Amore e benzina

Io, di motori, non me ne intendo. Ma ho una fiducia immensa nel progresso della tecnica e credo che finalmente sarà inventato qualche marchingegno che consentirà a tutti, gente pratica e gente teorica, di muoversi senza troppa spesa e fatica da un capo all’altro del mondo, senza bisogno di meccanici e carburante. Mi fa rabbia e pena vedere le automobili ferme sul ciglio di una strada per qualche avaria, magari per qualcosa di poco grave che però, ecco, richiede l’intervento del soccorso stradale. Un giorno si arriverà a qualche macchina a tal punto autosufficiente che, per chilometri e chilometri, correrà su e giù senza improvvisamente costringere il conducente a mettere la freccia verso la prima officina meccanica o verso il primo distributore di benzina. Ed ecco, nell’un caso o nell’altro, dover mettere mano al portafogli e, tac-tac, saldare il conto della riparazione imprevista o spendere venti-trentamila lire di carburante con tutte le stramaledette tasse dette accise che lo Stato si pappa su ogni litro erogato.

L’ho già detto, io non m’intendo di motori. A ciascuno il suo mestiere. Però conosco quel tanto che basta per rendermi conto di che si tratta in caso di guasto.

Ogni volta che mi si guasta qualcosa, cerco di arrivare fino all’officina meccanica più vicina e poi mi metto a curiosare intorno, a chiedere spiegazioni sul come e sul perché del guasto, e ogni volta imparo qualcosa in più. Sì, ho frequentato, come tutti, la scuola guida per ottenere la patente, ma si vede che non sono tagliato per la meccanica, capisco sempre dopo le spiegazioni che mi danno sul guasto; da me, in caso di necessità, non ci arrivo. È una magra soddisfazione, lo so, ma è sempre una soddisfazione. Guai se fossi così ignorante e duro di comprendonio da non afferrare almeno i concetti delle cose. Naturalmente questa è tutta colpa del classico, del liceo classico e della mia laurea in filosofia; e soprattutto della mia resistenza a ogni aspetto pratico. Ecco perché ho pensato bene di fare l’insegnante. Infatti, insegno nel liceo di un quartiere di periferia, abito vicino all’istituto, potrei raggiungerlo a piedi ogni mattina ma non lo faccio per principio e soprattutto perché cerco di sfruttare il mezzo meccanico che ho a disposizione, cioè l’automobile, cioè la mia delicatissima, piccola, confortevole, parsimoniosa ma elegante Cinquecento Fiat di color rosso corallo. Quanto ce ne ho messo per comprarla, naturalmente a rate. Quanto ci ho riflettuto prima di fare il gran passo. Adesso che anch’io, nonostante il magro stipendio d’insegnante, ho potuto permettermi la macchina, a scuola ci vado con lei, per me è come una compagna. Ci vado con lei anche se a piedi forse ci impiegherei di meno. È anche questa una piccola soddisfazione, una vittoria sulle frustrazioni psicologiche di una vita fin qui grama, che si annuncia ancor più grama, sentito il gran parlare di austerity che si fa in questo periodo per l’aumento del costo del petrolio e quindi della benzina. Accidenti alle guerre arabo-israeliane e alla chiusura del Canale di Suez! Ma io non mi rassegno. Con la macchina e l’orgoglio di possederla, è tutta un’altra faccenda. La vita ti sorride soprattutto quando decidi di metterti al volante e, più o meno velocemente, raggiungi, che so, la costa adriatica o ligure, e ci passi un fine settimana con qualche ragazza contenta di accompagnarti, e poi la domenica sera ti rimetti in marcia per tornare indietro, dato che il lunedì mattina, come tutti i lunedì, comincia un’altra strabiliante settimana d’insegnamento a studenti che amano lo studio come gli automobilisti le code.

 

Ogni lunedì mattina, tuttavia, non faccio fatica a levarmi dal letto. Penso subito che rivedrò la collega di matematica del mio corso e la cosa mi elettrizza parecchio. Mi sono innamorato al primo colpo d’occhio di questa ragazza senza minimamente pensare alle conseguenze disastrose di un amore non corrisposto. Appena acquistata la Cinquecento, una volta seduto al posto di guida, trovavo un po’ stretto l’abitacolo, poco spazioso l’ambiente nel caso avessi dovuto fare qualche movimento brusco. Sono di corporatura un po’ grande, certo non esageratamente grande; ma così è: una macchina piccola mi riesce faticosa da abitare. Da che conosco la mia collega di matematica, invece, mi sono accorto che l’abitacolo della Cinquecento si è come allargato, o meglio è che io sono dimagrito a vista d’occhio; la cosa non mi dispiace per via della linea, ma è un dimagramento forzato, poco salutare, di sicuro ne pagherò le conseguenze. Per la mia collega di matematica farei follie. Ma io sono un tipo compassato, chi mi vede rimane subito intimorito sia per la corporatura e l’altezza rispettabile sia per il cipiglio severo che con naturalezza mi viene fatto di assumere. Se non fosse per questo cipiglio, gli studenti a scuola mi sommergerebbero di palline di carta, mi metterebbero le puntine da disegno sulla sedia. Io coltivo la mia apparente severità adornando la faccia con una magnifica barba nera e un bellissimo paio di baffi che i colleghi un po’ glabri m’invidiano. Rido di rado, passo le mie giornate senza fare una piega, stoicamente sopportando le avversità della vita e ottimisticamente aspettando una felice soluzione ai miei problemi affettivi. Infatti, quando vedo in sala professori la mia collega di matematica o la incontro nei corridoi dell’istituto, timidamente la saluto con un misto di gentilezza e sussiego che non so quali effetti possa sortire nel suo cuore sicuramente tenero ma ignaro delle mie pene. Lei è una persona educata, mi risponde cortesemente e non osa nemmeno guardarmi negli occhi o alzarli dal giornale che sta leggendo oppure dai compiti che sta correggendo. Non so quale strategia escogitare per far breccia nel suo cuore, ma so che alla fine la mia collega di matematica noterà la mia assidua ma discretissima corte, risponderà fatalmente ai miei taciti messaggi.

 

Certo, un’automobile piccola come la mia non so quante possibilità di successo potrebbe avere, qualora io proponessi alla mia collega non dico di passare un fine settimana insieme da qualche parte, magari in Versilia, che è un posto chic benché carissimo, ma di fare un’innocente passeggiata di qualche ora, tanto per svagarci, andando su in qualche valle di montagna a prendere una boccata d’aria pura e magari gustare qualche bontà locale. Ovvio che questo sarebbe un pretesto, il vero motivo della passeggiata essendo di farle capire il mio interesse affettivo. Alla fine, però, una cosa del genere potrebbe succedere, si tratta di aspettare l’occasione buona e nel frattempo pazientare, benché l’attesa e la pazienza non siano il mio forte. Lo vedo da tante piccole manie che mi accompagnano. Quando sono a scuola, guardo sempre l’orologio, l’ho già fatto un minuto fa ed ecco torno a guardare l’ora. A casa, poi, voglio vivere tranquillo. Benché io, ad esempio, abbia serrato la porta a tripla mandata, torno ad assicurarmi più volte che sia davvero chiusa. Sono fatto così. Mi si potrebbero affidare posti di grandissima responsabilità, farmi guadagnare di più, sono sicuro che nessuno se ne pentirebbe, tanto sono meticoloso. Qualche amico sostiene, invece, che io sono molto pignolo, che la timidezza mi perseguita con tutte le manie immaginabili, che il mio modo di essere è semplicemente patologico e che mi rifaccio delle mie profonde insicurezze per mezzo di questo continuo star guardingo, sempre sul chi va là, tanto nessuno me la fa.

Forse è vero, anch’io so leggere i libri di psicologia e non voglio giustificarmi. Non riesco a convincermi, però, che un uomo in fondo tranquillo, semplice e privo di grandi pretese, che non chiede mai troppo alla vita, che non si aspetta gran che da nessuno – lo si può vedere dal mio rapporto con la collega di matematica –, non possa soffrire di qualche insicurezza. Forse che non esistono i delinquenti, i ladri, gli scassinatori, i teppisti, la gente che può rovinarti la vita, soprattutto in questi tristi tempi di austerity? Io, li leggo i giornali io! Leggere per credere! Il mondo è pieno di guai e di gente che se li cerca con il lanternino o li causa ad altri senza misericordia. Se quindi mi assicuro spesso che la mia Cinquecento, lustra e brillante nel suo rosso corallo, stia bell’e parcheggiata dove l’ho lasciata io; se mi preoccupo dei cosiddetti topi d’auto che forzano i deflettori per aprire le portiere e poi far man bassa di quello che uno legittimamente ha lasciato in auto, tipo radio, mangianastri, macchina fotografica, pullover o altra roba di valore, sono forse un pignolo, sono forse un insicuro, sono forse un maniaco? Io rispetto la roba d’altri, esigo che gli altri rispettino la mia. Sono per la proprietà privata proprio perché ho poco da difendere, se mi si toglie quel poco che ho, chi mi darà il famoso punto d’appoggio con cui sollevare il mondo? Possiedo poco e quel poco lo pago a rate mensili, decine di cambiali, per favore non toccate la mia povertà. Ho pochi ma chiari concetti sulle classi sociali. Nessuno mi toglie dalla testa che con il magro stipendio che lo Stato ci paga, il vero proletariato è costituito da noi insegnanti. Siamo i proletari della cultura. E basta poco per rendersene conto. Per esempio, con quel che costa la benzina ogni giorno di più, in futuro non ci sarà molto da scialare per nessuno; per noi insegnanti sarà la fine. Ecco perché una bella passeggiata in montagna, in macchina, magari sulla Cinquecento, ogni giorno che passa diventa un lusso; se si unissero le forze, la vita sarebbe più sopportabile, la povertà meno misera. Per questo non smetto di credere che, alla fine, la mia collega di matematica, che i conti se li sa fare, non potrà che unire le sue forze, stipendio compreso, alle mie. L’unione fa la forza, su questo non ci piove.

Nonostante tutto, io non mi demoralizzo facilmente. Resisto abbastanza bene. Un lusso (chiamiamolo così) come la Cinquecento, in fin dei conti, me lo posso ancora permettere. Faccio qualche sacrificio nel vestire, nel mangiare; e la benzina, alla mia macchinina, non gliela faccio mai mancare. Ogni volta, un pieno. L’addetto al distributore mi fa: «Il pieno, signore?». Con una certa soddisfazione io gli rispondo: «Certamente, capo!». Mi dà del signore, gli do del capo: pari e patta! Quand’ero un po’ più giovane, in quel di Taormina, per esempio, con una macchina di grossa cilindrata presa a noleggio, io e tre-quattro compagni di avventure, andavamo al distributore, ordinavamo cento lire di benzina, lasciavamo all’esterrefatto benzinaio mille lire di mancia. Altri tempi, d’accordo: agiva una buona dose di esibizionismo giovanile che è facile capire. Ma, come si vede, quando si tratta di benzina io tendo a fare il signore.

 

Le mie qualità da signore! Alla lunga appaiono. Non so spiegarmi diversamente il fatto che, dopo mesi di cortesi rifiuti, finalmente la mia collega di matematica, così, di punto in bianco, senza neanche farselo ripetere, sul finire dell’anno scolastico, acconsente a fare una gita in macchina con me.

Felice come può esserlo chi, dopo stagioni di siccità, vede finalmente spalancarsi le cateratte del cielo con lunghi e abbondanti scrosci di pioggia, io le fissai l’appuntamento per la domenica successiva, di mattina presto.

Non a caso m’è venuto di evocare la pioggia. Contrariamente ad ogni previsione, quel fine settimana fu improvvidamente piovoso, pioveva dì e notte da venerdì a sabato, e quasi disperavo ormai di realizzare il mio sogno. Nonostante tutto, il sabato sera passai in rassegna minuziosamente la mia auto, feci il miglior pieno di benzina della mia vita, controllai la pressione delle gomme e il livello dei liquidi e attesi l’alba con giusta apprensione. Ma la notte tra il sabato e la domenica, un vento a raffiche e un’acqua a catinelle da far paura. Il pensiero che la mia Cinquecento fosse lì fuori, posteggiata all’aria aperta, in balia della bufera, mi faceva soffrire non poco. Addio gita, addio campagna, addio prati, addio montagna! Invece no. La domenica mattina spuntò un sole assassino. Manco a dirlo, all’ora stabilita io ero già da un pezzo davanti al portone di casa della mia collega.

 

Si parte curiosi l’uno dell’altra, timidi più del solito; più del solito impacciati, ma pronti a dimostrare io il mio orgoglio di uomo, lei il suo fascino di donna. Subito fuori città, imbocchiamo una stradina di montagna che s’inerpica sinuosa lungo le pendici ricoperte di querce, castagni, lecci e, più in alto, di pini, abeti, larici, lasciandoci allettare dalla dolcezza del paesaggio e dal fresco profumo della vegetazione. La giornata è splendida, la mia compagna è serena, io posso ritenermi un uomo fortunato. Dico: posso; ma dovrei dire: potrei. Perché, ecco, la mia Cinquecento improvvisamente dà segni di nervosismo e stanchezza, stenta a marciare, tossisce come avesse il catarro, con un ultimo e straziante ansito si ferma nel bel mezzo di un pericoloso tornante. Dai sintomi ho capito che è a secco di benzina.

Ma com’è possibile, se ieri sera?… Al momento di partire, ansioso di mettermi in marcia, non avevo badato alla lancetta del livello carburante. La fermezza e la calma di una persona si vedono bene solo nelle più avverse circostanze. In fondo eravamo ancora a poche decine di chilometri dalla città, una passeggiatina a piedi per rimediare un bidoncino d’emergenza presso il primo distributore di benzina, e poi tornare ad abbeverare la bestiolina, non sarebbe stata una gran fatica. Ecco perché io non me la prendo tanto. Invece, la mia accompagnatrice, con la stessa disinvoltura con cui ha acconsentito a venire con me, comincia lamentarsi di quell’imprevisto dandomene ogni colpa e facendomi apparire come un verme ai suoi occhi. Invano cerco di tranquillizzarla. Non so spiegarmi la faccenda, perché ieri sera ho curato nei minimi particolari la messa a punto della mia perfetta Cinquecento rosso corallo.

Per rendermi conto dell’effettiva situazione, apro il coperchio del cofano dentro il quale è sistemato il serbatoio della benzina, e qual è la mia meraviglia quando vedo che il tappo del serbatoio è parzialmente svitato e nel vano del cofano giace un pacchetto mezzo aperto di sigarette nazionali. Quelle, sicurissimamente, non sono le mie sigarette. D’altra parte, io mi accerto sempre che il tappo del serbatoio sia ben avvitato. Conclusione rapida ed elementare: qualcuno nella notte tra il sabato e la domenica, in quella notte da tregenda e di trepida attesa, ha forzato il coperchio del cofano e ha sottratto quasi tutta la benzina dal serbatoio. Odio chi si appropria della roba altrui, ma non dico che fine farei fare a chi ruba qualcosa a me. Ancor oggi non so spiegarmi in che modo io sia sopravvissuto alla rabbia e alla delusione per l’accaduto, oltre che ai lamenti e ai rimproveri della mia insensibile collega di matematica.

 

A disavventura conclusa, una volta ritornato nel mio modesto ma accogliente alloggio, comincio a ripassare mentalmente tutta la vicenda come riguardando un vecchio e disastroso film. Sono un uomo preciso e di carattere fondamentalmente buono. Sono portato per la giustizia retributiva e quindi desidero che chi è in difetto in questo settore prenda coscienza delle proprie responsabilità. Che faccio dunque? Temendo che il furto possa ripetersi, mi procuro un bel cartoncino di adeguate dimensioni, prendo un bel pennarello rosso e ci scrivo sopra, in caratteri ben visibili e leggibili:

CARO LADRO, MI HAI ROVINATO LA FESTA. QUANDO STAI PER RUBARMI LA BENZINA, RICORDA CHE IO SONO UN POVERO MA ONESTO LAVORATORE. POICHÉ NON FUMO LE SIGARETTE ALTRUI, TI LASCIO QUI IL PACCHETTO CHE HAI DIMENTICATO SUL LUOGO DEL REATO.

Subito dopo riguardo il messaggio, mi convinco che questa è una maniera positiva per educare i delinquenti a recedere dai loro propositi: qualsiasi ladro venisse ancora a rubarmi la benzina, dovrebbe sorbirsi la lezione di onestà che io, insegnante ed educatore di professione, sono il più indicato a dargli. Colloco quindi il cartoncino nel cofano della mia Cinquecento e lo fisso con il nastro adesivo al serbatoio della benzina. Chi vivrà, vedrà!

 

In effetti, qualcosa d’altro l’ho visto. Per mesi e mesi non ho avuto più sorprese. Nessuno mi ha rubato la benzina. Men che meno la macchina, al pensiero del cui furto ogni volta mi sento male. Questa mattina invece, trovo la sorpresa paventata. Nell’avviarmi a scuola, noto che la mia macchinina ha il coperchio del cofano semiaperto. All’avvio, la lancetta del livello carburante resta sullo zero, la spia della riserva è rossa senza pietà. È chiaro: ancora una volta mi è stata sottratta la benzina dal serbatoio. Smonto subito dall’auto, spalanco il coperchio e dentro il cofano noto subito il tappo svitato, un pacchetto di sigarette intatto e un’aggiunta maldestra ma leggibilissima al mio messaggio:

SEI UN LAVORATORE? ANCH’IO!

Inoltre, questo breve post scriptum:

LE SIGARETTE SONO UN OMAGGIO PERSONALE

 

Dopo quanto accaduto, sento che intreccerò una lenta ma assidua corrispondenza con il ladro che mi ha preso di mira. Alla fine, ne sono certo, diventeremo amici. Usciremo insieme a bere un caffè. Discuteremo sul significato dell’onestà. Cercheremo di giungere a degli accordi per una pacifica convivenza e per un reciproco soccorso umano e sociale. Probabilmente, come si dice, andremo a donne insieme. Del resto, dalla fine di quell’anno scolastico, non ho saputo più nulla della mia collega di matematica.

Angelo Maugeri