Le piste di carta. Realtà e finzione intorno a Ettore Majorana (3)*

(Continua da Lunarionuovo n. 72/53 nuova serie, febbraio/marzo 2016)

 

maiorana e colleghi

 

Siamo tornati di nuovo a Majorana, e stiamo per tornare di nuovo alle tre lettere.
Ma en passant dobbiamo prima sciogliere un nodo, che nessuna delle ipotesi fatte sulle lettere di Majorana ci pare abbia fin qui sciolto.
Majorana si è imbarcato sul “postale” per Palermo il venerdì, la macchina delle ricerche si è messa in moto il lunedì[1]. Se Majorana non avesse scritto alcuna lettera, la macchina non si sarebbe messa in moto prima. Dunque non per guadagnare tempo egli può avere scritto le lettere. Può averle scritte per inceppare la macchina – specialmente quella poliziesca, che, in effetti, nell’ipotesi del suicidio ha subito preso a impigrirsi (‘se si è suicidato perché cercarlo? Se non si è suicidato tornerà, come tutti i folli’, questo deve aver pensato Majorana che la Polizia pensasse, supponendo che la Polizia avrebbe applicato, come in effetti applicò, al suo caso il pensiero dell’abate Ferrara, che “in qualunque maniera” pone la follia ad anticamera del suicidio). Anche questa spiegazione però non tiene: poiché lo stesso, se non migliore, effetto Majorana avrebbe prodotto lasciando una sola lettera, alla famiglia.
A Ettore Majorana sarebbe bastato sparire tra una delle due lezioni settimanali e l’altra e lasciare nella propria stanza d’albergo la lettera per la famiglia. L’allarme non sarebbe stato dato prima di una o due lezioni andate deserte, le ricerche avrebbero portato presto all’Albergo Bologna, lì si sarebbe trovata la lettera, con la manifestazione dell’intento suicida, utile a inceppare la macchina delle ricerche.
Il nodo si scioglie pensando che la prima lettera al Professore Carrelli non è servita a Ettore Majorana per prendere tempo o per inceppare la macchina delle ricerche, ma per venire fuori dall’impasse, per disincagliare la propria mente dallo scoglio del suicidio.
Scritta la lettera, impostata la busta all’indirizzo di Carrelli, egli dovrà ancora decidere se ‘uccidersi da se stesso’ (abate Ferrara) o se vivere: ma una volta per tutte.
Questo è un passaggio cruciale, che va messo a fuoco precisamente, e va messo a fuoco puntando la lente tutta sul margine alto a destra della lettera, in fondo alla data, dove è scritto: “XVI”.
E’ un numero romano, il quale significa che, nel marzo del 1938, si era nell’anno sedicesimo dell’Era Fascista[2].
Appena sei anni prima il Duce (insieme con Giovanni Gentile, il padre di quello stesso Giovanni Gentile Jr. che abbiamo incontrato sopra, quello cui Ettore Maiorana diceva del proprio tentativo di imparare la teoria dei gruppi) ha scritto, nella Dottrina del Fascismo[3], che “il fascista accetta, ama la vita, ignora e ritiene vile il suicidio; comprende la vita come dovere, elevazione, conquista: la vita che deve essere alta e piena, vissuta per sé, ma soprattutto per gli altri, vicini e lontani, presenti e futuri”. Il suicidio è scomparso dalla società italiana, dall’arte come dalla cronaca, al punto che persino la rappresentazione di un Giulietta e Romeo si pone come motivo di censura. Nell’Italia Fascista a nessuno è dato di uccidersi da se stesso, e nessuno di fatto si uccide più da se stesso (e diciamo così, ‘di fatto’, per dire di quel che, di fatto, dell’Italia fascista raccontava la radio, scrivevano i giornali).
In questa Italia, una lettera come la prima scritta da Ettore Majorana al Professore Carrelli, al suo Direttore di Istituto, segna davvero un punto di non ritorno, traccia davvero un orizzonte degli eventi oltre il quale se Ettore Majorana non si suiciderà non potrà più farlo; dopo questa lettera, se egli non si ucciderà, dovrà tornare (e dare rassicurazione di potere e volere tornare) alla vita di prima, quella di docente chiamato a insegnare “per chiara fama”, vocato in quanto tale a offrire un modello di vita alta, piena, vissuta per sé, ma soprattutto per gli altri, vicini e lontani, presenti e futuri.
Con questa lettera Ettore Majorana passa dunque dalla contemplazione all’azione.
Impostata la busta, a quest’uomo intelligentissimo non resta che mettersi a cavallo del corrimano del “postale” per Palermo e vedere cosa succede.
In ogni caso, “dopo” il dilemma sarà risolto.
Tensione morale e scoramento, quelli che inducono nella grafia il tratto discendente, sono solo in questa lettera, che difatti è l’unica nella quale Ettore Majorana non tiene il rigo. Quella alla famiglia, che pur deve essergli costata, non ne è che l’appendice, poiché la risoluzione è già stata presa (altra ragione che ci induce a credere che la lettera alla famiglia sia stata scritta dopo, subito dopo, ma dopo). Del resto, egli non si imbarca sul “Postale” per Palermo per suicidarsi, ma per uscire dall’incaglio del suicidio. Seppure, una volta sul corrimano della nave, egli deciderà di buttarsi giù, questa sarà stata per lui la scelta migliore, la più felice. Che la famiglia non porti, allora, alcun segno di lutto, o ne porti uno minimo. Nulla c’è in essa per non tenere il rigo.
Se questo è il gioco di Majorana (e parliamo di gioco citando Sciascia, ma usando il termine come lo userebbe Majorana, che della “teoria dei giochi”[4] era cultore appassionato), esso non è “al limite dell’ambiguità”, esso è senz’altro ‘ambiguo’, doppio, anzi triplo.
Scritta la lettera per il Professore Carrelli, scritta di seguito la lettera per la famiglia, lasciata nella stanza dell’Albergo Bologna la lettera per la famiglia, impostata quella per il Professore Carrelli, preso imbarco per Palermo, in attesa del momento buono per mettersi a cavallo del corrimano della nave (e le undici di una sera di marzo era già un momento buono)[5], Majorana ha davanti a sé due, tre possibilità.
Salterà giù.
Il Professore Carrelli riceverà la lettera, darà l’allarme, alla famiglia, alla Polizia, Polizia e famiglia arriveranno all’Albergo Bologna, anche l’altra lettera verrà trovata.
Non salterà giù.
Forse avrà allora la forza per tornare alla vita di prima, all’insegnamento, a Napoli, da Carrelli.
Se sarà così, non dovrà far altro che scrivere a Carrelli di non tenere conto della prima lettera. Della lettera alla famiglia nessuno verrà mai a sapere.
Forse però la forza per tornare alla vita di prima gli mancherà.
Se sarà così, dovrà fare in modo di prendere tempo – anzi: di recuperare parte di quel tempo che avrebbe avuto se fosse scomparso lasciando soltanto la lettera per la famiglia nella sua stanza d’albergo – e di inceppare la macchina delle ricerche.
E siamo tornati di nuovo a Caccioppoli.
Un matematico mette la pentola sul tavolo da cucina e si riporta al caso precedente”.
Non avesse avuto bisogno di mettere in mezzo il Professore Carrelli (che non per beffa ha tirato in mezzo, ma per la necessità di uscire dall’impasse del suicidio), se avesse deciso da tutto principio di fuggire, per inceppare la macchina delle ricerche gli sarebbe bastato, lo abbiamo detto, lasciare la lettera alla famiglia.
Ebbene, se non salterà giù dal corrimano del “postale” per Palermo, e non avrà la forza per tornare alla vita di prima e si deciderà a fuggire, si riporterà al “caso precedente”: scriverà a Carrelli e condurrà Polizia e famiglia alla stanza dell’Albergo Bologna, alla lettera per la famiglia.
Ed è così che va letta, secondo noi, la terza lettera, la seconda a Carrelli, quella scritta a Palermo, l’unica in cui Majorana è (ma per la necessità della strada che a quel punto aveva deciso di prendere, per necessità di fuga) univocamente insincero, anche se soltanto in un punto.
In questa lettera, dopo l’impreciso riferimento al telegramma (imprecisione che pare tradire la preoccupazione di Majorana non che Carrelli non si allarmasse, ma che Carrelli non desse l’allarme), Majorana scrive: “… Il mare mi ha rifiutato – sul ‘rifiutato’ il tratto grafico diventa addirittura ascendente, la scrittura, il gesto di scrivere, si fa in questo momento, per lui che scrive, più leggero, aereo, le parole si sollevano dal rigo, come la sua mente, che, in questo momento, realizza di essersi disincagliata dallo scoglio del suicidio – e ritornerò all’albergo Bologna …. Ho però intenzione di rinunciare all’insegnamento. … Sono a tua disposizione per ulteriori dettagli”.
Il mare lo ha rifiutato, è vero: non potrebbe essere più vero.
Quel che non è vero è che egli vuole tornare alla vita di prima, sebbene rinunziando all’insegnamento.
A questo punto, Majorana ha già deciso la fuga.
La lettera serve solo per riportarsi al “caso precedente”, al caso per il quale meglio sarebbe stato (in rapporto alla strategia della fuga) lasciare come unica lettera quella alla famiglia.
Per questo Ettore Majorana dice al Professore Carrelli che ritornerà all’Albergo Bologna e che è a sua disposizione per ulteriori dettagli.
Se avesse voluto tornare davvero alla vita di prima, se avesse davvero voluto che la lettera alla famiglia lasciata in albergo non venisse trovata, Ettore Majorana avrebbe dovuto semplicemente dire al Professore Carrelli che si sarebbero visti in Istituto, dove era giusto che si vedessero, dove, del resto, la rinunzia all’insegnamento da parte di Majorana andava formalizzata.
Che Majorana dica a Carrelli, al Direttore Carrelli, che tornerà all’Albergo Bologna e che è a sua disposizione per ulteriori chiarimenti, per giunta subito dopo avergli chiesto di non prenderlo per una ragazza ibseniana[6], suona come una stravaganza: a meno che non si pensi che proprio all’Albergo Bologna Majorana voleva che Carrelli andasse, che all’Albergo Bologna Carrelli mandasse Polizia e famiglia, che dall’Albergo Bologna partissero le indagini: cioè a dire dalla lettera alla famiglia lasciata nella stanza dell’Albergo Bologna.
A gustare questo disegno – Carrelli riceve seconda lettera e telegramma, aspetta invano che Majorana si faccia di nuovo vivo a Napoli, mette in moto la macchina delle ricerche, riporta i fatti a Polizia e famiglia, fatti che portano all’Albergo Bologna – poteva venire un prematuro e accidentale rinvenimento della lettera alla famiglia da parte del personale dell’Albergo (il che avrebbe tolto a Ettore Majorana almeno un giorno di vantaggio).
Ma per questo gli è sufficiente un ultimo telegramma, all’Albergo Bologna, con cui dire che nulla si tocchi nella sua stanza.

 

(Continua nel prossimo numero di Lunarionuovo…)

 

Note

[1] Una rappresentazione precisa e appassionante di quel che si mise in moto dopo che il Professore Carrelli, ricevuta la seconda lettera, cominciò a dubitare che Ettore Majorana sarebbe ricomparso è data da Stefano Roncoroni, in Il promemoria “Tunisi”: un nuovo tassello del caso Majorana, Il Nuovo Saggiatore, vol 27, 5-6, 2011, pp. 58–68.

[2] Scorrendo l’epistolario di Ettore Majorana (in Erasmo Recami, cit.), può osservarsi che in molte lettere la data non contiene l’indicazione ordinale secondo l’Era Fascista. Nelle tre lettere che stiamo esaminando essa è invece riportata, puntualmente, diligentemente.

[3] Saggio, apparso per la prima volta nell’Enciclopedia Italiana di Scienze, Lettere e Arti del 1932, come prima sezione di una lunga voce sul fascismo.

[4]Modello matematico per lo studio delle ‘situazioni competitive’, in cui cioè sono presenti più persone (o gruppi di persone, o organizzazioni) dette appunto ‘giocatori’, con autonoma capacità di decisione e con interessi contrastanti”; definizione tratta dall’Enciclopedia Treccani on line, alla ‘voce’ correlativa.

[5] Di questo avviso è pure E. Klein, cit., p. 107 e ss.

[6] Contrariamente a quanto si potrebbe supporre, Sciascia non ha raccolto la provocazione letteraria di Majorana, anzi l’ha proprio ignorata; a raccoglierla è stato E. Klein, nell’op. cit., p. 110.

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