Presenze giustificate

IL SANDALO DI EMPEDOCLE

La poesia, il mito, il richiamo notturno del piviere dorato, che cerca acqua tra una sosta e l’altra del suo estenuante migrare dall’Ellesponto al Nilo. Inconsapevole, probabilmente, del suo DNA che prescrive il viaggio di ritorno in autunno, il ripercorrere la medesima rotta, guidato dalle luci del firmamento. Da quale Colombre fugge col suo lungo volare, quale Colombre va a incontrare il suo istinto alato? Cosa resta del suo richiamo, oltre la eco che inganna con vacuo segno l’istante? Un istante.
Forse le ricerche delle scienze umane non privilegiano adeguatamente l’universo intero, per un confronto tra i codici di comunicazione dei suoi innumerabili inquilini. Resta al centro l’uomo annaspando a riscoprire, indagando nel mito. Ma il mito è stato organizzato dall’uomo stesso. Non possiamo escludere barlumi di certezze quando affermiamo che qualsiasi argomento evochi lo scrittore altro non descriverà che se stesso.
Quale vantaggio tenta di raggiungere il canto subliminale divenuto scrittura, pittura, codice musicale, flatus vocis, etc., a confronto col richiamo del piviere dorato? Richiamo notturno, perché il volo dei migratori è guidato dalle stelle e carburato dalla luna.
Il confronto compensa la scommessa umana quando s’appiglia al mito. L’immortalità dell’uomo in quanto ripetizione, bindolo girevole che attinge l’acqua alla sua sede sotterranea, per versarla in superficie, dove ingegnose tecniche umane la costringeranno a servire voleri preordinati. Ma, la poesia? Cosa significa questo sinonimo d’orma personale d’un passaggio, identità momentanea di risonanze universali, sovente velate dall’inesprimibile, etc, etc.? Ed ecco il mito a spiegarne lo scopo, più che la accertata provenienza. E il cerchio è concluso. Come nella figuralità del bindolo (che nel vocabolario di Sicilia è zzenia) quando gira per agevolare ai contenitori vuoti la immersione nella falda acquifera sotterranea, quindi risalire colmi e rovesciare il contenuto nella vasca da cui si diramano condotte, canali, tubature, che consentono lo sfruttamento dell’elemento arché ton panteon. E il giro continua.
L’utilità dell’acqua, la sua insostituibile funzione, potrebbero essere metafora adatta a rappresentare qualche significato della poesia. Almeno uno. O forse due, perché occhieggia quanto mira a fondere lo specchio-mito di Narciso, acqua-specchio, con il mito di Empedocle. E la esemplare levità di tale fusione potrebbe costituire il punto in cui avviene la saldatura del cerchio magico della poesia. Il sandalo di Empedocle, cioè l’unica traccia lasciata dal pensiero corrispondente all’unico segno tangibile lasciato dal filosofo che scelse di trasformare in sbuffo di vapore il proprio corpo, tuffandosi nelle fauci dell’Etna. Rimase un sandalo, forse lasciato intenzionalmente, forse sfilatosi nel momento della rincorsa.
Ecco, la poesia come reperto-reliquia che si destina a testimoniare nel futuro un passaggio, un momento della vita, che altre vite come quella del piviere dorato non possono lasciare. Un sandalo.

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tiralongoLeggendo le poesie di Ilary Tiralongo, chissà per quali subliminali richiami e complicazioni, ci è venuto di pensare alle lezioni di umanità contenute in un libro di Same Bellow, intitolato Cerchio magico. Un esemplare saggio, che contiene condensato un quarto di secolo di ricerche svolte dal nostro caro amico studioso, già direttore dell’americano Art Magazine, nonché critico d’arte del New York Times. Cerchio magico è il saggio-biografia su Gertrude Stein.
Curiosa associazione la nostra, se si considera la giovanissima età della avolese Ilary Tiralongo e la significativa proposta di “Malerba a gocce” (ed. Prova d’Autore, 2013), suo esordio letterario. Soccorre l’alibi dell’aver colto tra i versi della silloge un’aura d’inconsuete istanze, un sofferto ammiccare a dimensioni altre, rispetto al diapason della consuetudine epocale, come diagramma della generazione dei nati nell’ultimo decennio del Novecento: “Tra sconosciuti mi sento a / casa, viva: / raccolgo gemme tra / ciottoli impolverati. / La verità sta in queste vie, / nel loro vociare: / diversità, brio. Io.”
Sia chiaro, non siamo al bureau del rilascio patenti di poeta; la nostra “verità di uno”, pone una motivata ipotesi assumendo la responsabilità dell’onus probandi. In altre parole sentiamo il dovere di esternare un parere sulla ricerca letteraria di Ilary Tiralongo partendo dall’algebra di alcune sue conclusioni che fondono la densità di significati, esiti di una allarmata tensione interiore, a esemplari levità espressive. Qui azzardiamo che possano essere proposte a chiave di lettura dell’intera silloge i versi che citiamo: “Odio tutto quello che ho dentro / e ho fuori tutto quello che metto; / ombrose vesti e sciarpe volanti / fan di me la donna che non c’è, / abiti ambrati e cappelli di chiffon / fan di me ciò che non so”. Affermazione cui fa eco una riflessione ad alta voce, che rivendica la condizione epocale-sociale, assillo delle generazioni eredi del “Secolo breve” (…) da oriente a occidente / l’anima vaga, scappa inquieta, / Cosa ne sarà di noi, / figli di rivoluzioni mai avvenute? / Squilibrati giocolieri dagli occhi ingannati…”.
Argomentazioni queste, che ci sembra possano essere ulteriormente supportate dalla accattivante formula definitoria-definitiva del titolo della stessa plaquette: Malerba a gocce, sapida-ironica locuzione che, di là della sua beffarda allusività a improbabili terapie erboristiche, potrebbe spingere il lettore a un rilancio, tra immaginazione e fantasia, che aggiunga profumi esotici al condimento letterario di base, fino a associarvi una meluschiana avena del diavolo, scomodando, col simbolo delle calorie energetiche, l’algebra di quanto possa urgere, appunto, tra immaginazione e fantasia per uno sconvolgimento dell’ordine naturale delle cose.
Insomma, il nostro tentativo a voler smentire la consueta ipocrisia di tutte le prefazioni potrebbe concludersi con un “chi vivrà vedrà”, ma a patto di costituire, fin da ora, da queste dense gocce di malerba, una orgogliosa scommessa a favore di Ilary Tiralongo, eccellente voce di forte autenticità letteraria e che ha e avrà momenti importanti da proporre attraverso le sue scritture, non solo creative.

 

GLI OTTO VENTI E UN CANZONIERE D’AMORE IN SICILIANO

Un canzoniere d’amore in tempi di poesia come privazione può far battere le palpebre tra sorpresa e stupore. Infatti è un canzoniere d’amore questa impetuosa e accattivante silloge di liriche in lingua siciliana di Gabriella Rossitto. Un canto impresso su pagine sfogliate da tutti i venti, che intanto soffiano note e parole in codici a chiave di violino su canne d’organo, che sono di metalli fusi a temperature laviche. Le temperature proprie dell’area catastale etnea, nella quale la poetessa vive, opera e canta ora a “na vanedda scurdata” ora a una “luna cianchina”, tra “acqua a tinchité” e “tussi minera”, intrammezzando delicate tenerezze (Fammi addivintari / nicanica / accussì restu ammucciata / nt’ê to’ ochi / e nuddu mi vidi / sulu tu / ca d’amuri mi duni / muddicheddi fujuti / e ventu di risinu”) con complicità di “n occhiu i suli”.
Ci soccorre memoria per affermare l’originalità della ricerca lirica di Gabriella Rossitto, che alla novità di un canzoniere d’amore alrossitto femminile, ( Çiuscia – pagg. 96, € 10,00 – ed. Prova d’Autore, 2013) affidato ai venti,  – che non sono quattro, come nella logora locuzione del modo di dire, ma ben otto e tutti autentici,  – aggiunge e coniuga una esemplare padronanza linguistica impreziosita da un campionario lessicale palagonese, modulandone fascino e sonorità con accorgimenti metrici che dimostrano complementarità di importanti carature letterarie.
Çiuscia è dunque un “otre dei venti” aperto, e il soffiare (çiuscia, çiusciari, soffia, soffiare) anima di movimenti e richiami un magico castello di suoni e colori, dove ogni segno brilla al proprio posto e le parole sono, ciascuna, elemento di un mosaico, tessere del disegno che, di pagina in pagina, si fa scultura, voce, sagoma, armonia. Se un elogio va premesso a ciascuna ricerca intrapresa a salvaguardia di una lingua che va estinguendosi, per questo si dovranno moltiplicare lodi e riconoscimenti per quanto Gabriella Rossitto ricompone e ripropone. Forse si dovrebbe, dopo la premessa imprescindibile sulla complessiva caratura eccellente, dal significato che s’impone, appunto, al recupero di un serbatoio linguistico che sarebbe stato fatalmente destinato all’oblio, se la padronanza del vocabolario e l’amore per i codici cari al catasto della espressività propria del territorio, come serbatoio linguistico dei padri, non avessero dato alla genialità letteraria e creativa della poetessa palagonese, il destro e l’estro per questa sua nuova opera, che aggiunge coerenze di continuità a “Russania” del 2010, in siciliano, e a “Il bianco e il nero”, del 2002, nella lingua della comunicazione nazionale.

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Tenderemo a chiosare meno la delizia dei contenuti di Çiuscia, per lasciare alla piena fruizione di lettori le avvincenti proposte che infiorano il libro. Questo per dire che a ogni apertura di pagina spunta e brilla una sorpresa di combinazioni nuove, in perfetta tenuta rispetto al cambiare del vento cui ciascuna sezione viene dedicata. E sono imprevedibilmente allettanti le brezze complementari che la poetessa ricrea tra mutare di aure e soffiare, ora impetuoso e ora blando come carezza. Come a ricordare di quanta bizzarria e mutevolezze siano caratterizzati i venti, dalla dolcezza, agli intriganti umidori sciroccali, dal veicolare profumi al penetrare gelidi nelle ossa, come ci ricordano i proverbi propri della sapienzialità popolare siciliana. “Quannu u ventu ciuscia iddu ppi iddu percia corna di voi, zucca e piriddu” (Quando il vento soffia con tutta la sua forza, penetra nelle corna dei buoi, nei tronchi degli alberi e nelle sementi).
E allora lasciamo che il vento faccia il dovuto effetto quando çiuscia, e rivolgiamoci alle incanalature che l’architetto-poetessa ha disposto per rendere efficace l’utilizzo di così naturali (e libere) energie. E siamo alla forma, alle modulazioni espressive, e a tutto ciò che prima qui abbiamo definito recupero di vocabolario. La scrittura viene, da Gabriella Rossitto, adeguata a combaciare con la più corriva sonorità della parlata propria del siciliano (velocità-suono). Un fonografismo che cattura immediatamente la simpatia del lettore deliziato dai ppiccomora, funnufunnu, casanica, coccabanna, nichittamia, npizzuddicchiu… e tanto di altro che codifica felicissimi chimismi lemmatici, osmosi di significanti sostantivo-aggettivo; preposizione-avverbio; vezzeggiativo-possessivo, in armonica efficacia di rese fonosemantiche non sempre traducibili nella lingua della comunicazione nazionale.
Inoltre la coerente scelta fonografica nel saldare l’articolo indeterminativo al significante per ricreare suono, levità e velocità (corrività) propri, come sopra ripetuto, della espressività siciliana.
Infine l’esaltazione di momenti e usanze di un mondo calato nella tomba della storia del costume locale, di cui troviamo esempio in Nucidda, dove la evocazione del verbo zziccari farà ricordare ai più anziani l’esercizio di abilità nel disporre le dita della mano per sottrarre al contendente la nocciolina al momento di giocare, appunto, con le noccioline. E qui, la Rossitto, con grazia e geniale accostamento metaforico, allusivo e di singolare efficacia, evoca l’antico passatempo servendosi di una fulminea locuzione-endiadi significante “Mi zziccasti”, restando coerente al suo canzoniere che qui celebra uno dei capitoli dell’amore con la grazia e la delicatezza definitoria della perfetta liricità. “Mi zziccasti / comu na nucidda / a prima vota / era n jocu / a secunna / ppi sbagghiu / a terza…(…)”.

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