Braccianti

 

Ci sono uomini che come scorpioni
occultano nel sole la schiena,
curva ed ossuta quanto la carena
di barche, più mesti dei bui casali.
Uomini che appena l’alba solleva
i cigli degli sterri nei suburbi,
a centinaia come farfalle fremono
adagïate sulla calce gialla
e biancastra del mattino, fra gli urli
di reti e lamiere, sulle trame
degli scheletri d’autocarri spinti
dalla notte ai cimiteri degli orti.
Uomini che tra filari d’arance,
limoni e cattedrali di frutti
si fanno martiri per dei cristalli
di luce sui rami, sfuggendo invano,
come il ramarro a molestie di bimbi,
e l’ombra di fronde e di cirri al cielo
smosso sullo stagno d’un secchio;
e là dai tronchi in cui hanno sollievo
nemmeno trovano alcuna pietà,
troppo amara è la gogna, il vecchio
supplizio dell’acqua. Mentre è la gola
un pozzo prosciugato, così riarsa
fra le crepe di terra, sabbia di lacrime
sparsa nel greto asciutto dei volti;
nemmeno una goccia ̶ non una! ̶ liquore
dell’aria, dalla sua tazza di foglie
sia alle loro labbra concessa: rose
seccate dal respiro, dal tormento
cui il dispregio d’aguzzini non porge
che il sorso dei suoi spiri serali.

Ah quei frutti offerti nel turibolo
d’aromi come un pegno d’amore
per una sete e fatica ancestrali,
non sian per quest’uomini altro che pietre
sulla sporta di membra più esauste.
E piangono, piangono gli alberi
per quei braccianti con la pelle d’ebano
e tarsie di cicatrici, il languore
negli sguardi d’avorio e la dolcezza
dell’onice; uömini venuti
da lontano con la discretezza
del dolore avvolta negli stracci
miserevoli della dignità,
di fede che né l’ingiuria o il bastone
posson strappare agli abbracci dei fiori.

Ci sono uomini che offrono frutti
dall’uggia del profondo mezzogiorno
ai ristori e alle cene quotidiani,
a bramosie e lupanari di cibo.
Sì! Apriamoli, ma prima del rito
che tagliandoli riversi la polpa
degli universi racchiusi fra i grumi,
con obbedienza vi si cerchino anche
le carezze di mani che lavano
come acqua sulle scorze la colpa,
senza nome, che qui li condanna.
E guardando una ferita d’agrumi
si pensino le rughe sulle dita
tanto affini; dal deserto e dal mare
nelle fughe inferte ad uomini
che tra i frutti cercan solo una vita.

© Alessandro Penso

© Alessandro Penso

Print Friendly, PDF & Email