Agata nella sua festa a Catania

 

La santa si erge fra la folla sul suo trono splendente. La gente attorno a lei la stringe e la urta, qualcuno ogni tanto grida il suo nome, infervorato e rosso in viso. La bella santa bionda e dorata, tempestata di gioielli e gemme preziose, un faro accecante nella mite notte catanese, guarda e pensa: “ Che vorranno tutti questi da me?”. Lo sguardo smarrito si deposita fra la folla adorante e tutto intorno a lei è caos e confusione, pianti e sorrisi, voci di bambini spaventati trascinati a forza dalle madri devote ad adorare lei, l’unica e sola Agata. La sua “A” appesa in ogni balcone, stendardo di una città che dopotutto città non è quanto piuttosto un grande paese dove tutti si conoscono e tutti sanno i fatti importanti. Una città che non è più la sua, che Agata non riconosce e che la spaventa: “ Perché urlano tutti? Cosa urlano? Ma dove sono finita?”. Il fumo si alza dagli enormi ceri colanti, trascinati in spalla da ragazzi vestiti con il sacco bianco, e si mescola con gli odori della folla e delle griglie abusive montate ad ogni angolo della strada. Il profumo del caramello e del torrone si intreccia con il vomitevole odore della segatura che cosparge abbondantemente tutto il centro storico, provocando uno stordimento dei sensi, una sinestesia, la vista che diventa olfatto e le parole che si scompongono in musica. E mentre Agata è lì confusa e quasi le viene da piangere capisce: quella gente è lì per lei, la amano senza nemmeno conoscerla, la conoscono senza averla mai vista davvero. Lei è una leggenda, la sua storia un mito, il suo sacrificio un dolce che tutti addentano leccandosi i baffi, gustando la meraviglia della ricotta che stempera l’eccessiva dolcezza della pappa reale. I suoi occhi vitrei di bambola incrociano quelli di una ragazza, giovane come lo era stata lei un tempo, sente le sue preghiere per un figlio che non è mai nato ma è stato di passaggio nel suo grembo. Poi, vede un uomo sulla quarantina, ha sempre un pò paura degli uomini, però sente il suo tormento per una moglie malata per cui chiede la grazia a lei, la Santuzza, la Buona. D’improvviso il frastuono della folla e dei pensieri viene bruscamente interrotto da lampi di luce nel cielo buio, colori e disegni si elevano sopra la folla verso le nuvole e fino alla luna, lasciando una città senza fiato, bocche spalancate dallo stupore e occhi sgranati incollati al cielo. Lì nel rumore di quel silenzio assordante, Agata riconosce la sua città, la sua gente, si sente a casa. Ed è felice.

 

© Salvo Puccio 2017

© Salvo Puccio 2017

 

 

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