Piazza Fontana, quando la Repubblica perse l’innocenza

   Trentasei anni di processi, ergastoli inflitti e cancellati, e di sopravvenute prescrizioni non sono bastati a farci conoscere l’esecutore o gli esecutori materiali della strage: 17 morti e 88 feriti. Diciotto, se aggiungiamo alle vittime l’anarchico Pinelli. Precipitato – così dicono – dal quarto piano della questura di Milano dopo essere stato sottoposto a lunghi interrogatori. In quel volo dell’innocente anarchico c’eravamo tutti noi – ha detto il pittore milanese Enrico Baj. Che in un grande quadro, modello Guernica, ha rappresentato la scena. Tutti noi, ancora terrorizzati dalla bomba e colpiti dall’emozione di veder subito arrestati i colpevoli. I falsi colpevoli.

Sappiamo solo chi furono i mandanti e quale disegno eversivo perseguivano. Furono due giovani di estrema destra, Freda e Ventura, coperti dai servizi segreti: e con l’obiettivo di destabilizzare l’Italia e spostarne a destra l’asse politico. Il centrosinistra aveva esaurito la sua parabola, ma il “tuono a sinistra” (come l’hanno chiamato gli storici) scuoteva da due anni il paese. Il cosiddetto biennio rosso, iniziato con la Contestazione studentesca del ’68 e proseguito con l’Autunno caldo del ’69. Un’ondata di scioperi che, cinquant’anni fa, vide in prima linea gli operai metalmeccanici e le frange più politicizzate del movimento degli studenti. Come il centrosinistra, anche l’Italia del boom economico era al tramonto. Ma la partita per gli operai non si giocava soltanto sul terreno delle rivendicazioni salariali: si giocava anche per il miglioramento delle condizioni di lavoro e soprattutto per la conquista di nuovi diritti.

La strage alla Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana, con il suo macello di membra umane sparse a destra e a manca, fu la risposta terroristica e golpista a questo “tuono”. Con un’esplosione più forte – e devastante – che scuote le fondamenta della giovane democrazia italiana. La Banca dell’Agricoltura, al centro di Milano, è affollata dagli ultimi clienti quel venerdì pomeriggio del 12 dicembre 1969 quando la bomba deflagra nel suo grande salone. Sindaco della città colpita al cuore, della città culla del riformismo italiano è il socialista Aldo Aniasi. Procuratore capo il dottor Enrico De Peppo.

Le indagini seguono la falsa pista anarchica: con gli arresti del ferroviere Giuseppe Pinelli e del ballerino Pietro Valpreda. È un clima cupo quello che si respira (e cui ben si attaglia la domanda di Sergio Zavoli: “La bomba – anarchica o nera? O di chi altro?”) prima che quello che tutti pensano e di cui tutti hanno certezza, senza prove per dimostrarlo, comincia a delinearsi come la verità: la strage ha una matrice fascista. Ma ci vogliono tre anni prima che un giudice di Treviso, Giancarlo Stiz, riuscirà a incriminare Franco Freda e Giovanni Ventura e prima che inizi il primo processo: quello di Catanzaro. Da cui i due neofascisti escono condannati all’ergastolo come organizzatori e mandanti.

Tra i tanti libri sulla strage, uno degl’ultimi è di Benedetta Tobagi: Piazza Fontana. Il processo impossibile, frutto di accurato lavoro archivistico. Un processo spedito in Calabria forse con la volontà di seppellirlo dietro lo slogan della “strage di Stato”. Che l’autrice del libro ritiene sommario e, oggi, superato. In realtà, proprio quello slogan serviva, è servito per tanto tempo a nascondere le responsabilità dirette dell’estrema destra. “Ci sono storie che ti seguono ovunque e non ti lasciano più.– scrive il giudice Guido Salvini in un altro libro sull’argomento – Piazza Fontana per me è una di queste, un’ombra, un pensiero di sottofondo. Ti occupi d’altro, ma ci ritorni sempre”. Ritorni con la mente ai suoi morti innocenti, alle immagini in bianco e nero viste alla televisione, ai suoi misteri mai chiariti, alla possibile “pista atlantica” interessata a “normalizzare” l’Italia in quell’autunno caldo.

Per la Tobagi il merito dei giudici di Catanzaro è stato quello di aver portato lo Stato alla sbarra e di aver risvegliato molte energie democratiche. Nel suo libro mette in luce il sistema giudiziario di allora, “strumento di mantenimento dell’ordine e del potere”. Si deve ai giovani magistrati (ma anche ai poliziotti e agli avvocati) se le cose cambiarono dopo la strage. E se il processo non venne seppellito. “Furono loro – dice nell’intervista a Simonetta Fiori, Repubblica del 7 giugno scorso – a immettere nel sistema una cultura costituzionale che poi avrebbe prodotto mutamenti profondi”. Ecco perché l’autrice di Piazza Fontana. Il processo impossibile attribuisce molta importanza al processo di Catanzaro e parla di risveglio delle energie democratiche. Perché quello è il momento della perdita dell’innocenza per la giovane repubblica italiana, il suo passaggio all’età adulta. E questo è vero. Ma dopo Catanzaro ci furono altre inchieste e altri gradi di giudizio. Fino a quello, ormai lontanissimo dai fatti, della Cassazione nel 2005. Che lascia scoperta la casella degli esecutori materiali e che riconosce Freda e Ventura come mandanti della strage. Ma i due erano già stati assolti in via definitiva nel 1987 e dunque non sono più processabili. Ne bis in idem. E così dai fantasmi, dai misteri, dalle ombre di Piazza Fontana, cinquant’anni dopo, non ci siamo ancora del tutto liberati. Appunto, la bomba – anarchica o nera? O di chi altro? Di sicuro c’è che non fu anarchica.

Gaetano Cellura