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Nil admirari

 

Aveva detto bene quella volta Orazio (Epist. I – 6 – 1)  sul “non stupirsi di cosa alcuna”, come aveva detto bene il Nazzareno evocato da Agostino nella Città di Dio (Cfr.Misera et Misericordia), sull’abilitare alla pratica della lapidazione solo chi non ha scheletri nell’armadio. Incipit bizzarro questo nostro per una rassegna di letteratura di linea laica, anche se il buon palato di chi associa a colpo d’occhio la morale di chi scriveva “Nec timeo nec dum futuo vir rure recurrat” con l’ideale intervista del pentito-convertito Agostino con il remoto Nazzareno predicatore del “porgere l’altra guancia”. Il bello della vita consiste anche nella ricchezza dell’indole umana sul palcoscenico della vita (di relazione). Sul suggerimento del poeta latino si può scommettere; basterà rievocare il comportamento di Fidia quando sparisce con l’intero capitale in dracme destinate a pagare lavori, materiali e lavoratori, quella volta che era stato costruito il Partenone. Evocare per stabilire, una volta per tutte, quale figura di pidocchi e apprendisti scotenna-pidocchi fanno, di volta in volta, sottosegretari di Stato e Ministri italiani (e non) quando lucrano a man salva, quando spingono il loro far simonìa del mandato ricevuto dagli elettori che li avevano destinati al Parlamento per difendere il diritto all’onestà. Nil admirari, (che nel suo significato intrinseco e ulteriore ripete il Nihil sub sole novum dell’Ecclesiaste) non bisogna stupirsi di cosa alcuna, perché mondo è stato e mondo è come è stato così è. Ed ecco il nodo. Un nodo che non sarà facile sciogliere. E non perché ci sia difetto di moralisti (se per questo, nemmeno di astronauti né di pensionati da novantamila euro al mese) infatti, sia il vecchio Aristotele che il meno vecchio De Montaigne hanno continuato ad avere fior di eredi fedeli. Ma perché abbondano inclinazioni opposte a carico della fragilità umana. E allora cominciamo con lo smettere di definire reazionari e fatalisti quanti ripetono a memoria la fetida formula della rassegnazione sopra citata, del mondo che non è cambiato, e rimboccarsi non tanto le maniche della consuetudine retorica, quanto le sentenze facili, adoperando il riflessivo del verbo rimboccare con una nuova accezione, che se pur bizzarra, tale non sarebbe una volta affidata l’interpretazione del riflessivo rimboccarsi a un figurale “rimettere in bocca per deglutirne quanto di regresso”. E pensare a modelli per il futuro delle generazioni che ancora debbono frequentare le “primine”. Castigare il passato archiviandone gli obbrobri con sopra un macigno che recherà inciso  “Archivio degli errori”. Una soluzione che potrebbe far passare i moralisti a rappresentanza minoritaria, davvero irrisoria a fronte dell’unanimità di quanti non avranno più bisogno di moralisti, perché non trameranno per inventare grimaldelli adatti a scardinare le cassette con le elemosine tributarie del denaro pubblico. Né invocheranno la morale Kantiana dell’agire come pratica della propria coscienza, potendo giurare che è la propria coscienza a ispirare loro una pratica di vita fondata sul poterne citare abbondanti quotidiani esempi criminali. Lo dimostra una regola consuetudinaria che è sotto gli occhi di tutti: in Italia un partito o movimento che sia ha le carte in regola per divenire maggioranza di governo quando dimostrerà di avere nel suo seno chi compie ed esibisce atti criminali eclatanti. Una vera e propria vaccinazione nazionale in onore all’oraziano Nil admirari.

 

resistenza