Dialogando con Nunziatina Spatafora a proposito del suo saggio “Sciascia: le donne, la mafia”.

Donne mafiose e donne uccise dalle mafie: è questo il nucleo centrale del libellum di Nunziatina Spatafora dal titolo “Sciascia:le donne, la mafia” edito dalla c.u.e.c.m. L’autrice fonda, come nucleo centrale, la prima parte della sua ricerca sull’analisi del suo rapporto con l’opera di Leonardo Sciascia, che l’ha formata come donna e come cittadina politicamente impegnata sul territorio. E dell’opera di Sciascia, la Spatafora indaga magistralmente le figure femminili. Chi sono le figure femminili di Sciascia? Donne, sono semplicemente donne. Donne forti, donne deboli, donne succubi, e mamme-padrone. Sono anche le donne ammazzate dalle mafie, un elenco interminabile: la prima assassinata è del 1896, le ultime di pochi mesi fa. Sono morte per l’impegno politico, sono state suicidate, sono state oggetto di vendette trasversali, sono morte per un accidente, sono rimaste incastrate dentro una situazione familiare e mafiosa da cui non sono riuscite ad uscire.

Nunziatina Spatafora ha sempre vissuto la politica come responsabilità e passione; fondatrice e animatrice di associazioni di donne, dirigente locale provinciale e regionale del Partito Comunista, e della sua evoluzione in Partito Democratico della Sinistra e Democratici di Sinistra. Nello specifico, pietra miliare dell’UDI (unione donne italiane) di Giarre, si è battuta per la libertà delle donne; è donna con le donne e per le donne. Per esempio, per il diritto all’aborto, a favore di coloro che sul finire degli anni 70 ancora morivano di parto. Il suo testo “Sciascia: le donne, la mafia” nasce dall’incontro tenuto per l’otto Marzo del 2000 presso l’associazione unitre di Giarre. E’ straziante, ma al tempo stesso fondamentale parlare delle donne uccise dalla mafia; è fondamentale perché è necessario che tutti sappiano, come ci insegna Sciascia. Lo dimostra la vicenda incredibile e drammatica di Annunziata Pesce, una giovane donna uccisa nel 1981 e di cui s’è saputo solo pochi anni fa. A decretare la sua fine è stato lo zio boss. A ucciderla suo cugino, davanti a suo fratello. Aveva una colpa Annunziata, imperdonabile: s’era innamorata di un carabiniere. Un’onta che la cosca non poteva accettare. A tal punto da doverla eliminare e da dover cancellare persino la sua memoria. Per sempre. Finché un’altra donna, sua cugina Giuseppina Pesce, diventata collaboratrice di giustizia, ha deciso di parlare e di raccontare quella storia. Una storia che lei conosceva perché in famiglia la minacciavano di farle fare la sua stessa fine. Ha resistito alle minacce, Giuseppina. E con le sue dichiarazioni sta assestando colpi micidiali alla sua famiglia. Un’altra giovane donna di Rosarno aveva iniziato lo stesso percorso: si chiamava Maria Concetta Cacciola. Una donna di un’altra famiglia mafiosa di Rosarno, i Bellocco. Anche lei ha iniziato a collaborare e a colpire il clan. Poi non ha retto. E nessuno potrà dimenticare la sua voce straziante mentre registrava una dichiarazione (che le sarebbe stata estorta) in cui rettificava tutte le denunce nei confronti della sua famiglia per il terrore di non potere vedere mai più i suoi tre figli. Abbiamo ascoltato tutti quando ormai era troppo tardi, quando Maria Concetta era già stata suicidata dalla sua famiglia. E’ morta ingerendo acido. Lo stesso acido che aveva bevuto per uccidersi una donna della ‘ndrangheta di Vibo Valentia che aveva deciso di collaborare, Tita Buccafusca. Sono tutte morti riconducibili ad una causa originaria e cioè il sistema criminale e socio-culturale delle mafie che, in fondo, non fanno altro che riprodurre un modello patriarcale, sessista, machista che appartiene alla società e che non è arcaico ma ancora contemporaneo. Come Carmela Rosalia Iuculano, che nel monologo tratto dal testo di Alessandra Dino “Liberi di scegliere” descrive l’incredibile percorso della moglie di un boss della mafia siciliana. Matrimonio riparatore a 18 anni con Pino Rizzo, legato a Bernardo Provenzano, tre figli, anoressia, depressione tra botte e tradimenti, poi l’arresto insieme al marito. E la decisione di collaborare con la giustizia: lei che per anni aveva gestito i proventi delle estorsioni ora vive con un nome nuovo, in un luogo protetto.

Queste donne di mafia che si sono “sottratte”, sono partite dal loro vissuto, hanno capito che educando i figli erano l’anello di congiunzione dell’ordine mafioso. E così hanno spezzato la catena. Ecco perché la ‘ndrangheta le fa sparire con l’acido. Ma in realtà le donne (come gli uomini) che reagiscono alla criminalità organizzata sono poche/pochi: queste storie di ribellione al clan sono ancora minoritarie, barlumi di speranza o poco più. Infatti è necessario analizzare anche l’altro lato della medaglia, quello delle donne che vivono di mafia. Se le parole sono importanti, lo stesso Papa Francesco in piazza San Pietro, celebrando la beatificazione di don Pino Puglisi, il sacerdote assassinato da Cosa nostra nel 1993 ha detto “preghiamo perché questi mafiosi e queste mafiose si convertano”. Mafiose, anche al femminile, per la prima volta. Le donne non sono più semplici messaggeri, ma hanno assunto la guida dei clan gestendoli in modo autonomo. Nelle carceri italiane di massima sicurezza sono già rinchiuse 133 donne accusate di associazione mafiosa. Quasi tutte, secondo le indagini, avevano ruoli direttivi nelle cosche. Come Ilenia Bellocco:a soli ventitré anni viene considerata padrona di una fetta della piana di Gioia Tauro intorno a Rosarno. L’hanno soprannominata Velenia. Chi l’ha intercettata, seguita, studiata racconta che ha un carattere acido e spigoloso, utilizza un turpiloquio grondante bestemmie,tale da sbalordire persino gli investigatori. Il giorno del suo matrimonio ai suoi mille ospiti ha offerto come bomboniera un cobra in lalique con occhi in pietre preziose. Non dichiara alcun reditto al fisco, ma ha un tenore di vita principesco, con uno shopping illimitato di abiti griffati. Angela Ferraro ha 50 anni ed è una calabrese con una marcia in più rispetto alle altre donne coinvolte nelle indagini. Non è una supplente, ha lo stesso rango degli uomini, interloquisce alla pari con il fratello che è un boss di rilievo, si occupa di racket a Milano e gestisce il traffico di droga tra il capoluogo lombardo e la Calabria. La donna decide le estorsioni senza chiedere le autorizzazioni ai maschi della ‘ndrina ed entra nelle discussioni del clan come se avesse i gradi di generale. Nessuno della famiglia si scandalizza, anzi le portano rispetto. Scrive Sciascia in “A futura memoria” : “Non c’è nulla che mi infastidisca quanto l’essere considerato un esperto di mafia o, come si usa dire, un mafiologo. Sono semplicemente uno che è nato, è vissuto e vive in un paese della Sicilia Occidentale e ha sempre cercato di capire la realtà che lo circonda. Sono un esperto di mafia così come lo sono in fatto di agricoltura, di tradizioni popolari, di zolfare”. Malgrado l’affermazione citata sopra, Leonardo Sciascia conosceva profondamente il fenomeno mafioso, per averlo studiato e per averlo vissuto. Non solo riusciva, da siciliano, a coglierne lo spirito che affonda le radici nella storia della Sicilia e della sua gente, ma, da scrittore e attento osservatore della realtà (da intellettuale vorremmo dire, sebbene Sciascia rifiutasse quella definizione: «se qualcuno mi corre dietro chiamandomi “intellettuale”, non mi giro nemmeno. Mi volto – e rispondo – se mi si chiama per nome e cognome»), egli vedeva e descriveva la mafia concretamente, denunciandone i punti deboli e le pericolose aderenze con la politica e le amministrazioni locali. Ne Il giorno della civetta Sciascia aveva scritto: «Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche: mettere mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto sarebbe meglio si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari: e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso».

Correva l’anno 1961 e molti in Italia ancora negavano l’esistenza di un sistema ordinato di regole e valori che rispondesse al nome di mafia. Piuttosto di quel sistema si aveva un’idea indistinta, vagamente mescolata ad una generica preunitaria idea di sicilianità. In ordine con la sua convinzione che la missione dello scrittore sia quella «di stare sempre contro il potere», ovvero quella di «criticare, molestare, insultare, attaccare, denunciare il potere»,Sciascia non solo, tra i primi, ha delineato quello della mafia come un problema unitario, ma non ha esitato ad avanzare dubbi e perplessità sul modo in cui le istituzioni e le autorità competenti si sono contrapposti alla mafia. Se è stato tra i fautori e diffusori dello spirito antimafioso, parimenti non ebbe timore di rilevare errori e debolezze dello Stato e dei suoi uomini, pur conservando intatto il senso delle istituzioni e dei valori sui quali poggia il nostro sistema democratico. «Io ritengo che la lotta più efficace alla mafia si faccia nel nome del diritto, senza stati d’assedio, dando al cittadino la sua sicurezza». «La democrazia non è impotente a combattere la mafia. O meglio: non c’è nulla nel suo sistema, nei suoi principi che necessariamente la porti a non poter combattere la mafia, a imporle una convivenza con la mafia. Ha anzi tra le mani lo strumento che la tirannia non ha: il diritto, la legge uguale per tutti, la bilancia della giustizia. Se al simbolo della bilancia si sostituisce quello delle manette – come alcuni fanatici dell’antimafia in cuor loro desiderano – saremmo perduti irrimediabilmente».Due episodi sono emblematici della forza incidente che aveva la voce di Sciascia, della sua capacità, voluta o non voluta, di suscitare un dibattito, di dividere le opinioni. In un articolo apparso sul Corriere della Sera il 10 gennaio 1987, prendendo spunto dalla pubblicazione di un saggio sulla mafia e il fascismo scritto da un allievo dello storico inglese Denis Mack Shmith, Sciascia avviava una riflessione sui pericoli di una lotta alla mafia slegata dai limiti della legalità. Il fatto che l’antimafia potesse trasformarsi in uno strumento di potere, com’era avvenuto durante il fascismo con il prefetto Mori, era un pericolo che lo scrittore siciliano paventava anche nell’Italia degli anni Ottanta: «può benissimo accadere in un regime democratico», scriveva, se prevale la retorica a scapito dello «spirito critico».Guardando alla mafia (e all’antimafia) con gli occhi di chi l’ha sempre combattuta (l’articolo era preceduto dalle sue “credenziali”: brani tratti da Il giorno della civetta e A ciascuno il suo), anche quando a combatterla erano pochi, Sciascia sollevava «il problema della compatibilità fra autonomia individuale e lotta collettiva alla mafia».Quell’articolo aprì una polemica che stenta ancora oggi a chiudersi. Sciascia fu accusato di aver infranto l’«unitarietà della lotta alla mafia», gli fu intimato di richiudersi «ai margini della società civile». L’altro episodio è legato alla morte del Generale Lorenzo Dalla Chiesa, ucciso a Palermo il 3 settembre 1982. Dopo aver guidato con successo la lotta al terrorismo, Dalla Chiesa era stato nominato prefetto di Palermo, a conferma di un cambiamento sostanziale sul fronte della lotta alla mafia. Questo cambiamento Sciascia intese bene e, come sempre, in anticipo: «Tra Portella della Ginestra e l’assassinio del generale Dalla Chiesa corre un grosso divario. Il rapporto di reciproca protezione tra uno stato in sclerosi di classe e una mafia in funzione di sottopolizia e avanguardia reazionaria, cui veniva lasciata a compenso l’esazione di determinati tributi, si è certamente infranto».Tuttavia egli espresse sull’azione del generale un giudizio sfaccettato. Sebbene lo stimasse («Era un ufficiale dei carabinieri di vecchio stampo: onesto, leale, coraggioso. E intelligente»), Sciascia ritenne giusto, nel commemorarlo, riconoscerne anche i limiti: «Pirandello chiamava i morti “pensionati della memoria”: ma dobbiamo sempre pensionarli di verità, non di menzogna».Secondo Sciascia il generale Dalla Chiesa era rimasto legato ad un modello interpretativo del fenomeno mafioso arretrato: «Non aveva capito la mafia», scriveva in un articolo su L’Espresso, « nella sua trasformazione in “multinazionale del crimine”, in un certo senso omologabile al terrorismo e senza più regole di convivenza e connivenza col potere statale e col costume, la tradizione e il modo di essere dei siciliani». Questo giudizio, espresso a pochi giorni dall’omicidio, provocò gravi e comprensibili reazioni. Ancora una volta la capacità di leggere il presente col distacco dello storico si scontrava con le umane passioni che condannano la comprensione ad una costante attesa.

Rileggere Sciascia oggi è utilissimo per comprendere la storia del nostro paese, per così dire, dall’interno. Se la Storia è un succedersi di avvenimenti, di fatti concatenati, di azioni di uomini, non è possibile comprendere quella successione se si prescinde dalle cause sotterranee, sottocutanee, generatrici. Sulla storia della mafia, che costituisce una parte importante della storia italiana, il libro A futura memoria (se la memoria ha un futuro) dà un metro per misurare l’evoluzione culturale, in termini di sentire comune, della percezione di quella che Sciascia, parlando con Sandro Pertini definì «una piaga», della Sicilia e, quindi, dell’Italia tutta. E il saggio di Nunziatina Spatafora, nella sua efficace brevità, ci permette proprio di cogliere questo aspetto unico e sorprendente dell’opera di Sciascia. Che l’arte è in primis una forma di impegno e promozione di valori. La Spatafora, tramite Sciascia, si fa promotrice di ciò che Vittorini chiamava l’impegno naturale, l’impegno che agisce sullo scrittore al di fuori della propria volontà e lo rende portavoce spontaneo di una esperienza collettiva. Lo stile della Spatafora è chiaro, coinvolgente, suggestivo. Una lettura che appassiona e forma al tempo stesso. Un saggio che indubbiamente arricchisce il panorama culturale italiano, di un’Italia che oggi purtroppo scarseggia di figure femminili culturali di riferimento.

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