Porte chiuse?

 

“La sola certezza fino ad ora è che il <<il futuro non è quello che era>>. Il prossimo passo è quello di riconoscere che in questa nuova cultura globale siamo tutti dei primitivi. Per progredire dallo status di semplici vittime delle nostre crisi a quello di esploratori, dobbiamo sviluppare il senso del giudizio critico in tempi critici”. (Derrick de Kerckhove)

Incipit: guardare il mare dal finestrino di un treno e sentirsi in gabbia.

In quest’era di condivisione di spazi e informazioni, della comunicazione globale, in questa che è una società digitale con assenza di confini e di limiti definiti, noi singoli individui come viviamo le nostra libertà, le nostre espressioni personali, il nostro muoverci all’interno di essa? Al centro di questa rete complessa di scambi, incontri, notizie, connessioni  sempre più virtuali e invisibili si erge nell’ immaginazione una parola: “relazione”. Il termine indica “un legame, un rapporto, un nesso esistente tra concetti, fatti, fenomeni, ognuno dei quali richiama direttamente e immediatamente l’altro”.  È  il rapporto armonico per eccellenza che esiste tra idee, concetti o persone fondato sulla simmetria e medietà tra le parti. Soprattutto la relazione è tra uomini e tra uomo e realtà. Le relazioni sono simmetriche perché il presupposto è che le parti in causa decidano consapevolmente e reciprocamente di aprire le porte della propria realtà all’altro dando accesso a significati, esperienze, emozioni reali. Come se ognuno di noi fosse dotato di una porta di accesso e fossimo noi a decidere quando tenerla chiusa e quando invece accogliere. La sensazione è che oggi le nostre porte siano sempre più spesso chiuse. Vantiamo lo sviluppo della conoscenza, la libertà di informazione, l’esplodere dei mezzi di comunicazione. Dalla nostra casa ci connettiamo con chi magari è dall’altra parte del mondo, accediamo a immagini che altrimenti ci sarebbe impossibile vedere, visitiamo luoghi che altrimenti potrebbero per noi essere irraggiungibili. Viaggiamo, parliamo, esprimiamo sentimenti telematicamente. Come in tutto, però, c’è il risvolto della medaglia. Siamo nel mondo solo se dentro il cyberspazio altrimenti siamo out, catapultati ai margini. Il controsenso del presente: soli perché fuori da un “non luogo”, da uno spazio irreale e non relazionale nel senso proprio del termine. Se provassimo a spegnere tutti i nostri dispositivi di comunicazione (cellulari, televisione, computer) cosa accadrebbe? Saremmo immersi in un oceano di silenzio, forse i più si sentirebbero persi, senza punti di riferimento, spaesati. Ma noi “abitiamo il mondo” e questa sensazione di vuoto è incomprensibile, irrazionale, è nel mondo che dobbiamo trovare i nostri spazi, incontrare volti, individuare relazioni. Gli spazi vissuti condizionano i fenomeni sociali. Detto questo, fermiamoci per un attimo, riflettiamo, godiamo dell’oceano di silenzio che ci siamo ricavati e chiediamoci: “ la degenerazione dei rapporti, la solitudine interiore che ci caratterizza, la falsa sicurezza di poterci in qualsiasi momento connettere a milioni di persone, la falsa sensazione di non essere mai soli da cosa deriva?”. Ci muoviamo e interagiamo in una sorta di vuoto senza confini e riferimenti spaziali e temporali. Lo spazio in cui viviamo dovrebbe essere insieme di esperienze tangibili, di simboli riconosciuti e compresi, di rapporti sociali intrapresi e coltivati, dovrebbe essere il nostro modo di fare esperienza. Lo spazio così inteso è condizione e simbolo dei rapporti sociali. Nel nostro cyberspazio senza limiti e confini, invece, è esso che determina le forme sociali ponendosi come entità estranea a tutti gli esseri che lo abitano, i quali non sono altro che determinati da esso nelle loro esperienze. Citando Marc Augè “se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi né identitario né relazionale né storico, definirà un non-luogo”. Oggi viviamo la maggior parte del nostro tempo in “non-luoghi”. Non bisogna demonizzare l’utilizzo di determinati strumenti che il progresso e lo sviluppo ci hanno fortunatamente messo a disposizione, ma l’assoluto predominare di modelli e simboli e stili di vita che di sociale e di relazionale hanno ormai ben poco. Il prevalere dei “non luoghi” come spazi di vita e di identificazione sono oggi il frutto di alcuni tra gli eccessi più devastanti della nostra contemporaneità: eccesso di informazione, di immagini, di individualizzazione. “Alla casa come dimora si oppone il transito; alla piazza che sorge da un crocevia si oppone lo svincolo – che serve per evitarsi -; al monumento che storicizza e pone un punto di aggregazione si oppone l’insediamento commerciale periferico; al viaggiatore si oppone il passeggero. Da qui nuove identità, anch’esse non, costruite sulla contrattualità solitaria, sullo spaesamento, sul non piuttosto che sul con”(Città nude, a cura di Camillo Boano e  Fabrizio Floris). È l’illusione della nostra epoca, la più terribile e perfida, quella di essere padroni del nostro tempo, di poter controllare i nostri spazi, di avere libertà di movimenti e di pensiero. Siamo noi controllati, noi vittime di mode e di tendenze, diffuse e imposte da chi attraverso i nostri amati mezzi di comunicazione sceglie cosa è comodo far passare e filtrare per addomesticare e ingabbiare il vero pensiero libero. Le mani che digitano queste parole sono mani di una giovane ventisettenne che legge tra le righe della storia che la sua generazione sta scrivendo un senso di perdita, di svuotamento. Perdita di idee, di voglia di affermare la diversità, di padronanza, di scelta, di conquista, di comprensione della poesia reale che è nei rapporti reali. Siamo masse in movimento, gruppi indistinti, dove le identità non si formano ma si disintegrano, si sbriciolano e si smarriscono tra troppe informazioni, nella bugia di avere accesso a tutto e nella solitudine di vuoti di gabbie invisibili. Individui che sentono il bisogno di condividere, in tempo reale, su un social, il loro trovarsi da qualche parte o il vivere un momento, un avvenimento, perdendo di vista la bellezza dell’assaporare l’attimo perché schiavi del desiderio di far sapere ad altri, di far vedere ad altri. Esternamente ci alieniamo in spazi omologati e internamente implodiamo ingabbiando noi stessi. Gabbie interiori che rendono quest’illusione di libertà sempre più tragica. Siamo la generazione che più soffre in realtà di forme di dipendenza e di schiavitù, e sempre meno unita nel combattere per un futuro che di certo non ci sorriderà. È un vortice  che travolge in modo folle e disgrega qualsiasi forma di identità. Se ritornassimo alla lettura dei libri, all’incontro in spazi di aggregazione reali, alla parola e all’ascolto, ad una realtà fatta di sensi e non di schermi forse saremmo davvero dei rivoluzionari e tenderemmo a quel non convenzionale che sarebbe il motore di un vero cambiamento.

Conclusione: “C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo. Il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l’avventura. La gioia di vivere deriva dall’incontro con nuove esperienze, e quindi non esiste gioia più grande dell’avere un orizzonte in costante cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso… Non dobbiamo che trovare il coraggio di rivoltarci contro lo stile di vita abituale e buttarci in un’esistenza non convenzionale”  (Christopher McCandless).

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