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Bass’Italia e Alt’Italia

IL MERIDIONALE MINUS HABENS SECONDO FELTRI TRA REALTÀ E PREGIUDIZIO,
LA MALDESTRA MEDIAZIONE DI GILETTI, L’IGNORATO COROLLARIO STORICO

 (…)
Voce dal sen fuggita
poi richiamar non vale;
non si trattien lo strale
quando dall’arco uscì
(P. Metastasio. Aria 51)

 
                A noi larve d’Italia / mummie dalla matrice/ è becchino la balia / anzi la levatrice / con noi sciupa il Priore / l’acqua battesimale / e quando si rimuore ci ruba il funerale. / Eccoci qui confitti / coll’effigie di Adamo;/ si par di carne e siamo / costole e stinchi ritti (…).

Così l’incipit de “L’Italia “Terra dei morti” di Giuseppe Giusti per rintuzzare quella volta gli stranieri che “gratificavano” l’Italia definendola “Terra dei morti”. Gli stranieri. E straniero infatti è, questa volta, Vittorio Feltri rispetto al Sud della Penisola. Lui è del Nord, cioè della parte alta della Penisola, lui appartiene all’All’Alta Italia la parte nella quale tutto è intelligenza come si potrà dimostrare sostituendo nel distico dantesco la parola foco la voce intelligenza.

Altro non resta che ammettere che essa, l’intelligenza: “(…) come ’l foco movesi in altura / per la sua forma ch’è nata a salire”, la sensibilità umana infatti col fuoco è imparentata strettamente. Intelligenza che è nata a salire, quindi a risiedere in alto, nel nostro caso nella parte dell’Alta Italia in generale, e se si vuole essere d’un sol punto obiettivi e pignoli, nonché osservanti del principio delle realtà comunicanti, anche nelle persone di alta statura, come il direttore Feltri, inconfutabilmente per legge fisica.

  1. Si è fatto gran parlare di Vittorio Feltri e della sua consuetudine di affezionato al Meridione d’Italia. Granparlare e anche gran reagire. Contro il Feltri. Sandro Ruotolo ha preso penna e carta semplice con prospettiva a seguire di carta bollata, e ha raccolto indignazioni e solidarietà per un’azione che frutti l’effetto pratico della cancellazione del buon Feltri dall’albo dei giornalisti. Granparlare dunque anche di un’azione giudiziaria da codice penale contro chi in questo nostro Paese talmente emotivo nella parte Bassa dell’alto stivale geografico da dimostrarsi incline a votare per i ricchi populisti di destra che lo disprezzano, piuttosto che per i colleghi poveracci di sinistra, che tentano di alleviarne lo stato d’indigenza atavica ed eternamente serpeggiante. Un comportamento che fa subito pensare a quel proverbio siciliano quando recita: “Quannu u poviru duna ô riccu ’u diavulu si menti a rridiri” (Quando il povero dà al ricco il diavolo ride). E va bene. Sud come ammasso di minus habentes (per dirla con l’impuro latino medievale) e traducendo il concetto che si ingegna a inoculare sul Sud d’Italia qualche spiccante erede della religione nazista sulla razza pura (senza ricorrere alla magra scusa di coinvolgere Nietzesche). Costoro sono i grandi benefattori in materia di razzismo del genere che, quella volta – per momentaneo stato euforico – hanno un po’ esagerato con i lager di Auschwitz e dintorni. Ma chi mangia fa cadere briciole, suvvia!

Certo resterà qualche sospetto tra gli abitanti dell’Alta Italia geografica, che espongono cartelli umanitari con scritto “Non si affitta a meridionali”. Qualche sospetto se, ancora un anno fa l’Italia aveva per capo dello Stato e per suo vice due siciliani; mi riferisco a Sergio Mattarella presidente della Repubblica (tutt’ora in carica) e il virtuale vice per legge costituzionale in quanto presidente del Senato, certo Pietro Grasso. Ma è la vita. E lo diciamo pensando al Fedro del “cerebrum non habent” in chiave moralistica verso i Meridionali a tutt’un fascio, e a una poesia del compianto pubblicista-poeta agrigentino Alfonso Zaccaria che non si è peritato di scrivere che il mondo, tutto il mondo è sud di sé stesso e del proprio duolo esistenziale. Ma Zaccaria poeta in “Antiche morti” (Cfr. I quaderni di Galleria, editore Sciascia, 1970) quella volta non aveva precisato alcun cenno di diversità per quelli della razza pura dell’Alta geografia dello Stivale d’Europa, di cui estremo rappresentante palese (lui almeno ci mette la faccia) pare sia oggi il valoroso inventore del feltrismo (questa notizia sul feltrismo l’ha ripetuta da Giletti, il feltrista direttore Sallusti) direttore Vittorio Feltri che Dio conservi. E diciamolo pure con fede un “Che Dio lo conservi”, diciamolo proprio noi del Meridione profondo Sud, memori della vecchietta di Siracusa che andava a pregare gli dèi di quella volta affinché conservassero in vita il tiranno Dionigi.

Di quella solitaria preghiera ha spiegato la ragione la medesima lucida vecchietta, la ha spiattellata papale-papale in faccia allo stesso Dionigi, al cospetto del quale la avevano trascinato le guardie per ordine del tiranno stupito della fama che si era diffusa sull’unica siracusana che sacrificava alle divinità auspicando per lui lunga vita, quando tutti pregavano per la sua morte. “Prego affinché tu viva il più a lungo possibile, perché quando ero bambina i miei genitori mi imponevano di pregare per la morte immediata di tuo nonno; non ne potevano più della sua feroce tirannia. E io pregai assieme a tutti i siracusani per la morte di tuo nonno, che infatti ben presto morì. Gli successe tuo padre, che è stato ancor più feroce e inumano di tuo nonno, e tutti pregavamo ancora una volta, gli déi affinché lo facessero morire. Anche io, frattanto giovinetta, pregai come prima avevo pregato per tuo nonno, auspicando che tuo padre morisse quanto prima; il che avvenne a suo tempo. E sei arrivato tu, Dionigi, che sei più cattivo feroce e inumano di tuo nonno e tuo padre sommati insieme nel loro comportamenti di ciechi, sadici despoti. Ecco perché – concluse la vecchietta a propria discolpa e con estrema sincerità – ecco perché continuo a pregare affinché tu possa restare in vita il più a lungo che gli déi vorranno concederti. Sicuramente infatti chi verrà dopo di te sarà, a sua volta, al triplo più feroce inumano, cattivo e tiranneggiante rispetto al doppio che rappresentino tu e il tuo operare.

E poiché, osserviamo noi, è legge di natura che al male corrisponda il bene, infatti si suole dire “Nel male e nel bene”, la preghiera va fatta anche questa volta per augurare ai benefattori come Feltri preoccupato della incapacità dei meridionali, che per via della loro indigenza scarseggiano in cervello e sensibilità, è conveniente vengano come tali tenuti d’occhio. È una garbata forma di piétas a fronte della quale bisogna inginocchiarsi al cospetto di Feltri. O non s’è capito. Purtroppo, infatti le “Larve d’Italia” dei versi di Giusti di quella volta, adesso si sono riunite in un cristallizzato aere perennius del Meridione del lungo stivale che continueremo a definire qui Bass’Italia, Meridione delle simpatie spontanee del direttore feltrista del feltrismo dello stesso Feltri, compassionevole guardiano ma rigoroso doganiere della parte Alta dell’Italia a due marce e a due qualità di cervello. Gran sacerdote, il Feltri, rappresentante di una regione del popolo di stivaliera d’altura che, suo malgrado sopporta i deficienti in osservanza e grazia verso le blandizie che verso tale ripugnante inferiorità spende periodicamente Vittorio Feltri.

  1. Massimi Giletti nel suo programma domenicale della sera “Non è l’arena” ha incluso, in occasione del turno dello scorso 26 aprile, un congruo spazio per assecondare il granparlare del caso Feltri. Lo ha incluso dosando, da vecchia volpe del giornalismo televisivo in diretta, le maschere di chi avrebbe dovuto intervenire e lo spazio per offrire doverosamente all’assente Feltri la possibilità di chiarire ai deficienti. L’operazione è riuscita formalmente, sia al buon ex ministro Clemente Mastella, che da buon cattolico ha lamentato le mancate scuse del potenziale imputato, sia al più fedele collega di merende giornalistiche del Feltri, che ha ricordato, lippis et tonsoribus, il valore del giornalista Feltri e del suo “feltrismo”. Valori che nessuno metterà in dubbio. Un dubbio però percorre il sospettoso siciliano deficiente, che si chiede perché mai il direttore Sallusti, innalzando il prezzo ha informato con ripetuta insistenza come titolo d’alti meriti l’amicizia di Feltri con un prete. Che in quel momento alludesse a don Sturzo? Ma don Sturzo, sicilianissimo di Caltagirone, è morto da più di mezzo secolo. Un lapsus? Un nonsense? Cosa c’è infatti da dividere tra l’amicizia con un prete e la deficienza del popolo del Meridione?!

Il feltrismo. E chi lo nega? Anzi fa pensare con malinconia al mancato diploma di sciascismo che avrebbe meritato il minus habens siciliano Leonardo Sciascia il quale, a parte Il Consiglio d’Egitto o La corda pazza e altre opere più popolari, tradotte in tutto il mondo, è stato sicuramente il maggiore giornalista moralista del Novecento.  Poi, sempre quella sera da Giletti, c’è stato il turno delle due gentildonne ospiti per esibire due opinioni diverse, l’una (la bionda) affermando che ciascuno è libero di esprimere la propria, come per il caso dell’ottimo Feltri sui meridionali e l’altra (la mora) per rinfacciare i nomi illustri della cultura letteraria e filosofica del Meridione. Insomma un par’e patta sufficiente ad appagare l’attesa segreta dell’ottimo Giletti. Il quale Giletti con quello spazio si è però maldestramente giocata la stima che aveva conquistato presso tante anime candide del Sud, in forza di altre pregresse e coraggiose dimostrazioni tipo l’affaire “Sorelle Napoli”. Ma sono gli alti e bassi del dover e del saper vivere. Se tutta la vita fosse un costante rigore, il mondo diventerebbe un assordante fischiare di arbitri in giacchetta nera.

  1. Nel profondo Sud della Sicilia dei tempi quando nel Nord dell’attuale Vittorio Feltri fioriva la vita esemplata nella rappresentazione librettistica dell’opera lirica verdiana Rigoletto, c’erano, tra altri, Sparafucile e il duca di Mantova. Un brigante borgognone e un ricco e potente signore che si presentava da studente povero alle ragazze per plagiarle e portarle a letto. Questo nel libretto esaltato per via dell’opera di musica classica del genio immortale di Verdi che era dell’Alta Italia, cose giuste, per poi poter ricordare il catanese Vincenzo Bellini. Ma anche per poter noi dire che all’epoca seguita a quella del mitico Empedocle di Agrigento e all’Archimede di Siracusa nel profondo Meridione dei minus habentes era seguita la scuola poetica siciliana. Scuola con quella Nina Ciciliana prima poetessa d’Italia, e il più tangibile notaro Jacopo da Lentini. Ma ancor più pesante è quella storia del primo parlamento d’Europa a Palermo, una prerogativa della Sicilia, cose davvero dell’altro mondo, e sicuramente di simile realtà uno come il direttore Feltri non può che risentirsi. Infatti, se quella volta ci fosse stato lui… Ma lui non ci poteva essere quella volta.

Che se poi la Sicilia del passato prossimo fortemente presente anche nell’inquinare tutta l’Italia, compresa la parte Alta, dove Feltri è nato vive e opera, può vantare d’un sol colpo tre Nobel, due tangibili, Pirandello e Quasimodo e un terzo virtuale per Serafino Amabile Guastella, il cui premio per l’opera “Le parità” venne ritirato, gran tempo dopo la morte del legittimo destinatario siciliano, dal lombardo Dario Fo, il discorso è da sconsigliare considerando la pessima figura del produrlo come titolo. Infatti a tale punto vince la opportunità di ricordare a noi stessi (o a chi altri?) che se alla storia della letteratura Italiana tra l’Unità d’Italia e la prima metà del Novecento venissero sottratti gli apporti di meridionali menomati come Capuana, Verga, De Roberto, Luigi Natoli e ancora, fino all’altro ieri dei Pirandello, Brancati, Tomasi di Lampedusa, Stefano D’Arrigo, Angelo Fiore…

  1. Non sono gli attuali momenti i meglio adatti per dissertare su Meridione di serie C e Settentrione di serie A, mio caro Sandro Ruotolo. Lasciamo in pace il mite Vittorio Feltri con il suo amico prete sulla cui amicizia ci ha informato quel simpaticone che è il direttore Sallusti. D’altra parte non sarà la verità di alcuno a far cambiare la storia se è pur sacrosanta per ciascuno la libertà di opinione e di esprimerla, come ammoniva la Bionda invitata da Giletti, esprimerla o sottacerla, anche per non farsi fraintendere da un popolo di minus habens, dove stenta l’indigente meridionale povero economicamente e pertanto privo di cervello d’altura. Salvo a dedurre – e può, può capitare – che dopodomani, al concorso per dieci posti di bidelli da destinare alle scuole elementari del Nord i venti concorrenti meridionali, al momento di essere giudicati da una commissione di personalità educate alle istruzioni feltrismiche predicate dal direttore Feltri verso i meridionali, questi, i “deficienti”, verrebbero pregiudizialmente scartati, dimostrassero pure di potere spaccare le mandorle a colpi della loro fronte, scartati perché meno dotati di qualità del genere che è tracimante nel Feltri teorico di quel feltrismo che il simpatico e autorevole direttore di un importante quotidiano milanese, quale è Sallusti, ha spiegato nel corso della trasmissione giustiziera (predisposta predosata) dell’ottimo Giletti. Trasmissione nel corso della quale Feltri con ammirevole coerenza ha tenuto a puntualizzare che i meridionali della Bassa Italia non amano leggere i giornali. Infatti i siciliani di Sicilia (è un esempio banale) leggono e mantengono in buono stato i tre quotidiani dell’Isola: La Sicilia, Il Giornale di Sicilia, e La Gazzetta del Sud, e non si precipitano a leggere i giornali che giungono dalle padronerie finanziarie e politiche dell’Alta Italia, verso cui… come il fuoco, l’intelligenza movesi in altura tanto per ripeterlo parodiando il Dante del diciottesimo canto del Purgatorio.

Ludi Rector
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