Anila Mudra, il passo della tigre e del mare


   POETICHE DEL MARE

 

 

 

 


 

Aurélia Steiner de Goa sulla sedia denominata “Goa”

 

Come dovrò chiamarla A.M. nella sua profondità
questo amore che sta tra il mare e il nulla,
questa solitudine del corpo e del mondo, che
parola sarà scritta per il suo gnomone che
ora che i suoi piedi nudi affondano nell’acqua
incrocia leggero la schiuma costante del suo
fulgore didonico?

Sarà chiamata Jala, per l’acqua, o nuvola di pioggia,
sarà per questo Jalada, oceano o Jaladhi,
Jalåšaya, che calma, che è perciò
anche Boba o Tola, per questo mi trattieni,
tolhes, tola doçura do mar

O la chiamerò Anila, per il vento, o Anika,
l’apparenza o Dos, perché sei la parte
di arco che definisce il tuo seno
e nello stesso istante sei il buio
che ha Došå, l’errore, la mancanza,
il tuo nudo bagnato altera la sera
tutto il verde paesaggio si fa
più tenero in presenza del tuo corpo
disteso, sul tuo seno, palpita Jala
quest’acqua così chiara del mare

Potrei chiamarla Mudrå perchè sigilla
il godimento o Múdha per l’aria indolente
e perplessa, questo sigillo stupito, un po’
sciocco e confuso, ti chiamerò Pada
perché hai il piede giusto dell’esserci
o Pat per come sai volare
e cadere giù, scendi, anche come Padya
hai il passo della tigre e del mare,
un po’ sei carezza del sole e un po’
sei la vasta notte che scivola lentamente
ai bordi della terra

Avrai il nome Våk o Våcå, che è la parola,
la dea della parola, perché sei un’asserzione
una dichiarazione, sei Våkya, questa vasta
solitudine del cielo, questo orizzonte lontano
e vuoto, questa risonanza così sciocca,questo
uccello che solca il mare occulto,
lo accarezza il vento[1. Quando non è “varsa”, il monsone di sud-ovest.], questa giovinezza
che incanta il desiderio, questo candore
così stupido come la tigre che galleggia
distesa una stella che ha il tuo sangue
ti chiamerò Våcå e sarai Vyåghra, la tigre
Vyakula, per questo turbamento che come
una frase spargi in ogni direzione, Vyåkïrna

verso la sera che cosa resta di Goa a parte
i ruderi e i campi e le acque e i villaggi
che hanno il tuo sapore di frontiera e sono
impuri come te che sei così fantasticamente morbida
per la vita che nel tuo corpo si è incuneata
le chiese e le cattedrali i muretti i campanili
pericolanti i monasteri deserti e quelli affollati le lapidi
per tutto ciò che è chiesa e potere oro e sacramenti
e campane e preti e cimiteri di preti e suore
e cimiteri di frati se fu una città e fu per questo
abitata anche da edifici più umili che ora
sono scomparsi come è giusto che scompaia
l’abbandono e le parrocchie nel deserto,
le basiliche in attesa di prelati, principi e guerrieri

ci sono i venti verdi, alberi infiniti nella
notte tenue senza luna e questo mare che non
è pietra per come nei pomeriggi faccia palpitare
la spiaggia questo bagliore che mai si scompone
ed è tocco che accarezza gli estremi limiti
della terra questo perdura come il tuo passo
che è periferico e morbido e ha un segno più forte,
più invasivo, storia di un corpo che esiste come
un pianeta, corpo che ti stringesti contro un muro
palpito d’un nome che cosa c’è tra la cintura che
tiene calmo il tuo segreto, il braccio e questa
acqua che scivola sulla pietra
O que há entre a cintura que tem calmo
o teu segredo, o braço e esta água que desliza
sobra petra?

Io non so il suo nome.
So che il mare, il cielo, il vento, questo mondo
così durevole ha astri remotissimi e la terra che gira viene,
da dove viene questo tuo segreto che fa sognare come il suono
di un nome, la tua presenza così muta nella pelle
e questo tuo muso che non mi chiama e che ha una luce,
un desiderio, a fior di labbra dai cieli infiniti
dimmi chi è che ti chiama, che ti dice,
chi ti invoca, e sarà vero che se un corpo brilla
come una pietra è perché la dura pietra splende
perché infiammata dai baci?

 

[da: V.S. Gaudio · Aurélia Steiner de Goa · © 2010]

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