
Il corpo parla, è stato anche titolo di un libro edito nei primi anni della seconda metà del Novecento. Ma il riferimento alla gestualità è un capitolo a sè, da studiare a parte. Esternare
Pazienza se qualcuno non mette nella conta delle parti del corpo le corde vocali, la lingua, la bocca. Grido, canto,voce sommessa, etc. La letteratura propone personaggi che si mangiano le parole, altri che le vomitano. Ancora Omero presenta la fama con una tromba, la protesi della voce? Ridicolo, a confronto con gli amplificatori delle tecnologie odierne. Tuttavia protesi, rispetto alla voce. E la carta stampata? I media nella loro complessità e capacità, locandine, manifesti.
Una vignetta cara ai nonni faceva esternare due che si incontrano accanto a un traliccio che regge i fili dell’energia elettrica. Uno legge, ad alta voce: “Chi tocca i fili muore”, l’altro commenta: “Per forza, è così che si contagiano le malattie”.
La recente dipartita dell’ex presidente della Repubblica italiana Francesco Cossiga ha fatto ricordare quando, nel 1992, il disinibito politico, calpestando le ipocriti consuetudini attribuite al suo rango di notaio della Costituzione e rappresentante dello Stato, prese a esternare, con stupefacente violenza, contestazioni inaudite contro metodi e rappresentanti delle Istituzioni di cui egli stesso incarnava il simbolo.
In quella occasione Cossiga si autodefinì “picconatore”. E fu neologismo, subito accolto nel vocabolario. Per dimostrare figuralmente la sua intenzione/funzione, l’effervescente patriota Cossiga non si è peritato, quella volta, di esibirsi davanti alle telecamere, con un piccone in mano. E allora picconatore venne fatto derivare da piccone. Chiaro e ineccepibile. Ma a patto di non dimenticare che piccone deriva da picca, arma di punta e taglio, progenitrice della baionetta nell’uso bellico del corpo a corpo. E siccome picca è anche la parola madre di piccoso, significante sinonimo di ripiccoso e quindi figlio di ripicca, l’aperitivo venne servito. Ecco perché da picconatore a piccoso pronto alla ripicca, nel giudizio non sicuramente benevolo di chi preferiva un cambio di consonanti per definire il Cosssiga Kossiga, (K e ss stile mostrini delle SS naziste) e rimase impunito chi non esitò, proditoriamente, a scrivere giudizi oltraggiosi sulle sane facoltà mentali dell’uomo.
RAI UNO ha trasmesso in prima serata per lo scorso ferragosto un delizioso intrattenimento, curato dall’impeccabile Vincezo Mollica, giornalista capace di rendere lievi, efficaci e memorabili i servizi culturali di cui si occupa. È stata la sontuosa intervista a Carlo Verdone. Per tutta la durata della trasmissione, agli spettatori è stato dato vedere solo l’attore. Di Mollica si sentiva la voce al momento delle domande. Verdone è uno schianto. Superfluo ripeterlo. Il suo compito è omologato alla sua missione: far ridere. C’è riuscito così abbondantemente da far pensare, detto senza cattiveria, come certe personalità dovrebbero consentire che l’onda magica del loro grande e meritato successo possa restare intatta, avvolta da quel velo di “non so che” che è fil di fumo sottilissimo, basta un soffio per rovinarne il fascino, l’armonia nuda e irripetibile. Faccio un esempio ordinario: gli scrittori di grande successo non dovrebbero parlare in pubblico, si dovrebbero astenere dall’esternare, proprio perché da scrittori attesi alle prove di scrittura e non di ”vocalizzo”.. S’immagini un Andrea Camilleri, (il cui succeso potrebbe essere definito “da un pelo una trave”), quando, all’indomani della pubblicazione del suo “Birraio di Preston”, con disinibìta esternazione, invita l’ombra ingombrante del Manzoni a mettersi da parte. Si sa, le ciocche da birra durano, e pare siano pesanti.

Proliferano (altri) siti di letteratura e contraddizioni (chi critica poi finisce per ‘esibirsi’, peggio tale e quale a sé, protesi della sua stessa voce automatica e nullosplendente). Ogni ipotesi cristologica afferma il sacrificio del braccio tagliato (allo scrivere) prima che il gallo canti. Un oroscopo per consiglio sdoppia Paul Valéry - le ragioni per cui ci si astiene dai delitti sono più vergognose e segrete dei delitti stessi. Acque oscure e acque cristalline, lettere compiaciute, bave magmatiche, messaggi in posta elettronica si accumulano nel sonno delle vacanze, perché colui che dorme torna bambino. O torna. Semplicemente alla meta della sua separazione. I sogni si disperdono in pure esibizioni cromatiche, il sole scotta la pelle e la pupilla, un ombrello rosso fiammante nasconde una storia (bellissima) raccontata a un tavolo, sì in quella (s)cena. Fuori è buio fitto, il mare a lato ingrossa; dentro, le onde partoriscono un acquario (vuoto o tropicale?). Chiedo a qualcuno: hai visto The trip - titolato in italiano Il serpente di fuoco (come il sole)? Anche le corde vocali bruciano di sale, nel frattempo tre aquiloni volano nel vento sabbioso sempre più in alto tra le manine di un bambino di sei anni che pensa già, tenendo fili (taglienti) - e con adamantina soddisfazione -, alla morte della sua ‘mamma’ madre. Entro col sangue e uscirò col sangue scrive in grida (Emma Dante di) Cani di bancata. L’ululato mi riscuote dal torpore, l’immagine si incendia nella seguente, lo spirito della cagna madre scorre e ringhia nel linguaggio rosso magma siderale di Goliarda Sapienza, l’arte del (suo) piacere mi insinua in una danza con la (mia) terra lontana, e miraggio, nel sardo mare chiaro: mare scuro poi e di riflessi strani, pioggia nera e verde smeraldino, volti di roccia lavica scavati nel ridere.
Forse mi chiedo: oh, ma l’hai mai visto il mare? (Tu che l’hai visto sempre non sai cos’è vederlo per la prima volta). Dove comincia il respiro di un pianista norvegese mi arrampico fino all’aquilone: lassù, dall’esterno, un vulcano di corde vocali musica ultrasuoni, o l’invidia degli Dei per le vite degli altri portate a riva (la vita delle telecamere e delle televisioni, dei messaggi in posta elettronica e delle lettere compiaciute destinate ai vertici di uno stato a insolazione cartoon).
E il mare ci raggiunge lasciando sulla sabbia teste piedi e occhi spalancati, mani gambe e dita di bambole da riparare nel futuro post-umano di un imperatore (ah! sì, marcoferreri) oramai deceduto.
(Maristella Bonomo)

