Campanili siciliani – un libro con i punti sulle “i”

Campanili siciliani (ed. Prova d’Autore, 2021, euro 18,00) è uno di quei libri nati per caso ma di cui si scopre presto la necessità. È nato dall’interesse di Giuseppina Sciortino per la cultura della propria terra. Infatti, trapiantata a Milano, l’Autrice è di origini siciliane. Noi l’abbiamo conosciuta attraverso la sua penna, quando ha partecipato all’iniziativa editoriale promossa da Prova d’Autore per ricordare la personalità della mitica Rosa Balistreri, con la pubblicazione di una monografia intitolata Una rosa di venti. Ma, all’inizio di quest’anno, sul blog letterario Zona di disagio, esce un saggio di Giuseppina Sciortino su Vocabolario siciliano, raccolta di poesie in siciliano scritte da Mario Grasso e la cui prima edizione uscì nel 1989 con la prefazione di Maria Corti. Il seguito naturale di questo articolo è stato un confronto culturale, mosso dalla curiosità dell’Autrice ma soprattutto dall’esigenza di sapere di più di un mondo oggi in via di estinzione che però è anche il nucleo della nostra identità culturale. Mi riferisco in particolare alla lingua siciliana, con i suoi proverbi, la sua filosofia, i suoi drammi e le sua ilarità. Così nasce una vera e propria intervista rivolta all’autore di Vocabolario siciliano, per citare solo l’opera da cui è partito il confronto a due voci, autore impegnato da decenni in una ricerca incessante e attenta, sul fronte storico, filologico e demopsicologico sulla Sicilia e sui siciliani.

Così, incitato da Giuseppina Sciortino, Mario Grasso racconta una Sicilia che qui definiamo “con i puntini sulle i”. Ci racconta di come da bambino ha imparato il siciliano, o della propria biblioteca “mitica” – per usare le parole dell’Autrice – luogo sacro per gli amici, che consta di oltre 14 mila volumi ben catalogati, ognuno un pezzo di storia ma anche un pezzo di storia di vita. L’autrice domanda anche perché noi siciliani conosciamo così poco il siciliano, anche quando crediamo di esserne maestri. È il caso di chi oggi compie il rischioso atto di scrivere in dialetto, finendo però per sicilianizzare l’italiano, non conoscendo realmente né il vocabolario, né la grammatica, né l’ortografia. Se poi nel mistilinguismo tutto è concesso, d’altra parte, bisogna però saperlo praticare (e chi vi si addentra non può prescindere dalla lettura di Stefano D’Arrigo). Mario Grasso invoca l’umiltà – caratteristica che lo ha accompagnato da sempre – e che è virtù necessaria anche quando ci si addentra nel campo minato del dialetto, onde scansare i vari narcisismi.

In questo libro si parla anche della storia di Lunarionuovo, rivista letteraria fondata da Mario Grasso nel 1979, uscita in cartaceo per 53 numeri fino al 1990 e per cui hanno scritto personalità come Sebastiano Addamo, Gesualdo Bufalino, Ignazio Buttitta, l’allora giovane Nino De Vita, Leonardo Sciascia. Fu proprio Leonardo Sciascia a incoraggiarne allora la fondazione. Lunarionuovo si è convertito al digitale nel 2009 e da allora viene pubblicato online, e continua a dare spazio alla lingua siciliana, ora pubblicando le poesie di collaboratori come Sebastiano Aglieco, Salvatore Bommarito, Massimiliano Magnano, ora dedicando a scrittori dialettali recensioni, saggi o interi numeri, come nel caso del n.105 di questo mese di marzo, interamente dedicato a Nino Martoglio, di cui ricorre quest’anno il centenario dalla morte, il 15 settembre. È anche questo un indice di continuità di un percorso di decenni, fatto di coerenza, resistenza, fiducia.

Si parla anche delle discutibili, per quanto monumentali, iniziative regionali per la promozione del dialetto. Parlando a un esperto di paremiologia, Giuseppina Sciortino non poteva non chiedere dei proverbi, con cui ci vengono raccontati aneddoti agrodolci, tra frequenti errori e alzate d’ingegno. Affascinanti nonché utili sono le spiegazioni sulle polisemie e le alloglossie. Proprio queste ultime sono il tema che occupa più ampio spazio nel libro con una approfondita e vasta indagine, comune per comune e per tutte le province siciliane, sui cosiddetti “pecchi”, i nomignoli affibbiati a singoli personaggi locali o a intere famiglie nei vari momenti storici ma destinati a tramandarsi nelle generazioni, ora con toni al limite del bullismo, ora benevoli, sempre espressione da un punto di vista filologico delle sfumature proprie delle “isole linguistiche”. Chi conosce bene la Sicilia sa, infatti, che non si può realmente parlare di siciliano al singolare, la nostra è una lingua che non ha koiné. L’illusione che possa esserci un siciliano la riceviamo dai compilatori dei vocabolari che – come denunciava già Giorgio Piccitto – hanno sempre livellato tutte le parlate al palermitano, che non è che una parte di una gamma linguistica molto più vasta e caratterizzata da “diversità” e unicità. Questo dei vocabolari è un problema di sempre, a cui in epoca recente si aggiunge l’usanza di impacchettare, per le serie televisive ambientate nella Trinacria e di uso e consumo nazionale, un siciliano funzionale a esigenze puramente commerciali. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia. Quella che si racconta in questo libro è una narrazione che mette in evidenza la presenza di una molteplicità di dialetti quante sono le aree geografiche della Sicilia. In particolare, ci sono dei luoghi per conformazione più isolati rispetto ad altri, la cui parlata contrasta con grande evidenza dalle altre. È il caso del gallo-italico, o del siculo-albanese della piana degli albanesi (l’arbëresh).

Questo libro è quindi un pretesto per informare e chiarire.

“Campanili siciliani” per dire campanilismi, nella Sicilia in cui – come dice spesso Mario Grasso – “ogni testa è un tribunale”.

Se è inutile strapparsi le vesti al cospetto di una lingua che sta sempre più diventando lingua morta, l’invito è però quantomeno quello di ricordarla dignitosamente, rendendole giustizia e leggendo le opere letterarie che se ne servono, come si fa con i classici latini e greci già ammessi nelle scuole. Noi ci complimentiamo con Giuseppina Sciortino, di cui tra l’altro è in corso di stampa un nuovo libro, il romanzo intitolato Petali di rose, madonne e carciofi.

Giulia Letizia Sottile