Editoriale
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Ombre e pozzanghere ai tempi di J. Marquiset

 

Viene da scrivere “in materia di ombre” e sopravviene mortificazione, perché tutto potrebbero essere le ombre fuor che materia. Conveniamone. A meno dal declinarle in veneto tra gotti e sorsi. Una volta per quelle cinesi ci sono state persino convenzioni capitaliste tra cinematografari. Ai tempi. Adesso non farebbero nemmeno annoiare. Rimane il problema coi cavalli. Per questo, anni or sono – e si dice per dire, soggiungendo: “quasi un secolo fa” – un francese che aveva perso dietro le ombre l’essere d’una vita, aveva creduto di trovare la soluzione. Aveva scoperto che lavorando un cavallo (poi qualcuno dovrà pur spiegarcelo perché il gergo dei maneggi e dei Caligola privilegia il “lavorare cavalli”), sarebbe stato sufficiente fargli scorrere una pizzicata di vaniglia sul collo per disinibirlo dalle impennate da ombra.
La teoria non fece colpo perché era rimasto irrisolto il più grave inconveniente, quello delle pozzanghere. Con queste ultime la vaniglia non funzionava. Julien Marquiset si era chiesto: sono più le ombre nella realtà di un cavallo o le pozzanghere? La querelle aveva generato mugugnii tra i nobili colleghi del maneggio e il conte Marquiset aveva rinunciato a brevettare la sua scoperta. Questo accadeva nel trionfare di belle epoque e brindisi futuristi. Si era ai primi odori di conflitto mondiale e nessuno sarebbe andato ad assistere a una messa cantata per propiziare l’entrare a cavallo nella Parigi dei maneggi e delle ombre, che i passanti, come scrivevano i poeti, proiettavano sulla limacciosa Senna, con la complicità dei lampioni.
Di tutta la fatica di Julien Marquiset rimane adesso questo piscio di testimonianza. Un cartiglio autografo che, un po’ a sfidare il ridicolo, versa impietosamente le grevi mutrie di quei solenni cavalieri a confronto con i nostri tempi. “Sono più le ombre nella realtà di un cavallo o le pozzanghere?”

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Si riparano bambole in controluce

 

Affollata. Il sole acceca.
Granelli di sabbia tra le dita dei piedi, leggero l’orlo si frastaglia prima di ogni passo (mi cammini a fianco). Tornata da due giorni e orlata di pensieri stravaganti.
L’acqua risplende azzurrina. Le nostre ombre si confondono e intersecano uno strano animale tentacolare. Grumi di moscerini girano allegramente senza geometrie d’aria. Qua e là un legno fradicio soccombe al suo deterioramento.

Potrei rispondere ma lascio perdere, girandomi a sperare che nessuno ci segua.
Rientrando nella lontananza da cui mi avvicino.

Controluce il tuo volto mi appartiene. Esposto, sagomato.
Parli al telefono scalciando l’acqua. Come a sfilacciare, sottotono, un orlo di pensieri stravaganti, tirarli fuori filo, per filo, e rimandare a domani.
Quando passi da un punto all’altro smetto di vederti. Un momento d’ombra.
Sostieni di non avere remore né confini peninsulari. Di essere tornato qui, incosciente, come me come C., nella prepotenza sensuale dell’arsura. Una ragione occulta per isolare il presente, sedare il dondolio acquatico del tempo.

Mi chiedo se hai ragione. Se ha senso cercare una forma.

L’acqua viene e va, l’animale tentacolare placa la sua danza nel lento ritrarsi della luce. La stessa che l’azienda di tuo padre risucchia in uno specchio. Monocristallino.
Un’ossessione: gli occhiali a specchio mi quadruplicano. Due volte a vedere, due a essere vista (ma le bambole non capiscono gli sguardi – peraltro graduati e così simili alle mie mancanze che potremmo ipotizzare uno scambio. Di lenti, di bambole.

Accetti fingendoti un vampiro che può lasciarsi incenerire.
Come se già la tua voce avesse dirottato le ombre del suo percorrermi.)

 

© Sophie Calle, Self Portrait