Graffi d’Africa. L’eleganza africana.

Prima di arrivare in Africa mi ero informato.
Da quel che leggevo sembrava che ormai, a parte la fine dell’apartheid, dalle parti del Sud dell’Africa ci fossero solo violenza, furti, rapine continue e i famosi Hijack, gli assalti armati e improvvisi per prenderti la macchina e tutto quello che hai.
In un documentario sull’Hijacking mi ricordavo che addirittura la BMW, la casa automobilistica europea, aveva inventato una berlina anti Hijacking proprio per il Sudafrica: un sistema a gas lanciafiamme che si accendeva attorno all’auto ed inceneriva l’attentatore schiacciando un pulsante.
Mah.
Certo, non dovevo andare a vivere proprio in Sudafrica ma mi sembrava si stesse un po’ esagerando.
Così un po’ perplesso da questi deliri avevo chiesto conferma soprattutto a chi era stato lì.
Una mia amica-che aveva vissuto proprio tra Sudafrica e Swaziland per qualche anno-aveva però sottolineato:
-Quando vai in giro ricordati che è sempre meglio non mettersi mai vestiti con la marca in vista: per noi è normale ma lì vanno giù di testa.
-Mettiti solo roba che non possono riconoscere, evita marche famose che per noi sono normali come Nike, Timberland e Adidas; evita cose così altrimenti pensano che tu sia pieno di soldi e non ti fanno respirare.
Bene.
Impacchettato tutto, saluti, raccomandazioni e partenza.
Destinazione Lesotho.
Check in, scali, corse, cambi, documenti, ore e ore di volo, ritardi, attese, infine arrivo a Maseru, Lesotho con un bimotore.
Ore e ore di ritardo.
Mi accolgono due persone che erano rimaste ad aspettare lì per il ritardo.
Notte fonda.
Altro viaggio. Destinazione: piena campagna.
La stanchezza rende tutto informe.
Ho l’Africa intorno ma il buio la inghiotte.
Arrivo dove mi avrebbero ospitato: una missione in piena campagna.
Altri saluti, benvenuto, discorsi e battute di cui nemmeno ho ricordo.
Altre parole e raccomandazioni mentre tu invece sei un animale stanco e catturato: Senti solo gli odori, vuoi solo dormire.
Credo fossero le sei del mattino, nemmeno quattro ore di sonno:
Bussano, bussano, bussano, mi svegliano, vieni, andiamo, facciamo, vieni, dai non ricordi che ti abbiamo detto ieri, vieni dai, muoviti siamo in ritardo.
Non capisco nulla. Zero. Non so dove sto andando né con chi.
Piovo in una macchina.
Salgo.
Saluto.
Mi guardo intorno.
C’è un autista che guida.
C’è un vescovo imporporato al mio fianco.
Mi guarda.
Sorrido.
Mi guarda.
Sorrido.
Mi guarda e con elegante discrezione mi dice:
-Vuoi venire così? – mi dice accennando a cosa ho addosso.
Chino la testa e controllo.
Beh forse ho un po’ esagerato: sono vestito col pigiama di pile.
Roba inguardabile per cui mi avrebbero preso per il culo anche i miei coinquilini.
Scuoto la testa e sorrido al vescovo.
-In effetti… – gli dico imbarazzato sorridendo – attenda un attimo – concludo prima di schizzare fuori dalla macchina per cambiarmi.
– Siamo in ritardo! – mi urlano dietro.
Stanco, spaesato, trapiantato, apro la valigia, prendo due cose e schizzo fuori.
Ripiovo in macchina.
Il Vescovo sorride e accenna all’autista di andare. Il suo sorriso è bonario.
Sembra dire: non dire che non ti ho avvertito.
Era vero: lui ci ha provato a farmelo capire gentilmente.
Ma ormai è troppo tardi.
Riguardo come sono vestito: pantaloni militari, scarpe da trekking e felpa del pigiama.
Giusto per prendere le lumache.
Giuro che non ho mai visto così tanta gente elegante come quel giorno.
Giuro che non ho mai conosciuto così tante persone importanti come quel giorno.
Giuro che era la festa più importante cui sono mai andato in quattro anni.
Giuro che non sapevo cosa fosse l’eleganza africana mentre stringevo le mani ad imprenditori, politici e ministri.
Giuro che quello vestito peggio non avrebbe sfigurato agli Emmy Awards.
Giuro che non ho mai riso tanto con me stesso se non quel giorno.
-Vieni vieni che facciamo la foto col primo ministro – mi dicono mentre io continuo a ridere ancora di più.
Una delle feste più imponenti e tutti che venivano a salutare l’italiano arrivato il giorno prima.
Mi tendono la mano, mi guardano vestito così e rimangono spiazzati.
La loro faccia in pochi attimi dice: ma come, voi italiani non siete ricchissimi ed elegantissimi?
Io per lo meno sorrido, anzi rido.
Sembro io l’unico felice.
Sembro io l’unico povero ma felice.
Sembro io lo stereotipo dell’africano.
Peccato. Ci tenevano.
Peccato ci tenevano davvero all’Italian Style prima che io ne rovinassi la reputazione.
Peccato, ci credevo anch’io che l’Italian Style fosse primo al mondo prima di vedere un ballo improvvisato lì.
Mi si mette davanti una schiera di giovani: ragazzi e ragazze. Di strada, di campagna. Poverissimi.
Cominciano a ballarmi davanti.
Quasi una sfida, quasi un saluto, quasi un benvenuto – quel ballo.
Mi guardano fissi mentre ballano.
Io ho smesso di ridere.
Mentre un ragazzo balla a petto nudo con un bastone in mano e la tuta da operaio aperta sino alla vita io non rido più.
Non rido più perchè non ho mai visto tanta eleganza se non in quei corpi sinuosi, movimenti armoniosi e in quegli sguardi.
Uomini e donne giovani che ballano e mi guardano fissamente.
Io non avevo mai visto uno sguardo così in vita mia: la sfida senza aggredire, l’invito senza il sesso, l’orgoglio di sé ma con rispetto per me.
Eleganza dello sguardo.
Una cosa mai vista.
Eleganza pura.
L’eleganza, eleganza africana.

 

sguardo africa

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