Una pesca tabacchiera

piana di catania

 

La carreggiata si snoda sinuosa come un serpente che avanza, l’asfalto è  scuro e caldo, l’aria celeste e densa. È aprile, la campagna trionfa di vita,  dovunque si posa lo sguardo è fioritura: acetoselle bionde si muovono simili a onde sospinte da uno zefiro leggero, qua e là macchie di papaveri vi si insinuano col loro sangue. I fiori rosa dei peschi graffiano il cielo e più lontano gli alberi mostrano sui rami boccioli di bianchissimo albume, difficile distinguere se da quei petali nasceranno mandorle o mele. Devo raggiungere il mio nuovo posto di lavoro, guido inebriata da tanta bellezza ma attenta, è una strada pericolosa, sui guardrail si vedono mazzi di fiori di plastica, croci e piccoli altarini che ricordano chi, in quel  punto preciso, ha perso la vita. Alla prima rotonda seguo la segnaletica che indica la mia destinazione e giro a sinistra. Adesso la mia auto viaggia tra distese di aranceti, i nuovi piccoli alberi portano ancora una cuffia bianca di tela che li protegge dalle intemperie, quelli adulti e nodosi mostrano orgogliosi i loro frutti dorati. Ai lati la strada è presidiata da grandi eucalipti che, esaurita la loro funzione di dragare paludi, ora svettano verso l’alto con le loro foglioline argentate. Frotte di passeri decollano scompigliati ma, alzandosi in volo, assumono la forma precisa di una freccia, si muovono insieme come un unico corpo e si nascondono per un istante dietro una nuvola di mussola, quindi riappaiono in formazione, puntano qualcosa sul terreno e si precipitano in picchiata. La primavera è piombata nel giro di una notte con un  sole  giallo e denso come burro che rende vivida ogni cosa e  poi ci sono loro, ad ogni slargo, ad ogni piazzola, davanti a qualche casupola cadente, nei piccoli  sentieri che incrociano la statale. Nere, belle, giovani, quasi bambine, coloratissime punteggiano la strada, sostano accanto ad una sedia sgangherata o sotto un ombrellone da spiaggia, ognuna al proprio posto come un soldato che difende il suo territorio. Sono prostitute ma meglio sarebbe chiamarle schiave. La prima volta  le osservo sorpresa, sono lì già prima di me che pure devo entrare al lavoro alle otto e poi  giorno per giorno le guardo con più attenzione, noto i particolari degli abiti, le espressioni dei volti, le riconosco, le chiamo con  nomi di fantasia. Appena lascio la periferia della città incontro le prime due, sono sempre sedute sul guardrail di una piccola rotatoria e rivolgono lo sguardo agli automobilisti che procedono verso di loro; una è di carnagione chiara, l’altra è scura, indossano scarpe da tennis e calzoncini corti, le loro gambe abbronzate hanno un’aria sportiva come atlete che si riposano dopo una gara; quando ritorno, a volte le trovo sedute che fanno pausa addentando una cartocciata o un arancino. Più avanti, su un’auto azzurra posteggiata al bordo di un sentiero, una donna visibilmente anziana aspetta i suoi clienti, il suo corpo ha perduto la grazia della forma femminile eppure lavora ancora. Nella stradina successiva, invece, una robusta ragazza di colore siede su una bella poltrona di velluto a strisce verdi con i braccioli di legno che un tempo avrà arredato un salotto elegante. Adesso invece è lì, collocata sulla strada accanto al palo della luce e lei, la donna di colore, vi siede sopra col portamento di una regina. E poi comincia la sfilza delle nigeriane, indossano tutte  fuseaux variopinti, hanno capelli colorati di biondo, alcune sostano in piedi, altre siedono tranquille con accanto le bottiglie di plastica dell’acqua. A cosa pensano, mi domando ogni giorno, cosa sognano, ma soprattutto immagino la paura che provano ad appartarsi con gli uomini sconosciuti che si fermano ad acquistare i loro corpi di ragazze.

Dopo la prima settimana di viaggio le riconosco tutte, sono quasi per me una mappa di orientamento sulla strada perché mi indicano con precisione dove mi trovo. Ma una mattina compare lei, una ragazza nuova, è nera con  gambe lunghe e nervose, belle e dritte, il suo corpo sinuoso dà le spalle alla strada, non è possibile guardarla in viso; è lì accanto ad un ombrellone arancione che si pettina con una grazia e una delicatezza mai visti: un gesto lento che parte dalla sommità del capo e scende adagio, senza fretta ad accarezzare i lunghi capelli che le sfiorano le natiche. Chi sa se è una gestualità per attrarre, per vendersi o un modo di fare passare il tempo che qui, in questa strada, sembra immobile. L’indomani la cerco mentre passo con l’auto davanti al suo ombrellone arancione, lei è ancora di spalle, questa volta indossa uno slip violetto che evidenzia i glutei rotondi come sfere, è appoggiata su un tavolo che a sua volta è fissato sul guardrail. L’auto procede veloce e quindi il mio campo visivo la perde dopo qualche secondo ma l’immagine mi resta per un po’ in testa insieme ai pensieri e alle domande: che cosa sta facendo chinata su quel tavolo come se stesse scrivendo. Sarà forse una studentessa, mi piace pensare che fa quel  mestiere per mantenersi agli studi. No non sembra possibile, potrebbe essere una ragazza catturata da una banda di malavitosi che la costringono a prostituirsi e lei  scrive poesie per liberare la propria sofferenza. La cerco ancora nei giorni successivi, quando arrivo nei pressi dell’ombrellone arancione rallento e la osservo, è sempre al suo posto appoggiata a quel tavolo che lavora a qualcosa, il suo culetto coperto dagli slip violetti è un forte richiamo, pronto ad intercettare clienti. Mi fa simpatia, immagino storie, ne parlo con una collega. Non compone poesie -mi dice- ma tiene  i conti delle sue prestazioni e dei guadagni. Io non sono d’accordo, le annuncio che qualche giorno mi fermerò e le chiederò cosa scrive. Lo faccio una mattina di giugno, sono in anticipo sul mio programma di viaggio, arrivo all’ombrellone e lei è là, posteggio l’auto nel piccolo slargo scendo e mi avvicino, mi vede con la coda dell’occhio e si gira verso di me. Finalmente posso guardarla, il suo volto è bellissimo, il naso sottile, gli occhi sognanti e lucidi come stelle, le labbra carnose scoprono i denti bianchissimi in un tenue sorriso. Mi dice in un italiano stentatissimo: ”Non faccio le femine, solo uomini.” Io trasecolo, cosa ha pensato di me, quasi mi offendo e ritorno indietro sui miei passi. Lei se ne accorge e cerca di spiegarmi che non è contraria alle donne che amano le donne ma che lei, è il suo lavoro, si occupa solo di uomini. Forse l’espressione del mio viso la intenerisce o non so cosa succede perché sempre guardandomi con quegli occhioni tondi mi dice: “Se proprio vuoi, hai bisogno, solo questa volta posso fare.” Adesso sono io che sorrido e riesco a dirle che non sono interessata alle sue prestazioni ma sono solo curiosa di lei, desidero sapere cosa fa sempre piegata su quel tavolo. Mi prende per il polso e mi conduce verso quella specie di scrittoio dove c’è un grande album, un carboncino e delle matite e accanto un cestino che contiene delle pesche rosate di quelle piccole e schiacciate. “Sei una pittrice?” Le domando, lei non comprende quella parola ma mi mostra i fogli, in ognuno sono disegnate delle composizioni di pesche, con le foglie, senza, dentro un cesto, insieme a tralci di mimosa. È felice della mia attenzione. Mi dice indicando i frutti nel cestino: “Pesche tabacchere uguali a ndori frutti del mio paese, sono cibo per mio cuore, così penso casa mia.” Poi prende una pesca e me la dona, ”Per tua sete, per tuo cuore” quasi sospira. I miei occhi si inumidiscono, ringrazio con un cenno del capo e appoggio quel prezioso regalo sul mio petto; la bellezza è intorno a noi: nel suo viso, sulla nostra pelle, nel cielo infinito che si svolge come un nastro, dall’alto ci guarda una pallida luna bambina che stenta a ritirasi dopo la fatica della notte.

 

 

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