L’ingaggio

[Era una abitudine dell’esercito inglese nel secolo XVIII che, se un sergente reclutatore riusciva a mettere una moneta da uno scellino (The King’s shilling) in mano ad un uomo, costui, volente o nolente, era arruolato nell’esercito. Cfr. il romanzo Tom Jones di Henry Fielding, libro 7, cap. XII]

Come mai questo giovanotto insiste così tanto per mettermi in mano questo biglietto da cinque che, stropicciato lì per terra, sicuramente ha adocchiato lui prima di me? Lo ha tenuto d’occhio ben bene, si è mosso appositamente dal marciapiede opposto, e poi, sul più bello, dopo d’averlo già preso insiste «È suo, signore; lo prenda. O anche se non è suo, lo ha visto certamente lei prima di me». Insomma, a farla breve, è riuscito a mettermelo in mano.
È un biglietto da cinque, magari un po’ sgualcito, ma buono, ed io me lo rigiro tra le dita come se non avessi mai visto come sono fatti i soldi. Ebbene… ma cos’è questo freddo e questo vento gelato che mi si attacca alle ossa e mi attraversa le viscere senza neanche darmi il tempo di respirare? Cos’è questo?
Nel vento una voce sottile e beffarda mi risuona nel cervello: «Hai preso il tuo ingaggio, il tuo ingaggio di arruolamento, e adesso devi servire il tuo signore nelle guerre che lui vuol fare di qua e di là in Europa…»

La strada è disagevole e, soprattutto, coperta di neve ghiacciata; due fossati lungo i bordi, coperti di ghiaccio e segnati ogni tanto da corpi gettati nelle posture più rigide e più strane: ussari, artiglieri, dragoni, corazzieri, ogni tanto qualche kozach, ma soprattutto fanti dell’Armée che segnano il passaggio del saccheggio di Magna Catlin-a,[1. Modo popolare eufemistico piemontese per indicare la Morte.] che non distingue tra i giovani e i vecchi, tra ricchi e poveri… Ma che diavolo di ragionamento vado facendo: dormo o sono sveglio; mi trovo nell’allucinazione più straordinaria che si può immaginare o…
Salgo sul tram e vedo un solo posto libero per sedersi: parto deciso a prendere ciò che resta, ma un altro signore ha la mia stessa idea e così arriviamo contemporaneamente per sederci, ma io quasi con un salto ce la faccio ad arrivare prima di lui… sopra questo carro scricchiolante che si trascina nella pianura istupidita dal ghiaccio e dal vento: abbiamo visto questa carretta che potrebbe essere un mezzo di salvezza in questa ritirata che è la disfatta delle illusioni non solo del nostro signore, ma anche dei nostri sogni di grandezza. Solamente un posto sopra questo carro, ed io ci sono salito mentre quell’ussaro francese è rimasto giù, a piedi, in mezzo alle due rive gelate…

Poco da fare: vivere e lavorare in una città vuol anche dire trovarsi spesso nella situazione di dover rischiare dei brutti incontri. Questa mattina mi sono trovato davanti ad una banda di ragazzi che, con la scusa di chiedermi una sigaretta, hanno cercato di rubarmi il portafoglio, ma io me ne sono accorto e allora, proprio quando… il volteggiatore seduto vicino a me mi è rotolato in grembo preso da una fucilata dei kozach, mi sono gettato con una giravolta sul fondo della carretta e poi mi sono sviluppato dal suo abbraccio freddo e umido di sangue e mi sono poi gettato nel fossato che corre vicino alla strada e mi sono fatto piccolo, in modo da assomigliare il più possibile agli altri vicini a me. Così ho sentito le urla dei kozach e le fucilate, gli scoppi dei colpi da una parte e dall’altra e, alla fine, le risate folli e aguzze dei figli del Don che si allontanavano… sotto i portici di piazza Castello, mentre io, nascosto in un portone, li lasciavo passare davanti a me e allontanarsi verso via Po.

Tutti i giorni la stessa storia: una fila che non finisce mai per riuscire a prendere un paio di panini per pranzo. Il primo che arriva… gli altri si arrangino davanti a questa isba dove un gruppo di chasseurs ha trovato della roba da mangiare e adesso se la sta portando via senza tanti complimenti. E allora anch’io mi piazzo dietro a questi e do anch’io una mano a portar via maiali e anatre e a prendermi la mia parte, ché me la sono davvero guadagnata…

Ci sono quasi, ancora qualche tappa e ce l’avrò fatta. Mi sono accompagnato fin qui con parecchi altri che venivano nella mia direzione. Non sto a raccontare quello che abbiamo passato, e non è ancora finita, visto che la voce che corre è che le armate dello tzar non si accontenteranno di averci mandati fuori da casa loro, ma addirittura arriveranno fino in Francia, e in Piemonte.
Ci mancava ancora questa bella notizia: un guasto improvviso ha bloccato il treno che doveva portarmi, come tutti i giorni, a casa, e chissà per quanto ne avremo. Fortunatamente il treno si è fermato alla stazione prima della mia e così da qui a casa ci saranno, più o meno, un tre-quattro chilometri. E allora? Una buona soluzione che mi si presenta è quella di farmela a piedi, anche se dopo una giornata di lavoro l’idea di questa fatica supplementare non è che mi faccia saltare dalla gioia, ma, d’altra parte, questo è anche l’ultimo sforzo: dopo tutto quello che ho passato in questi mesi: quest’ultima camminata è solamente una briciola. Diamoci una mossa: dalle pianure del Don fino a pochi passi da casa ne ho fatta di strada. Adesso tutto è passato e sto per arrivare e riposarmi dopo una giornata di lavoro davvero faticosa, davvero angosciante. La camicia si sta oramai quasi attaccando alle spalle e le scarpe sono coperte di polvere, mando qualche accidente ai treni ed alle ferrovie. Ce l’ho fatta; ecco il campanile del mio paese e il tetto, me lo ricordo, di casa mia. Sono ormai arrivato in piazza, ancora pochi metri. Dietro il muro della chiesa si alza una sghignazzata senza senso e parole che io non capisco: un luccichio d’acciaio, una borraccia gettata da una mano ad un’altra, due baffi neri e lucidi. I kozach sono arrivati prima di me.

coda
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