra gli orti, più avanti, fra gli stradoni morti tra l’ombra e la polvere d’ulivi. Il mare diventa campagna, così rapido da non accorgersi, rimane una sabbia a margine d’asfalti, e un sapore di rame sulle labbra.
La vecchia è lì, tra fili luminescenti d’acqua, seduta fuori dalla casupola. Sua madre. Muta da sempre, o comunque da quando grongo è nato. Dalla tettoia ritorta della casupola goccia sulla sua vestina nera, sul capo bianco di capelli mai tagliati, un distillare di tempi e di luci. Grongo si blocca, il viso di quella vecchia pare sempre inseguire un pensiero con la paura di lasciarlo andare, la bocca muta pare sempre in procinto di cantare, o urlare. Che fai sotto la pioggia? Posa una mano sui capelli bagnati della donna, che sembra non vederlo, e la voce oscura del mare si fa più forte, dura, senza parole come sua madre. Il volto della vecchia invece non cambia. Grongo prova la tentazione di lasciarla lì alla pioggia, come un regalo, o una punizione. Magari resto con te sotto l’acqua di scirocco, e aspetto senza parlare l’inverno, tutto l’inverno, faccio passare il tempo come passano le onde sul molo, o le coincidenze dei traghetti. Magari giro intorno come i forestieri sperduti sui moli, e aspetto la mia nave, o l’estate che viene.
Sotto la pioggia! Grongo bestemmia mentre spinge sua madre dentro la casupola. All’interno l’afa bolle, e il canto si concentra nel fruscio della pioggerella di fuori, il canto chiama, e sfida. Dovrei dirtelo, dovrei fartelo ascoltare, dovrei farti parlare, cantare quella canzone che non riesco a decifrare. Magari potrebbe costringerla appoggiandole la bocca alle guance senza carne, o alle labbra senza voce. Ogni canzone ha le sue parole, bisogna dargliele, devi dargliele.
La donna volta verso suo figlio un volto di scaglia, c’è un gemito di vecchie ossa, ma non muta espressione. Soltanto i suoi occhi diventano acuti come coltelli. Vuoi afferrare una voce? Io non ho voluto più voce.
– E’ venuta di nuovo Rina. – Mormora grongo raccogliendo da terra un fermaglio. Questo è suo. – Ti avrà rubato qualcosa di sicuro. – Se c’è qualcosa da rubare qui. Grongo accenna fuori, dove sua madre ammucchia la roba che raccatta in giro tra le immondizie. Rina, la ragazzina tutt’ossa, la figlia del birraio, viene spesso a frugarci. Se c’è mai qualcosa da rubare. Ti ostini a rigirare spazzature, trascinartele dietro. Come una furia e un’ossessione. Grongo avrebbe voluto chiederle. Ma lei, lo sapeva, sarebbe rimasta muta, come sempre. Chissà cos’era quell’ossessione. E chissà cos’era quel baule che teneva seppellito tra le sue spazzature. Sopra vi accatastava ostinata, una strana costruzione, dove non si vedevano più i legni tarlati del baule sepolto, i suoi intarsi orientaleggianti. Intorno svolazzavano le galline. Sì, nessuno ti ruba niente. Grongo s’infila il fermaglio in tasca con un gesto incosciente. Fuori lo scirocco allunga l’estate tra i vapori e un mormorio di pioggia. Ma che faccio qui? Pensa a sego, al carico di contrabbando da sbarcare. Guadagna d’un salto l’uscio sgangherato. Però si ferma sulla soglia: – Se continua questo tempo è difficile arrivare a costa di notte. – Corruga la fronte. Notte di pericolo. Le sirene potrebbero cantare per la sua ultima ora.
Alle sue spalle la vecchia rimane a fissare l’uscio. L’opacità esterna si diffonde su lei, sulla stanzetta.

Anche adesso un’ottusità languiva nella casupola della moribonda. Dalla finestra però il mare era un contrasto di smeraldo, alla luce del sole, talmente acceso da contenere tutte le voci, quelle che non s’articolano, e quelle che non si decifrano. Il mistero restava, tra ombre o tra luci, tra immondizie accatastate e svolazzi di galline. Il dottore accarezzò una mano della vecchia, che tremava in aria mentre l’altra scriveva. Aveva creduto come tutti che lei fosse ammattita dal giorno che aveva portato il baule in casa trascinandoselo con una cinghia attaccata alle spalle, alle braccia, ai denti. Da quel giorno lei non aveva più voluto articolare voce. Non si vive senza parlare, aveva pensato allora l’uomo. Forse s’era sbagliato, adesso gli pareva più profonda quella vita senza parola. Guardò di nuovo il mare. Il suo smeraldo traboccava dalla finestra, sommergeva la stanza. E si perdeva in un deserto. Come certi giorni da solo nell’ambulatorio, quando non veniva nessuno nel giovane sconosciuto dottoruncolo. Ma lui stava lì, alla scrivania, come un soldato in trincea troppo giovane per aver visto il nemico eppure già in guerra. Il mare trasbordava come adesso davanti ai suoi occhi. Finché il giorno tramontava, e il faro iniziava a ruotare nella sera l’occhio stralunato, l’occhio sicuro, o tragico, l’occhio pietoso che penetrava l’acqua, le barche, i moli ammuffiti, il sonno della gente, dentro le loro casupole.
“Mio figlio…” Scriveva la vecchia.
Ma era davvero tuo figlio? Non ricordo d’averti vista incinta. E non sei mai venuta da me a farti visitare. Il dottore dubitava che la donna si fosse mai fatta avvicinare da un uomo. Oppure lo sperava. Come il senso d’una storia. Il mare irrompeva nella stanza, ma la luce restava ottusa. Forse confidente, forse ingannevole.
“Mio figlio…” Riscrisse testarda la vecchia. “Lui e…” La vecchia scrisse il nome di donna con una linea d’arabesco tremolante, quasi un ritratto, un’arte.
Jemira era il nome. Il capo del dottore si chinò. La storia s’era ormai consumata. La ricordava, e avrebbe voluto dimenticarla. – Vuoi scrivermi di quella storia… – Esitò.
“So scrivere.” Beffarda la scrittura della vecchia.
Certo, sai scrivere, come hai la bocca per parlare.
“Mi ha insegnato una maestra, una donna. Da donna a donna. Ha consumato gli occhi la sera per me, per insegnarmi. Aveva occhi miopi, occhiali, e capelli di bambola. Una bambola però non porta gli occhiali, vero, dottore? Poi un giorno è partita. Mi cercava con gli occhi dal treno, alla stazione. Cascavano i capelli di stoppa dal finestrino, s’aggiustava gli occhiali e cercava…” Lei non sapeva perché la maestra le avesse insegnato, perché la cercasse dal vetro opaco del finestrino, perché cercasse lei o qualcun altro, lei che invece s’era tenuta nascosta tra valige e vagoni.
– Scrivila, la storia. Scrivila ancora. –

L’acqua lasciava la luna opaca come l’occhio d’un cieco.
Grongo ce l’aveva davanti, la luna cieca, fra le casupole ingrigite, le grondaie gocciolanti, e un groviglio di nuvole. Girava per la sera, per cercare amici, e invece si ritrovava a fischiare sotto la finestra di Jemira.
– Vattene. – soffia lei, dietro le imposte socchiuse.
– Sei sola? –
– Vattene! – ma la voce invece è un invito.
– Io salgo. –
– Hai soldi per pagare? – La sua voce è ancora un soffio, ma dolce.
– No. –
– Allora vattene. Non vogliono che parlo con te. –
– Non m’importa. –
Lei serra le imposte in fretta, prima che s’accorgano e la picchino. Le botte erano senza lividi, la mercanzia non va rovinata, ma per questo, per questo facevano più male.
Il giovane restava a guardare la finestra. Chiudeva i pugni. Di che colore hai il vestito? Dimmi se hai messo gli orecchini, se hai i capelli sciolti, se… Lui chiama. Lei deve rispondergli. – Io salgo. A costo d’ammazzare e farmi ammazzare. – Dimmi…
– Io, io t’ammazzo se sali. – Nessuno può ammazzarti, io sola, io! – Vattene! – soffiava la donna dall’invisibile. Tra le mie braccia, pensava, anche morto, tra le mie braccia. Però, pensava subito dopo, i desideri sono male, soprattutto i desideri d’una donna. Lei soffiava un lamento dall’invisibile come fosse lei a morire ammazzata. – Vattene, ti dico. – Arriva, arriva! Arrivava un uomo, l’uomo che sorvegliava le puttane per conto dell’albanese, sempre ubriaco, e pericoloso. Vattene, grongo. Ho i capelli sciolti, li ho sciolti adesso, e ho gli orecchini di perlina, ma vattene, ti prego. Ho sciolto i miei capelli per te, questo non glielo diceva.
La voce della ragazza raggiungeva grongo dall’oscuro. Come l’eterna voce del mare. Grongo dava un calcio a un barattolo, fischiava un motivetto tra i denti, più forte per farsi sentire nella strada, se lo rigirava in bocca mentre la musica del mare s’alzava sulla borgata come una condanna, sul filo di vento della sera. – Non vengo più. – sbraita, sa di mentire. La finestra sopra di lui ha un tremito, quasi l’affanno d’un petto. Poi scatta definitiva la serratura.
Grongo va via. Le viuzze si svolgono un’altra volta davanti a lui, ripide, sconnesse, aprendosi alla luna in slarghi abbandonati, allontanandosi verso la città e il suo porto. Non resta che seguirle, andare per il porto a sbollire. Grongo conquista le strade. Gli devono cedere il passo, perché ha il coltello facile. Però rimane Jemira nella testa, che la rabbia non cancella, Jemira che preme il seno sul davanzale, Jemira che sussurra con le labbra appena aperte sui denti più bianchi e perfetti mai visti, Jemira che piega il collo nudo fin dove si vede, e pare non respiri, Jemira che ferma il respiro su quel sorriso, su quel mormorio indecifrabile, vattene, vattene, grongo.

La scriveva così, la storia, la vecchia, o l’avevano raccontata così al dottore? O così l’aveva inventata lui stesso una notte, un tempo prima, una notte intiepidita da una memoria. Era invecchiato tra le storie, dietro la scrivania, tra le chiacchiere e le malattie della gente, il dottore, nell’ambulatorio senza sala d’attesa, dove si aspettava fuori, al sole o all’acqua, era invecchiato tra una visita e una prescrizione, non pagate, un sorriso, e la nebbia d’un sigaro. Curo le loro malattie, pensava a volte, o le loro storie? Un altro sorriso. E la mia malattia? Malattia senza male, le peggiori. Suo padre aveva voluto che si laureasse in medicina, glielo aveva fatto promettere prima di morire. E lui aveva obbedito. Tanto, non importava. Vi s’era applicato. A volte riusciva a piacergli persino. Scoprire le anatomie del corpo, le sue vite! Si gettava a studiare per una notte intera, impazzito. Ma il mondo rimane lontano dal microscopio. Vattene, vattene.
Adesso il ricordo intiepidiva. Ricordava che ce n’era voluto di tempo prima che qualcuno s’accostasse all’ambulatorio, e venisse a farsi visitare. Eppure aveva messo un cartello fuori con la scritta grande a stampatello, gratuito, paga lo stato. Qualcuno s’era fermato per sillabare. Lui usciva, spiegava. Lo stato? Si grattavano il capo. Erano furbi i pescatori. Alla fine il primo era entrato, diffidente e goffo, tutto pagato dallo stato, è sicuro. Quell’uomo era tornato a ringraziare l’indomani con pesce pescato la notte. Ed erano venuti anche gli altri a poco a poco. Erano tornati anche quando non avevano bisogno. E mentre si spogliavano per mettere a nudo i loro mali, parlavano, raccontavano, come se i mali veri fossero le storie, come fossero venuti per quelle, e non per le loro carni, per le cellule da microscopio. Come se a cominciare non si potesse più finire di parlare. Il dottore ascoltava, visitava, prescriveva. Suo padre poteva essere contento dalla sua tomba. E ogni giorno di più l’uomo s’accorgeva di non poter fare a meno di quella gente, e delle loro vite. Restava impigliato fra le storie che non aveva vissuto e studiato, sorridendo o no fra nuvole di fumo. Quando era successo? Per questo era rimasto? Non c’era scritto nei libri di anatomia. Vattene, vattene.
“Mio figlio… lo sapevo che finiva così… Colpa mia, della mia vita…”
Il dottore ricordava. Finiranno male, ripeteva uno dei suoi pazienti parlando di certi ragazzacci e rivestendosi, finiranno male, macchine rubate e contrabbando, dico, ho un parente nella guardia costiera. Contrabbando? chiedeva il dottore. Ecco, il dottore s’accorgeva di rispondere troppo spesso con le domande a una domanda, quasi fossero una risposta. Però i miei sigari sono di contrabbando, e pure le tue sigarette! Il paziente rideva, eh. Che dovrebbero fare i ragazzi? Chiedeva ancora il dottore. Lavorare su barche d’altri, su un mare grosso, sudare sopra una terra arida? Chiedeva il dottore. Eh… il paziente inanellava una storia al proposito, si perdeva in storie senza fine. Anche il dottore.
– E’ doloroso star muti? – Sussurrava il dottore alla moribonda. La mano della vecchia brancolò sul giornale senza riuscire a scrivere. Era già scritto e raccontato tutto, tutte le parole? Forse era scritto nei freddi manuali di medicina senza che il dottore se ne fosse accorto, oppure nel vecchio giornale accartocciato, nella sua notizia d’un cadavere senza testa né nome. Bisognava riscrivere? Le righe scolorite, le notizie del cadavere senza testa si coprivano dei segni tremanti della vecchia.

Lo stradone non finisce mai come il mare. Grongo a volte vi si metteva in mezzo pericolosamente a braccia larghe e occhi chiusi come l’icona di Gesù pescatore sul mare. Ecco, arriva. Arriva il rombo scomposto di un’auto. S’avvicina, non apro gli occhi, non mi sposto.
– Salta su! – la macchina gli s’affianca. – Vieni! – E’ sego, ha un’auto rubata. La faccia di sego luccica più del solito.
Grongo apre gli occhi, è un rottame, dove l’hai presa? Non entro dentro un rottame. D’un tratto cambia idea, spinge di forza l’amico dal sedile di guida. Guido io! L’auto parte raschiando lo stradone, verso periferie di campagna.
Dai vetri una nebbiolina esala da discariche, si stende a terre incolte, ritagli d’orti, ulivi, svaporando verso mare, lambendo una via divorata d’ortiche, scavalca muretti di pietra, avvolge fantasie alla nudità di casupole, alla solitudine d’argille segnate. Ma grongo vede solo la nebbia d’umido della sera. Perciò urla nella mente e lancia la macchina sullo stradone deserto. Le immagini accelerano, le vecchie carrozzerie scricchiolano, i motori scoppiano, i fari si spengono nella nebbia, riemergono dal nulla. Le lamiere si torcono, se ne sente il dolore sullo sterzo. Campagne, asfalti si abbattono sull’auto. Via, via, più forte, più forte!
Più forte, sego riprende l’ululo dell’auto con la gola, fermati, grongo, no, continua, no, fermati! Medusa invece sul sedile posteriore si rigira alla ricerca d’una posizione più comoda, sonnecchia e gli scola un filo di saliva dalle labbra, al diavolo il mondo. Pare morto.
– E’ morto! Medusa è morto! Lo vedi? E’ morto! – Grida sego, sobbalzando, sibilando tra il rombo del motore. Anche la macchina muore, buttando fuori l’ultimo singhiozzo, si scrolla, s’impenna, si spacca. Muore, grongo! Non voglio morti, ho paura dei morti. – Buttiamolo fuori, buttiamolo via medusa, non li voglio i morti! Buttiamolo in strada! Buttiamo questa macchina! – Le gomme stridono. Grongo adesso batte le mani sul volante. Sì, sì, no, no, sego deglutisce, punta i piedi sul cruscotto. Ma adesso ha voglia di sentire la terra sotto i piedi. La sua faccia è tutta un luccichio di unto.
L’auto delira. Anche grongo. D’un tratto spinge il freno. Il veicolo scarta, si gira su una curva, s’arresta sbraitando. Il motore si spegne dentro un risucchio, finisce nel silenzio, sui gemiti di sego che si strofina il ventre. Un fumo esce dal cofano.
E’ finita, grongo scende nel silenzio, la nebbia gli taglia le gambe. Grongo sbircia la luna che s’infiltra per evanescenze e s’impiglia su ulivi. Due passi senza gambe contro la luna che si scompone tra i rami. Sego invece ruzzola in terra dall’auto, ecco, di nuovo la terra sotto!
Grongo caccia un respiro cupo. Sego è attento. – Che vuoi fare, grongo? Che facciamo? – Ripete la domanda, spremendosi, tossicchiando. Grongo scrolla le spalle.
Che facciamo? Sego indica medusa, lasciamolo qui, lasciamolo ai cani randagi, è morto. Che facciamo?
Grongo ride. Ride senza una vera ragione. Forse le sirene avevano cantato per loro poco prima, pensa ridendo. Forse le sirene avevano urlato, forse il vecchio greco le aveva sentite raccogliendo la propria ombra sull’acqua, tentando d’essere più forte del mare e delle sirene. Che facciamo? Parliamo, sego. Ma ogni parola può essere canto, ti avverto. Cantiamo? – Sai cantare, sego? – Sputa la frase come un insulto, però ride ancora.
Sego tossicchia come tutte le volte che non comprende. Cantare? Che canzone?
– Hai sentito mentre la macchina sbandava? – Una voce, un canto…? I grilli cantano davvvero nel silenzio, si rispondono, e gli ulivi si piegavano su quel fischio, vecchi inutili sotto gli anni, quasi a tendere vecchie e sorde orecchie. Senti?
Cosa devo sentire? Sego conosceva solo la voce dell’albanese che comandava le prostitute, passando con i suoi sulle viuzze, la voce bisbigliata da orecchio in orecchio dei capi, di chi dirigeva contrabbando, e mafie. Conosceva solo le voci arrochite delle puttane e dei travestiti, ed erano le uniche voci a cantare, certe notti annoiate d’estate nel porto. Le sue sopracciglia s’univano nello sforzo di pensare. Matto come sua madre. E anche lui matto a stargli appresso. Che facciamo, che facciamo? Cantare? – Al porto! Facciamo cantare Vanda, la puttana. Le solletichiamo quel grasso, quella montagna di grasso che ha, e stai sicuro che ci canta quello che vogliamo. – Sghignazza sego. Sui moli ci sono i rifiuti lasciati dalla gente dei traghetti, le bustine vuote di chi spaccia, le bottiglie rotte di chi s’ubriaca, i preservativi usati dei marinai, facciamo cantare Vanda, la puttana.
Al poerto? Medusa brancola finalmente anche lui fuori dalla macchina, si strofina gli occhi, al porto? A quest’ora ci troviamo solo il coltello d’un nero, al porto, ce lo becchiamo nella schiena. Si muove torpido. Poi pare svegliarsi d’un tratto: – Ho l’accendino, bruciamo questi sterpi. Bruciamo il mondo. –
– Andiamo al porto! – Ordina grongo. Piuttosto gli viene voglia dell’odore di ferro e petrolio delle navi pronte a partire, pronte a puntare l’orizzonte. Sego salta subito su, si va al porto. E’ sempre il primo a muoversi. Medusa ha già gettato l’accendino acceso tra la sterpaglia.
Via, via, sego saltella vicino a grongo. Non si può tenergli dietro, a grongo, neppure sego. – Dicono… – gli bisbiglia – dicono che l’albanese ce l’ha con te perché gli distrai una delle sue donne. E’ un vigliacco, fa guadagnare le donne al posto suo, non rischia le pistole della finanza, o il mare grosso per un carico di bionde. E’ vigliacco, ed è pericoloso. Stai attento, grongo! – S’asciuga l’unto dalla fronte guardando di sottecchi, saltellando.
– E che hai sentito oltre questo? – Il fuoco già crepitava dietro di loro, e i grilli smettevano.
– M’ha chiamato Jemira, di nascosto, per parlare. –
– Che t’ha detto? – Grongo afferra sego per la camicia. Il fuoco si spandeva.
– Fammi dire, mi soffochi. Ma che vi prende, a te e a lei? Devi lasciarla stare, dice lei, per il suo bene, se tieni a lei. Per il suo bene e per il tuo. – Anche la puttana l’aveva preso per la camicia, con una violenza, sull’uscio della sua stanza, mentre nessuno sorvegliava. Però, la sua violenza era dolce mentre lo scuoteva, quant’era confusa quella dell’amico. Così m’ha detto. Sego suda e puzza, s’asciuga con il dorso della mano.
– Non t’ha detto altro? –
– Che doveva dirgli? – S’intromette medusa, con gli occhi al fuoco. Che può dire una puttana? – Compratela, la tua puttana, pigliatela! –
Grongo molla la presa di scatto: – In macchina! –
Che furia, sego s’infila nell’auto.
– Che furia! – Medusa entra nella macchina già in movimento. Casca con una smorfia sul sedile raggomitolandosi, maledizione! – E’ un rottame, qusta carcassa, non si ricavano soldi da un rottame, ne facciamo un botto quando arriviamo. – La sua faccia diventa orribile, gelatina senza forma, ne facciamo un botto con tutto il mondo appresso.
L’auto riparte scricchiolando. Dietro, il fuoco ansima, scoppia, si odono latrati di cani, davanti, la luna s’ingigantisce sul cruscotto.

(Continua…)