2013: Auguri responsabili a tutti

 

L’ultima immagine che mi ha lasciato il 2012 è quella di una bambina che risponde d’istinto alla mia domanda di riepilogo: «Dunque, che cosa ha fatto Colapesce, sorreggendo la colonna spezzata della Sicilia?». Senza esitazione mi ha risposto: «Ha rinunciato alla sua libertà, al divertimento, a tutte le meraviglie del mare per tenere per sempre la colonna che avrebbe fatto affondare l’isola! Si è sacrificato per salvare gli abitanti della Sicilia!».
L’ultima immagine che mi ha lasciato il  2012 è quella di una bambina che risponde alla mia provocazione: «E noi che cosa possiamo fare per far sì che il mondo che ci circonda sia migliore? Che cosa ci insegna la storia di Colapesce?». Ancora una risposta, estrema, come estrema e senza sfumature è la visione del mondo che hanno i fanciulli: «Dobbiamo rinunciare a noi stessi!».
Probabilmente, l’affermazione perentoria sarà stata eccessiva e d’impatto, ma conserva intatto il senso più profondo dell’insegnamento secolare di Nicola, mezzo uomo e mezzo pesce: rinunciare un pizzico al nostro egoismo e responsabilizzare la nostra vita per il bene non del singolo individuo, ma della comunità tutta. Mai quanto oggi questa leggenda e il suo protagonista sono attuali e ci costringono a fare i conti con noi stessi, con il nostro senso di responsabilità, di comunità e, soprattutto per noi, di sicilianità.
Immediato è il richiamo al Canto III dell’Inferno dantesco, laddove soffrono senza essere né dannati né beati, coloro che «fama di loro il mondo esser non lassa / misericordia e giustizia li sdegna», tanto che «caccianli i ciel per non esser men belli, né lo profondo inferno li riceve, ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli». Chi rifiuta di rispondere alle conseguenze delle proprie scelte, delle proprie posizioni e decisioni; chi rifiuta a priori di decidere e scegliere, e lasciano che altri lo facciano per sé, non è degno di sedere né a fianco dei malvagi, tra le pene eterne, né tra i beati e i santi, nella luce eterna.
L’attento lettore avrà intuito che rispondere non è scelta linguistica casuale. Esso è infatti accomunato etimologicamente ed irrimediabilmente nella forma e nel significato al termine responsabilità: rispondere < respondere < re-, di nuovo, + spondere, promettere, impegnar la fede; responsabilità < fr. responsabilité < fr. responsable < responsus, p.p. di rispondere, + -bilem, desinenza morfologica «che accenna a facoltà di operare»[1.  Cfr. Vocabolario etimologico della lingua italiana Ottorino Pianigiani e GDLI De Mauro 2000.]. La forza e la bellezza dei sensi originari di entrambi i termini sono prorompenti e squarciano la coltre greve e unta che li ha oscurati e nascosti all’uomo, oggi più di ogni altro tempo.
Rispondere, come chiamata e impegno a rinnovare una promessa verso qualcuno, verso qualcosa, verso l’altro, verso il prossimo, la comunità, la società; verso un ideale, un fine nobile.
Responsabilità come risposta individuale e collettiva, qualificata e qualificante, a tale promessa, da comunicare alla comunità e al singolo doverosamente tramite il nostro stesso agire e operare!
A questo proposito, troppo fresco alle nostre menti per non riportarlo, è un bellissimo passaggio di Roberto Benigni, nella sua ultima apparizione televisiva a proposito della Più bella del mondo, la nostra Costituzione:

io non vi dico di rispettare la politica, vi dico di amarla, di amare la politica. È la cosa più alta del pensiero umano per costruire la nostra vita insieme, per organizzare la pace, la serenità e il lavoro. C’è solo la politica per poterlo fare […] non avere interesse per la politica è come dire di non aver interesse per la vita. […] Votare è l’unico strumento che abbiamo, ma per arrivare al voto ci sono volute migliaia, migliaia, per non dire milioni di persone morte per dare a noi la possibilità di esprimere ciò che desideriamo […]. Ognuno di noi ha più potere di quel che pensa […], ma la cosa più terribile è chiamarsi fuori, non votare.

 

colapesce

 

 


 

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