Visita al castello (tributo a C. E. Gadda)

castello sforzesco

Un frullo d’anima, l’arzigogolo di sdilinquire l’“io” tra i raggi vellutati con cui l’astro fiammeo,  appena equinoziale, molce nell’aura diafana una placida promenade, da non arruffarsi, ben inteso, con quel­l’“io” che vi passeggia. “Io sono un passeggiante dun­que io sono una passeggiata”, fu il sardonico commento del nominalista, filosofardo di Malmesbury alle candide meditationes dell’accolito orangista poi transfuga nell’arme bavarese, padre del cogito e del metodo per l’inventum mirabile; un buon cristiano, quest’ultimo, con la falotica ispira­zione di calettar meccanicismo e fede ficcandoli nella glandula di massa pineale, ma ben più noto per l’eponimo geometrico degli assi ortogonali, su cui incurvare diagrammi di funzioni ed integrali in calepini assai indigesti agli scolari.
Un salubre anelo dunque, che con effusioni d’uno zefiro cherubico attolse dalle solerti cure degli studi, (devoto vincolo al trasognato voto di Dottore), stornò la mente verso la fresca albasia del pelago fronzuto.
Da pulverulenti giorni non m’occorreva di tra­versare il parco nell’ottobrino tepore di meriggi già fumidi dei combusti di caldaia, degli aromi spanti dal ceruleo sfo­care di fiammelle, alchimia di marmitte straforate, nel cui ardore, ecco finalmente, filosofali pietre dalla bizzarra silhouette, le leccor­niose caldarroste. In un perfetto ilozoismo indiffe­rente a solitudini proprie e altrui, a tal riguardo il parco non s’era mai scomposto. Si sdipanava come sempre nei viottoli scalpicciati fra i grumi di fanghiglia, sterrati dalla scoppiettante frenesia dei motocicli sino alla calafatura di vischiosi idrocarburi dall’in­eluttabile e coerente rettitudine. D’intorno con aggrazziata voluttà mortuaria stava un mosaico di foglie palminervie, manto di rame insecchite e falbe, talora ammancite in epitaffi sulle radici d’ippocastani, farnie e pini nocchioruti, attorti dai parassiti della scorza in un proliferante ateismo flo­reale.
Dal limaccioso stagno d’antracite, maculato del biancore carnicino di rizomatosi gigli d’acqua, melmose trine alla vanità dei cigni, la coltre d’aria si stemperava su d’un piano invisibile, affa­stellato d’ossidi e anidride sino all’imbelle creatura del Cagnola. Quel arco che sulla bronzea sestiga della pace, chissà poi perchè, principiato dal canglore delle battaglie in onore al Bonaparte, sfanfara con ricolto gusto neoclassico l’indipendenza della patria.
Crepuscolari memorie smarrite nel rudere delle epoche passate.
“Esecrate cose di buon gusto” tutt’al più, si sarebbe detto mestamente guardandosi all’intorno. Sui sedili incalcinati d’un alquanto modesto anfiteatro, tutto graffito e sul fondello asperso dall’acre lezzo dell’urina, rotolavano imperturbabili bòmbiti di congas e percussioni d’ogni risma. Con cadenza serrata sempre sul punto d’ammiccare ad un crescendo immancabilmente rinculato, una subitanea orchestra di musici sbracati ma narcisi sgranava la propria sinfonia tambureggiante. L’operoso golfo mistico proruppe in incalzanti virtuosismi sulla pelle di vitello, quasi cercando con sotterfugi d’eso­tismo l’avita formula dell’arte primitiva. Superfluo insistere sull’effetto cagionatosi dopo l’iniziale e benaccetto ascolto: il ritmo tropicale, ver­dicante come una selva caraibica, si trasmutò, ahi loro, nel compiersi di pochi quarti in tappez­zeria di lacere cadenze sull’aria già gualcita. Ma ancor più grossa di codesto tribale affaccendarsi s’attagliava la caricatura dei giovinastri più stonati, quelli che a frotte squinternate s’eran sparnazzati, come famiglie di funghi prataioli, sull’erba alluma­cata.
Quivi si consuma in gran messe il rito studentesco, giacchè il dopodesinare, si sa, è Eldorado ozioso di barlocchi per lo più agli studenti (e ad esser retti, sovente pure delle torme docentizie). In chiostre umane più impene­trabili del cotto delle cinte, s’atteggiavano, con le più graziose sguaiataggini dell’età detta postedipica, ai sacramenti religiosi che sui monti della Siria, più d’otto secoli orsono, coniavano il nome “assassino” dalle sacerdotali efferatezze dei bevitori dell’hasis. Manipolata l’infiorescenza della canapa con dita svelte come arcolai, il parco tutto era così pervaso dal fremer di veline lustre ed umettate, dall’argilla di coni turchesi o smeraldini, fungenti all’uopo da fornaci comburenti, ed al fine dagli innumeri pennacchi d’una fumea densa e bioccoluta.
Oh quali improbabili empirei dall’artificio del lirismo assembravano tali abbarcate costumanze che, piuttosto, fan degli inebrianti boli abborracciati con lucido per coppale, acido stearico miscelato a paraffina (alcano dalla formula CnH2n+2 n-variante fra 1 e 60, chè la chimica ricusa l’infinitezza per sbrogliare ab ovo il calcolo sulle omeomerie o strutture  molecolari dell’Onnipotente) e il più comune dei terricci, lo smer­cio preferito degli arguti imbonitori. Costoro, i cigli biondi sopra un’iride crudele e dolce, le chiome crespe a corona della bruna carnatura magrebina, sono adusi allettare con sorrisi irriverenti lo sbadato capriccio dei passanti. Nello sguardo torvo e sospettoso, ripetendo con biblica anarchia della parola la sined­dòche dell’ameno argot, pare voglian dire: “amico, ho il miglior fumo della piazza… non lo vuoi, allora levati dai corbelli con le premure dei gendarmi”, ché la di lor consuetudine d’oltralpe ram­menta alla favella silenziosa, più del nostro “birro”, il nome di quei carabinieri plurisecolari – li volle di fatto per primo Carlo VII – che è pure il medesimo dell’aringa affumicata. Così, pronti ad ammollare il nettare prezioso nei favi più impensati, dalle buche in terra ai cespi o agli anfratti incavati in scarni muriccioli, li si vede addensarsi  tra gruppetti schiamazzanti il cui folto, avendo a tiro la potentia del cliente, si sfronda da più parti in bisbigli carezzevoli: “fumo, erba…”.
Alcuni invece, più miti o timorosi, con commovente dedizione attendevano alla ruggine di casseruole e stoviglie per la frugale minestra clandestina, pronti poi ad intonar la preghiera verso l’urbe santa che nel serico confetto d’al Ka’Bah, sotto un’atra palpebra saettata d’oro e argenti, cela il basalto aerolito della pietra preislamita, veneranda pure al gran profeta degli angiporti di Medina.
Un po’ malconci, poffardio, codesti infedeli che tanto fecero per le tribolazioni di Pipino sui campi di Poitiers o della Lega che sul cobalto dei fiotti lepantini unì in coacervo al Papa, spagnoli e veneziani… Chissà che mai direbbero i crociati della cristianità innanzi agli avamposti saraceni dell’era  postmoderna: quelli d’acciarpati venditori di pimenti psicolettici!
Le sparigliate vesti sciupate da còltrici di trucioli e festuche, i mocassini scalcagnati e frusti, i calzoni di fustagno liso, i giacconi di pelle incartapecorita, ecco dunque i mori senza bacinetto e aurea scimitarra innanzi alla schiera epigone del devoto Carlomanno. Senza badare poi al sarcasmo della Storia, al chachinno dell’infante eracliteo seminato dall’ilari ali dei colombi: l’antitesi che gli ultimi vorrebbero essenziare con le patacche dei pastrani ritraenti i polloni fidi all’altro Carlo (al secolo Marx), nume protettivo d’ogni dialettico capriolare, anche quello dei mistici e dello stesso Dio[1.  Il cristianesimo è a tal proposito ateo fin nelle midolla, quando come disse S. Anselmo “non v’è più reale differenza tra dio e l’uomo”: basta invertire soggetto e predicato e, poffete, il gioco è fatto.], o i temerari bolscevichi latino-americani, ostentati tanto abitualmente da esser divenuti – disdoro nel cordoglio di tutta Santa Clara –  icone della pacchianeria più falsa e contraffatta. Se poi nella tenzone i nostri paladini somigliavano a un aspetto più cencioso e sciamannato, coi pletorici maglioni di grezza lana, i pantaloni, quelli di glauca tela ruvida apparsi prima della belle epoque nelle piantagioni d’oltreoceano, logori e scoiati per affermazione effimera ed in voga nell’imperio “casuale”, non ve n’era amarore o meraviglia: i volti lindi e ammammolati ravvolti in lunghe chiome intrecciate come rafia, innanzi al burbanzoso raccapriccio degli arabeschi ceffi testimoniavano soltanto la differenza fra il pensiero della necessità o della contingenza (ciò che infatti, con spinoziano beneplacito, è tale o così sembra nel modo dell’estensione lo è specularmente in quello delle idee).
Lasciati dunque quei mercanti a sbocconcellare ambrosia per i badalucchi degli scapati capelloni, nient’affatto timorati dei capillamenta di pulviscolo dorato o di falpalà, nastri e gale inanellati alle zazzere barocche del monarca Luigi XIV, l’andana fra il sottobosco meneghino appropinquò oziosamente agli spunzoni della ferrigna cancellata, alquanto rassicuranti, non v’è dubbio, per le bolse terga di chi l’avesse presa a mo’ d’aerea predellina. Son infatti già parecchi lustri che sul far di compieta l’angusto periplo di fogliami s’annotta inosservato nel cimmerio silenzio delle brume. Epperò quel incantamento che si conturba nella placenta delle tenebre ancora si può pensare che per l’immaginario sfugga, frammezzo a cuspidali picche, quanto nelle intermittenze d’una pellicola: ecco allora il lume argenteo della luna impigliato fra le fronde o le ramure degli arbusti, la sua brina riverberare sulla verzura un pallido brillio disfatto in diacci fremiti di brezza, intessuti poi da tentennanti folci con fragili, infinite lanuggini di seta; l’intera selva, dilavata dal fosforeo bruire delle rame, raccogliersi in un mantello di colchici aduggiati di lillà, scrollando infine l’ingemmata volta dall’appannato vapore dei petrolii distillati. E in tale sommesso abbraccio ogni cosa rivelata poi diversa da sè stessa: l’eburneo anfiteatro come uno scheletro di roccia ammutito sotto la notturna conca di zaffiri e gli svoli di vanescenti pipistrelli; i cigni abbandonati a segreti amplessi col biancicore d’una luce immacolata; l’urea paglierina, aspersa dalla spocchia dei cani sui tronchi rugiadosi, trasmutata in stille d’ambra; tutto, spiovuto dalla gora delle stelle, farsi cristallo per infrangersi nel canto dell’allodola.
Uno spettacolo attuffato soltanto nelle retine di guardiani tracagnotti e livreati o di quegli anziani senzatetto che imbacuccati nelle ciarpe asserpolate e nei rammendati cappotti di spigato (ausiliati da adiabatiche cellulose e scarpe avelte come babbucce d’ottuagenarie), eran soliti sulla vernice delle panche subissare nelle coltri di Morfeo, trasmigrando poi nella stagioni più agghiacciate verso i nidi degli androni o l’intrico di fondaci, gallerie ed ipogei dell’invetriata stazione dal fastigio un po’ fumè. Ciò che la longa manus del civico volere, insediato nel palazzo ornato di laconici agrimàni paralleli (quello del celeberrimo Marino), ha di seguito proibito rispedendo, senza scrupolo né cura, i suddetti tapini francescani alle pubbliche (e modiche) camerate in quel della via orografica o alle carità curiali dei peccatori acconci con talare ed aspersorio. Filantropia ambrosiana! Ma si sa, la conurbazione del liberty industriale, delle centrali elettrogene col loro strascico di ronzanti filamenti, dedalo minore di fili, elettromagneti ed eterei isolatori per la croca passacaglia dei tramvai, ha già così poco tempo per i propri divertisments serali da doversi limitare a  tiepoleschi svolazzi di tulle e taffetà sui sibaritici barbagli delle passerelle o agli ossimorici templi del consumismo iconoclasta per crapuloni dalle assai locupletate tasche (sotto massicci grattacieli grigio-tortora rintuzzati di trillanti uffici, ridda di relais, contatori, reti d’alimentazione, cavi coassiali e tutte le cablate matasse dei carteggi odierni). Un crogiuolo di whisky-à-gogò, raves e balere tanto autenticamente underground, da scomodare Lucifero con le schiere dell’averno in pompa magna ed angioliche corolle intorno a tinnanti salvadanai di propietari o locatori. Meglio allora che quelle paonazze e untuose membra aggrinzite sotto le baruffe delle capigliature si portino, anfitrioni a una minuscola e rubescente compagnia di sifonatteri ematofagi, lontano dalle delicate sclere e froge delle sciure, quelle, per intenderci, agghindate tuttopunto di bigiotteria e griffes dall’incontrovertibile e solidaristica misericordia.
Magari innanzi al verde mare campito sui portali delle chiese con lo strano e cenobitico desio di spandere blasfeme spire da mozziconi pencolanti, fra le argute bave, sulle labbra crepolate, e proprio dirimpetto agli screziati altari e all’aurea porpora distesa sulle pale; muta verità di matti, gli acciecati dal Padreeterno, figure sacrificali della Storia finché esso possa avere senso, forse i soli indiati assieme ai crocifissi… Oh creature nate da fertili effluvi nella semina del tempo, dalle ubertose zolle insubri, dall’ordito irriguo d’antichi borri, navigli, rogge e cateratte, dalle marcite zanzeranti o dalle  madide risaie, da ciò che i vostri lucidi guardi poterono mirare; coboldi raminganti cui soltanto dovrebbe pertenere il parco, fantasmatica isola d’un tadinesco Prospero e tutto il suo arcano microcosmo. Universo di monadi agglutinate in infiorescenze di corimbi, incastonate una dentro l’altra come nel chioccolante digradare di fontane; sublime armonia prestabilita al riparo dal rombante occasionalismo dei corsi camionabili; lontano dai cerei sfavillii dei globi elettrici invischiato dalla vastità del buio e richiuso su se stesso nel guscio pesto della notte. Sfiorato solamente dalle ombre soffici dei netturbini e, come un ovulo infagottato tra bambagie, circonfuso dell’olezzo di grassi saturi e viscidi insaccati rattenuti da scialbi pomodori: rosette oblate con blandizie scostumata ai pantagruelici avventori delle ore in cui anche d’inverno, poco lontano dai banconi dei chioschetti, tremulano le lucciole sui mesti cigli dei viali.

(Continua…)

Arco della Pace a Milano


 

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