A colloquio con Alfio Siracusano e Stefano Gresta

Intervista allo scrittore prof. Alfio Siracusano

Abbiamo incontrato il Prof. Alfio Siracusano, emerito docente e preside a Lentini (Sr), nel suo studio ove ci ha accolti tra i molti libri oggetto dei suoi studi. È stato annoverato  tra le personalità illustri di Lentini in “Sicilia, luoghi del genio” e, definito nella scheda del detto libro “grande intellettuale lentinese”.  Tra le opere dal medesimo pubblicate, tra cui La piazza Rossa e La Piazza negata, occupa un posto decisamente peculiare il romanzo  Anno DCXCI AB URBE CONDITA 63 a.C. –Catilina deve morire- (che sarà nelle librerie a metà dicembre) pubblicato dalla Casa editrice Prova d’Autore di Catania, ove il suo interesse alla ricostruzione storica emerge ancora una volta. Viene infatti operata una rivisitazione del personaggio di Catilina, considerato tradizionalmente “nemico della patria” eppur dichiarato sostenitore degli ultimi, come si evince dalle parole che Alfio Siracusano fa pronunciare a Statilio: “Belle parole, Catilina. Giuste, nella bocca di chi parla in nome del popolo e sogna un mondo di tutti uguali, se ben ho capito. Ma non dimentichiamo che abbiamo di fronte il potere e l’abilità di uno che non smette di vantarsi di essere un uomo nuovo, che difende gli interessi dei più ricchi e intanto parla in nome della giustizia per tutti perché non proviene da una famiglia di ricchi e tutto deve soltanto al suo ingegno. E su questo specula […]”. La ricostruzione della lotta al potere dell’acerrimo nemico di Cicerone e l’ultimo tentativo di Catilina di essere eletto  console prima della definitiva disfatta costituiscono pertanto il fulcro della narrazione, come suggerisce la nota in quarta di copertina  : “ […] Ne viene fuori un quadro impietoso ma veritiero di quel mondo che si preparava a dar vita all’impero millenario di Roma, ma anche uno spaccato di quello che è e sempre furono la politica e l’esercizio del potere, quando diventano strumento di interessi di parte e ambizione di comando che non arretra davanti a nulla. Senza che le nobili e belle parole di uno dei retori più grandi di ogni tempo riescano a nasconderne il fondo viscido e le sordide trame”.

Domanda  1 – Il suo nuovo romanzo si presenta in tutta la sua originalità fin dal titolo “Anno DCXCI AB URBE CONDITA” e desidererei che lei ci confidasse da quali ragioni storiche e a quali coincidenze altrettanto storiche voglia alludere attraverso la avvincente ricostruzione di un momento della storia di Roma.

Il momento storico in cui si colloca la vicenda che racconto è il primo secolo a.C., nel momento culminante della crisi della repubblica romana, poi risoltasi con l’avventura di Cesare e la fondazione dell’impero. Di fatto fu, quello, il momento in cui diventò evidente la dissoluzione delle strutture politiche su cui si era retta la “democrazia” romana, una sorta di momento oclocratico, per dirla con Polibio, nel quale dominava la legge del più forte. Che a Roma erano i grandi latifondisti, che dominavano nel senato ma non riuscivano più a governare lo stato. Per Loro Catilina, che stava cogli “ultimi”, rappresentava un pericolo mortale. Qualcosa del genere si sta verificando adesso.

Domanda 2 –  La curiosità che sopraggiunge dopo quella del titolo viene destata dalla illustrazione della copertina. Anche qui  la figura dei Gracchi invita a qualche elemento che ha significati ulteriori rispetto al solo rinvio storico. I lettori si porranno parecchie domande dopo aver letto questo suo nuovo bel romanzo, certamente non vogliamo rivelare tutto,  bisognerà pur lasciare ai lettori il piacere di svolgere loro deduzioni, quindi io le chiedo solo un cenno che sia di orientamento per chi ci segue su Lunarionuovo e sarà incuriosito dalla sua nuova scelta di trama storica.

Lo dicevo rispondendo alla prima domanda. Quando la lotta per il potere diventa questione di vita o di morte, intendo vita e morte di classi dirigenti e di uomini che le rappresentano, diventano possibili le più grandi efferatezze e le più macroscopiche violazioni della legge. Nella vicenda di Catilina avvenne questo, fino alla demonizzazione totale dell’avversario e al sovvertimento dei fatti. Fu anche quello tempo di notizie false, di violazioni palesi della costituzione, di ferocia senza limiti contro i nemici di classe che cercavano di impadronirsi del potere. Anche se Catilina si sforzò finché poté di seguire le vie legali.

Domanda 3 – Sono lontani i nostri anni di oggi da quelli del suo romanzo La piazza negata, che tanto successo ha riscosso di pubblico e di critica, e che continuiamo a leggere con piacere e interesse. Quale differenza trova lei da ex docente e dirigente scolastico tra la società dei giorni di La piazza negata e quelli attuali?

La piazza negata, anch’esso romanzo storico (anche se di una storia che riguardava la mia città ma sullo sfondo di una storia più grande), faceva parte di una trilogia dedicata a Lentini e raccontava una strage di contadini nel periodo dell’occupazione dei feudi, il 1922. Strage che avvenne poche settimane prima della marcia su Roma. Se per “tempi del romanzo” si intendono gli anni raccontati, le coincidenze mi sembrano evidenti. Se invece ci riferiamo al tempo in cui scrissi il romanzo, e alla mia esperienza di uomo di scuola, direi che siamo scivolati molto indietro nella scuola e ancor più indietro nelle prospettive politiche, economiche e sociali.

Domanda 4 – Concludo con una domanda riguardante il periodo in cui Lei ha collaborato stabilmente con Stilos. Desidero chiederLe qualche aneddoto, qualche ricordo particolare di quell’esperienza particolarmente impegnativa per i suoi interventi di critica letteraria.

Quella con Stilos è stata un’esperienza per me esaltante, e di questo debbo ringraziare Gianni Bonina che mi ha consentito di farla. Aneddoti, ricordi particolari? Più che altro il ricordo di conversazioni piacevoli quando l’intervistato non voleva domande scritte e mi dovevo servire del telefono e del registratore, allora a nastro. Cosa per me drammatica essendo io negato all’uso di strumenti elettronici (anche l’uso del computer comporta per me un di più di attenzione con frequente ricorso alle mie nipoti). Mi capitò che si spegnesse il registratore mentre intervistavo Scalfari, e dovetti scrivere il pezzo ricordando a memoria le sue risposte, mentre con Stella ricordo che era in autostrada mentre parlava con me e spesso intercalava improperi contro chi gli tagliava la strada o lo sorpassava pericolosamente. Ma niente di più.

Domnda 5 – Ultima domanda: Cosa chiederebbe a se stesso?

Cosa posso chiedere a me stesso? A quasi ottantadue anni, e con otto nipoti, il mio pensiero va a loro. La mia vita si è svolta in un periodo di crescita sociale. Lasciando stare per un momento l’economia, io figlio di un modesto operaio (che mi ha insegnato tutto) sono diventato piccolo borghese. Che vuol dire avere scalato un gradino nella scala sociale. Ma cosa avverrà nei prossimi quaranta, cinquant’anni? I miei nipoti avranno la pensione? E, problema dei problemi, come sarà ridotto il nostro pianeta? E i danni del nostro paese, del suo territorio, saranno riparati? Io prevedo, e temo, un futuro catastrofico, con una politica inadeguata a porvi rimedio.

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Intervista al poeta prof. Stefano Gresta

La poesia di Stefano Gresta è in questo Tessere (voce polisemica che da sostantivo può divenire infinito del verbo omonimo) l’ennesima conferma del lato sensibile delle personalità dedite a studi scientifici d’alto livello e a quelle pratiche professionali-intellettuali relative a quanto gli studi dicono o non del tutto spiegano. Non è la morte ma la vita il vero mistero ha scritto De Monterlant. In questa silloge lo scienziato si presenta col proprio digramma di un sentire interiore vibrante e veritiero, con uno stile letterario maturo, personale che caratterizza l’esposizione di contenuti che sono moduli di vita, ora vissuta, ora rievocata con levità e grazia. Il lettore noterà come sia il duolo della vita, l’amara dolcezza di ricordi, insieme agli entusiasmi d’amore tra sogno e veglia, a essere proposti per attualità sine tempore, come avrebbe detto Ungaretti. Una occasione letteraria in cui lo scienziato dai numerosi interessi mostra la propria indole colta nei suoi momenti subliminali con grazia di letterato. Il docente di fisica dei terremoti e dei vulcani, è qui il poeta del metafisico dei sentimenti e del profondo strato delle più delicate sensibilità umane (mg)

 

Domanda 1 – In genere si sente dire che poeti si nasce. Quindi tenendo conto anche del valore letterario-lirico delle sue belle poesie, le chiedo se lo studioso e l’uomo di scienza vorrà confidare da quando si porta dentro quello che adesso si è deciso a rendere pubblico.

Fin da bambino mi piaceva imparare a memoria le poesie classiche. Mi affascinava il ritmo. Ancora oggi ritengo che il nostro “endecasillabo” sia alla base di componimenti sublimi. Ho scritto le prime poesiole attorno ai 14-15 anni. Conservo ancora gelosamente quei quadernetti “infantili”. In seguito sono stati fondamentali i miei insegnanti di francese e di italiano al liceo, due persone di grande spessore e umanità. Per cui nel corso degli anni ho scritto e conservato nel cassetto versi e riflessioni varie. Sono stato anche anni senza scrivere nulla, poi come per magia, arrivava lo stimolo a scrivere, per qualche giorno o settimana. Scrivevo e (per pudore o per paura del giudizio degli altri) conservavo. E ora siamo qua.

 

Domanda 2 – Il verso breve di memoria ungarettiana rende quasi palese la sua attenzione alla poesia del grande Maestro. Ce ne vuole parlare con franchezza?

Ungaretti mi ha dapprima affascinato con la lettura ieratica di versi dell’Odissea che precedeva la messa in onda di ogni puntata dello storico sceneggiato TV. Era il 1968. Qualche anno dopo, erano gli anni in cui la televisione svolgeva davvero un ruolo di servizio pubblico, ho avuto modo di apprezzare lo stesso Ungaretti nella lettura di alcune proprie poesie. Mi colpì la capacità di esprimere sentimenti profondi (o altissimi) con parole semplici e spesso con estrema concisione. Investii poco più di una paghetta settimanale nell’acquisto dell’edizione tascabile de “La vita di un uomo”. E’ uno dei pochi libri che non mi stanco mai di riprendere in mano e rileggerne qualche pagina. E’ vero; in Tessere vi sono diverse poesie che ho composto di getto, ispirandomi chiaramente allo stile del “primo” Ungaretti.

 

Domanda 3 – La nota analitico-critica di Mario Grasso segnala certa amara dolcezza nella sua poesia. Anche di questo desidero chiedere, cioè se lei condivide il parere e voglia dire diffusamente sui contenuti, pur mantenendo quella reticenza che si addice propri ai poeti.

E’ vero. Nel mio carattere c’è una discreta componente di “spleen”; forse è l’influenza della lettura di Baudelaire nei miei anni giovanili. Mi piace soffermarmi a riflettere su certi particolari aspetti della nostra vita. Dalla tristezza per un amore travagliato o non più corrisposto, alla dolce malinconia di un momento di felicità. Che tuttavia è fugace, come la bellezza acerba di un bocciolo di rosa, che potrà raggiungere lo splendore della maturità, ma che inevitabilmente sfiorirà. Vero è che  sappiamo pure che, se opportunamente coltivato e curato, quello stesso roseto darà nuovi splendidi fiori.

 

Domanda 4 – Dalla filatelia, agli scacchi, alle immersioni subacquee, etc.lei non lascia spazi vuoti al suo tempo libero. Ce ne parli.

In realtà la maggior parte del mio tempo libero la dedico alla lettura: poesia, saggi, romanzi. Sono un divoratore di libri. Inoltre mi piace esplorare e mettere sempre alla prova le mie capacità. Oltre alle passioni dichiarate ci sono stati nel passato prossimo o remoto maldestri tentativi di suonare il sassofono o di esprimermi attraverso la fotografia, e altri ancora. La passione per la filatelia l’ho riscoperta da un paio di anni, focalizzando il mio interesse su francobolli e lettere italiani del periodo 1850-1870, a cavallo dell’Unità. E’ anche un modo per studiare la storia d’Italia al di fuori degli stereotipi che propina la scuola. Invece gli scacchi sono il mio sport preferito da quasi cinquant’anni. Occorrono fantasia per impostare una strategia di gioco, rigore e precisione per le applicazioni tattiche, concentrazione, rispetto delle regole, “cattiveria” in senso sportivo, s’intende. Chi non lo pratica non può comprendere quanta energia mentale venga dissipata su una scacchiera durante una partita. Infine, circa dieci anni fa ho scoperto il mondo fantastico delle immersioni subacquee. Da un lato la bellezza dei colori e dei giochi di luce. Ho fatto decine di immersioni negli stessi siti (per esempio nei bellissimi fondali prospicenti Acitrezza) e ogni volta c’è l’emozione di vivere qualcosa di unico e irripetibile. Dall’altro lato il piacere profondo di essere sospesi nell’acqua e di governare (con pochi piccoli accorgimenti) i movimenti lenti proprio corpo. Le passioni che coltivo sono così diverse tra loro e danno diversi tipi di emozioni, però hanno un fattore comune: il silenzio. O meglio vengono svolte in silenzio, ma danno l’opportunità di incontrare e di condividere esperienze con tanti altri appassionati e quindi di conoscere sempre nuove persone.

 

Domanda 5 – La sua attività intellettuale-professionale, tra la docenza universitaria e tutta una produzione di ricerche scientifiche la induce a settori in cui è tutt’altro che sogno il procedere. Eppure lei trova animus e tempo per tante attività. Ce ne accenni.

Forse la mia è una visione panteista del mondo, ma io trovo tanta “poesia” nelle numerose diverse manifestazioni che un vulcano, in particolare l’Etna, produce. Ne consegue che non ho mai considerato le mie ricerche come una sterile applicazione di leggi fisiche o formule matematiche, ma piuttosto la opportunità di comprendere (anche soltanto parzialmente) l’armonia naturale che sta alla base dei meccanismi di fenomeni, come terremoti ed eruzioni, talvolta anche violenti o disastrosi per noi uomini.

 

Domanda 6 – Dalle Marche della sua Senigallia alla Sicilia etnea, la sua “acclimatazione” in questa terra siciliana del fuoco e delle arance quali agevolazioni o difficoltà ha incontrato?

Ero stato colpito dalla bellezza selvaggia dei paesaggi di questa terra durante una breve vacanza a Taormina nel 1978. Due anni dopo, appena laureato, ho deciso di venire a viverci, un po’ per amore e un po’ per cercare un’opportunità di lavoro nell’ambito della ricerca su terremoti e vulcani. Durante i primi mesi ero “scandalizzato” dal diffuso mancato rispetto delle regole del traffico e degli orari degli appuntamenti. Ma rapidamente ho imparato ad apprezzare il generale buon senso che era alla base di tanta “flessibilità”. Ho soprattutto avuto la fortuna di essere accolto come un figlio da persone decisamente buone. Ragion per cui, il clima meraviglioso, l’umanità delle persone, la bontà e genuinità dei prodotti della terra e del mare, il fatto che l’Etna offra spunti forse unici al mondo per le ricerche in ambito geofisico-vulcanologico, mi hanno letteralmente rapito. Del resto in terra siciliana si sono incontrati i popoli di tutto il bacino del Mediterraneo, per cui un marchigiano con un po’ spirito d’adattamento, non poteva trovarcisi che bene. Anni dopo ho avuto un paio di offerte di trasferimento da parte delle Università di Camerino e di Bologna, ma non c’era nessuna ragione perchè lasciassi questa terra così ricca di forti contraddizioni, ma anche di fascino, di arte e di cultura. La terra, tanto per restare nell’ambito letterario, di Verga, Brancati, Patti, Pirandello, Quasimodo, Sciascia.

[a cura di Stefania Calabrò]