“Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg

A distanza di anni e con alle spalle e al presente una professione che mi porta a confrontarmi con una scrittura alle prime armi, da istruire e correggere, mi sono imbattuta nuovamente nella lettura di LESSICO FAMIGLIARE, di Natalia Ginzburg, ed. Einaudi 1963.

L’ultima volta che lessi il testo avevo poco più di diciott’anni, l’ansia di un futuro da costruire e, di certo, l’ignoranza linguistica che con il tempo, le giuste letture e la professione che ancora mi identifica socialmente, sto gradualmente colmando – il processo è ancora in corso.

La rilettura del testo si è rivelata una immersione nella linguistica descrittiva[1], ossia nella disciplina che studia la lingua – italiana – in uso attuale, privata del filtro della norma, legata a un dato momento e utilizzata da un determinato gruppo di persone.

E’ diametralmente opposta alla linguistica normativa,[2] la quale codifica, unifica e sottrae alla lingua le tracce del suo popolo.

Ora, la lingua scritta con cui la mia professione ha un quotidiano contatto è di tipo descrittivo, appartiene a soggetti pre-adolescenti che con la linguistica normativa di certo non hanno occasione di incontro, se non durante quelle ore tormentate di grammatica che somministro loro a cadenza settimanale, alla maniera di farmaco contro l’insonnia.

In questa sede non mi soffermerò sull’identità di diario di famiglia, né sulle figure descritte dalla Ginzburg di cui si è già molto scritto e detto, e con competenze ben superiori rispetto a quelle della sottoscritta.

Traccerò invece un parallelo, forse un po’ balzano, tra quelli che ho sempre considerato strafalcioni linguistico-grammaticali dei miei alunni e gli stessi che invece sono stati il tratto distintivo della lingua consapevolmente scelta dalla Ginzburg.

 

LESSICO FAMIGLIARE, magistrale esempio di linguistica descrittiva, si sviluppa su un tessuto linguistico marcato in senso diatopico, diastratico, diamesico.[3]

 Diatopico,[4] poiché viene utilizzato l’italiano regionale, che emerge su quello nazionale attraverso cadute di lettere doppie – “Si amazzano! -gridava mia madre, trascurando l’emme doppia nello spavento.”Pg. 32;

o mediante l’uso dell’articolo davanti a nomi propri femminili – “E poi s’arrabbiava, la Paola (…)”. Pg. 106.

Diastratico,[5] perché tutta la scrittura è costellata di espressioni popolari, lontane dal parlato colto delle classi abbienti. Qualche esempio:

“Non c’era però tra i ritratti quello del padre di mia nonna, (…)perché, rimasto vedovo, ed essendosi litigato un giorno con le sue figlie, (…) aveva dichiarato che (…) si sarebbe sposato con la prima donna che incontrava per strada”. Pg. 8.

“Ma sei matto Beppino! A loro gli piace tanto star lì’!”, pg. 154.

“(…)non me ne importa niente che a lui gli piacciono tanto i preti”, pg. 173.

“Non voglio che state sempre sul prato!”,pg. 184.

Diamesico,[6] perché non vi è distinzione tra comunicazione parlata e quella scritta: la comunicazione scritta ricalca la sintassi frammentata dell’oralità e fa un frequente ricorso a dislocazioni e frasi scisse tipiche del parlato.

In un continuum unico tra pensiero, parola e penna, si leggono frasi scisse del tipo:

“Mio padre, i primi giorni che ero malata, mi curava lui.” Pg. 66.

“Alberto, anche lui giocava a bridge”, pg. 102.

Dislocazioni del tema a sinistra[7]:

“-Noi siamo gente tranquilla! Alla gente tranquilla non gli fa niente nessuno.”[8] pg. 158.

Un uso del “che” polivalente:

“Io restavo sola in città; e non lasciavo la città che per pochi giorni, nel periodo che la casa editrice chiudeva.”[9]pg. 184.

Tali marcature popolari, regionali e dell’oralità presenti nel romanzo della Ginzburg fioriscono anche tra le incerte righe scritte dei miei alunni, e con tale candore che il giudizio severo dell’insegnante spesso cede il posto alla nostalgia di una età, la loro, in cui le situazioni, il sentire, i personaggi si identificano solo dal comportamento che conducono, dai gesti che compiono, dalle parole che pronunciano, senza l’urgenza di produrre commenti profetici, né di ricorrere alle convenienze normative che si confanno alla lingua scritta.

E così, in nome della nostalgia, che ben vengano i loro disseminati giudizi frontali e intransigenti:

“Mia mamma dice che è brutta, ma lei non lo sa che non è vero.” Anna, 12 anni;

“Il cane del mio amico non mangiava niente perché forse voleva scappare, ma non ci riusciva a scappare e continuava a vivere triste.” Paolo, 11 anni;

“C’era un tema che io dovevo scrivere, ma non avevo voglia di scrivere perché mio nonno moriva a casa e io non potevo vederlo, così non ho scritto il tema”, Vittoria, 11 anni.

 O le frasi dalla sintassi accidentata:

“Io mi aspetto che dovrò studiare molto di più delle elementari, e spero che imparo molte più cose.” Paolo, 11 anni.

“Già dal 7 settembre che sono molto felice perché ho saputo che ci venivano i miei amici.” Elena, 12 anni.

“Da questo nuovo anno scolastico mi aspetto di alzarmi ancora più presto per andare a scuola, avere il peso dello zaino e tanti compiti fatti a casa”. Ettore, 11 anni.

Giungerà anche per loro il tempo in cui il pensiero globale, che accoglie la conoscenza nella sua immediatezza senza categorizzarla, lascerà il posto al pensiero analitico che censura le emozioni dietro il controllo sintattico, credendo di riuscire, in tal modo, a governarle.

La stessa Ginzburg pare dimostrare questo passaggio al pensiero analitico quando, sempre in LESSICO FAMIGLIARE, nelle pagine dedicate al suo amico suicida Cesare Pavese, abbandona provvisoriamente la scrittura d’impeto e si fa riflessiva:

“Pavese commetteva errori più gravi dei nostri. Perché i nostri erano generati da impulso, imprudenza, stupidità e candore; invece gli errori di Pavese nascevano dalla prudenza, dall’astuzia, dal calcolo, e dall’intelligenza. Nulla è pericoloso come questa sorta di errori. Possono essere, come lo furono per lui, mortali; perché dalle strade che si sbagliano per astuzia, è difficile tornare.” LESSICO FAMIGLIARE, ed. Einaudi 2014, pg.176-177.

La medesima dose di riflessione e cautela traspare in Ritratto d’un amico, saggio pubblicato nel 1962:

“Eravamo tutti molto amici, e ci conoscevamo da tanti anni; persone che avevano sempre lavorato e pensato insieme. Come succede fra chi si vuole bene ed è stato colpito da una disgrazia, cercavamo ora di volerci più bene e di accudirci e proteggerci l’un con l’altro, perché sentivamo che lui [Pavese], in qualche sua maniera misteriosa, ci aveva sempre accuditi e protetti. Era più che mai presente, su quella proda della collina”. In LE PICCOLE VIRTU’, ed. Einaudi 2015, Pg. 21.

Che anche i miei alunni, se non tutti, almeno in parte, riescano a superare l’ozio della lezione di grammatica-sintassi e a fare del linguaggio uno strumento di controllo e decifrazione del mondo, è la speranza di chi svolge il mio lavoro.

Allo stesso tempo, se questo accadrà, inevitabilmente verranno persi l’autenticità di affermazioni audaci e il coraggio di eludere spudoratamente il contesto, e si darà spazio al giudizio rigoroso e insindacabile da parte del mondo degli adulti.

Una soluzione che concili l’essere adulti perseguibili con il restare bambini assolti, forse, esiste:

“Anna pensò:

– Benito ha stabilito le regole del suo gioco, quello che lui stesso organizza e gioca: “Io decido che si può votare contro la morte, quindi voto contro.”

Con una punta di superbia che riconosceva di avere, Anna si disse che, dopotutto, avrebbe potuto pronunciarla anche lei, quella frase, solo che non era riuscita ad essere così infantile. Già… Ci vuole una buona dose di fanciullesco incanto, per essere così profondi. Poi si cresce, si diventa adulti e ci si disincanta un po’ di tutto.

E si fanno figli anche per recuperare, senza risultare ridicoli, ciò che si è perso crescendo.

E si fanno figli per poi poter dire, come Benito: io voto contro la morte.

E magari si può vincere davvero.” [10]                                                                  Maria Bucolo

[1] A.A. Sobrero, A. Miglietta, Introduzione alla linguistica italiana, Editori Laterza-2016.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] Variabilità diatopica: differenziazione legata allo spazio.

[5] Variabilità diastratica: differenziazione in rapporto alla classe sociale, all’età, all’istruzione.

[6] Variabilità diamesica: differenziazione  nel codice, scritto o parlato o trasmesso.

[7] Complemento anteposto alla frase, poi ripreso dal suo pronome. I corsivi dell’esempio sono miei.

[8] I corsivo è mio.

[9] Il corsivo è mio.

[10] Maria Bucolo, Confini instabili, Ed. Prova d’Autore, 2017, pg. 63.