0

Abbracciare un pensiero. Ovvero est modus in rebus.

È quasi impossibile, in selezionate occasioni di eventi – le cui rievocazioni informali possono legittimamente provocare riverberi da risentimento in chi legge o ascolta – esprimere fino in fondo quanto urge di acquisito per esperienza o per intuizione. In altre stagioni del passato prossimo si sarebbe detto che è bene rispettare forma e “galateo”, voce che potrebbe essere meglio esplicitata coi suoi sinonimi: diplomazia / ipocrisia. Un avvisare sul deprecabile che ha radici molto più remote di quelle collazionate da Monsignor Della Casa, quanto a tradizione scritta. Infatti è stata volgarizzata fin dai tempi di quel latinorum che non smetterà di ricordare a tutti che: “Est modus in rebus”.

Con altre parole: si tenta di abborracciare un concetto sulla delicatezza di un momento come la dipartita di una distintissima e cara persona, quale Luigia Ferro, giovanissima e di singolari qualità naturali tra sensibilità e erudizione, dipartita che indurrebbe a pubbliche riflessioni sulla grande impostura morale e civile della nostra epoca di psicanalisi e ansiolitici, riflessioni che tenderebbero la risalita verso la altrettanto grande industria farmacologica specializzata in certi prodotti la cui letale incidenza non lascia scampo. Ma come spargere dubbi e propositi in un ambito talmente plagiato dalle persuasioni occulte da essersi reso convincente nel poter dimostrare poteri metafisici a chi sta dietro il piccolo schermo domestico a succhiare le formule pubblicistico-persuasive? Schermo presente quasi sempre in casa, “utensile domestico” come a guinzaglio nella opzione o bisogno del piccolo portatile e fino alla grazia della dimensione palmare? La conquista della solitudine più pura e desolante tra quante capaci di alimentare dipendenze e ansie, mente umana avrebbe potuto immaginare al proprio servizio. Servizio che ossimoricamente insiste a imporre la sua formula segreta, che chiunque può declamare fino a vantarsene: facile dirne male, impossibile farne a meno. Viene dopo – o può non avere importanza – il riconoscere che può esserne stato lievito quella tendenza all’usa e getta, anch’essa nobilmente inoculata dalla necessità di nuovo sciali-spreco acceleranti, incentivanti sulla tendenza a consumare che viene alimentata da calibrate e sofisticatissime persuasioni occulte per il quotidiano vivere da polli in batteria. Ma il bello non è nella pretesa di scoprire quale sia e dove consista il male. Il bello più bello è lo scoprire che la nostra altro non è che la Società del Benessere. Per cui, a questo punto, come nella storiella indiana del maestro che si ingegnava a spiegare su cosa poggia l’universo in cui viviamo, dopo avere dimostrato il compito della tartaruga e quello dell’elefante, sentendosi incalzare dall’interlocutore insoddisfatto, interrompe bruscamente la lectio, coprendo l’aspirante discepolo di insulti e accompagnandolo all’uscita.

Prologo di spropositi disinibiti per il proposito di un affettuoso e commosso ricordo di Luigia Ferro, ricordo che in questo numero di Lunarionuovo, alcuni Amici esternano, in una al nostro saluto che si sporge oltre lo scrimolo dell’Est modus in rebus, proprio perché, come può essere capitato per altri momenti di saluto ad Amici, da Peppo Pontiggia, a Gilberto Finzi, da Michele Perriera a Pietro Barcellona e altri sodali che ci hanno lasciato (ma loro in età biologicamente tollerabile), il nostro saluto a chi lascia, tende più allo stile di La Martine che a quello degli elogiatori del suicidio, fatta salva l’opinione di ciascuno. Dunque anche per Luigia Ferro, che ha scelto di andarsene a ventisei anni, anche per lei ripeteremo con La Martine: Tu sei come le luci che nella notte splendono sulle barche, e che più si allontanano dalla riva, dove noi siamo rimasti al buio a osservare, tanto più nitide e significative si rendono alla nostra vista, ai nostri sensi.

 

luigia vola