Una donna marinaio quasi sirena

Pozzillo, piccolo paese di mare frazione di Acireale, abitato da pescatori, tra i pochi ad aver conservato la sua tipicità, per qualcuno travisata come mancato progresso e arretratezza, è il paese  dei miei avi, da parte materna, e dove ho trascorso e continuo a trascorrere le vacanze estive. Mi capita di pensare ai personaggi che in un certo senso costituiscono la storia di questo luogo, così raro e prezioso per chi sa apprezzare le piccole cose.
Figura di spicco, Ercole Patti, che seppe descrivere nei suoi libri questi luoghi dove trascorreva gran parte dell’anno, ma esistono  personaggi che  pur nella loro semplicità, oltre a descrivere i luoghi, ne fanno la storia con la loro vita vissuta, che ha affascinato la mia infanzia e continua ad affascinare i miei ricordi.
D’estate, assieme a mia zia Angela, sorella di mia madre, otto anni più grande di me, trascorrevamo dei periodi a casa di nonna Nedda. Nonna Nedda abitava vicino al mare e quasi ogni giorno andavamo a prendere un bagno in località “sutta n’o sinnicu” chiamata così per il fatto che c’era la casa del sindaco di Guardia. Mia bisnonna Nedda indossava un vestito lungo nero, di cotone, fatto apposta per il bagno io e mia zia, invece, avevamo costumi veri e propri, il mio era colore arcobaleno e lo aveva cucito mia mamma, adornandolo con una pettorina a forma di cuore. La casa di Nedda era antica e aveva mobili di qualità, i letti con coperte  bianche di cotone lavorate all’uncinetto e una in cotone color ocra, che ho ereditato. Il letto era con tre materassi due bianchi e uno giallo ocra, i primi, contenevano la lana per l’inverno, il secondo conteneva “u crinu”, una sorta di vegetale essiccato che serviva a mantenere freschi d’estate. Per salirvi dovevo farlo con una sedia! Poi una volta sopra era inevitabile pensare alla principessa sul pisello e mi addormentavo fantasticando sulle belle nuotate che mi sarei fatta il giorno dopo e con la litania che Nedda recitava tutte le sere,dopo il rosario, a cui ci accodavamo: “Iu mi curcu na stu lettu cu Maria supra lu pettu, si iu dormu idda vigghia e si cc’è cosa m’arrusbigghia”.
Il cortile di questa casa era un luogo incantato, si sentivano gli influssi arabi, la presenza della zenia (bindolo) con le vaschette bianche per sollevare l’acqua dal pozzo; al pozzo stesso si poteva accedere passando attraverso una intensa vegetazione di felci, capelvenere, muschi e licheni di tutte le sfumature, dal verde al giallo, tali da farne un luogo magico, ideale per il pomeriggio, quando mia nonna e mia zia dormivano. Io anziché dormire me ne andavo lì a sognare.
C’era accanto, ricordo,  un grande albero di trombe d’angelo bianche, delicatamente profumate. Attaccata alla casa sul retro, da una scala si accedeva sul “lastrico” dove i sedili di mattoni e le fioriere in muratura erano un tutt’uno, sempre pieni di fiori e di profumo di gelsomino arabo. Da quella terrazza si vedeva “U Scaru”, e tutto questo mi riempiva di felicità; sapevo che questi luoghi sarebbero rimasti nei miei ricordi più felici e che mai più avrei dimenticato quei momenti di contemplazione e poesia. Dunque mia nonna Nedda, per la precisione, abitava in via Porpetto, all’incrocio con via Carammone e sua vicina dirimpettaia era l’allora famosa “Barbarina” la donna marinaio. Barbarina, aveva una grande e vera amicizia con la mia bisnonna Nedda e quando aveva un po’ di tempo, per una scusa o l’altra, la veniva a trovare. Era una figura mitica che  accendeva la mia fantasia di bambina. Raccontava a Nedda di tutte le sue avventure in mare, degli scampati pericoli e dei vari tipi di pescato che aveva portato  a casa. Era corpulenta, viso scuro, come tutti i marinai, e le sue rughe sembravano scavate dal sole, piedi smisurati, che i suoi sandali  non riuscivano a contenere. Portava i neri capelli  raccolti sulla nuca e arrotolati a formare una mezzaluna, fermata da firretti e  firrittini, una sorta di fermagli di varie dimensioni.
Barbarina da ragazza abitava, sempre a Pozzillo, difronte la chiesa madre di S.Margherita; sposandosi con Saro “Mariola”, vedovo con un figlio, era  andata ad abitare in una casetta difronte la casa di Nedda. Il marito, Saro, a sua volta, risposandosi, aveva solo spostato la sua residenza per quanto era la larghezza della strada, in quanto essendo  figlio di donna Antonia, viveva con la madre, che abitava  in una casa attaccata a quella di Nedda. Donna Antonia aveva “na putia”, esercizio di generi alimentari. A quel tempo i generi alimentari si contavano sulle dita della mano, vi si vendevano cereali come: lenticchie, fagioli, fave e ciciri, qualche pezzo di formaggio pepato stagionato, che curavano con l’olio di frantoio, per restare morbido, la pasta sfusa, contenuta in pacchi di cinque chili, per lo più spaghetti, maghitta, curadduzzu e pasta brocca che  vendevano “a rotolo” (ottocento grammi) anziché a chilo. Vendevano pure le bombole del gas che allora veniva chiamato pipigas. Barbarina era donna forte e forse l’unica, in paese, a fare il marinaio. Assieme al marito Saro, partivano con la loro barca di legno  a strisce colorate  e affrontavano le notti in mare. Il mare era pescoso a quei tempi dalle barche dei pescatori, e con il loro pescato, che a volte Saro andava in giro a vendere personalmente, riuscivano a condurre una vita dignitosa assieme ai loro sei figli maschi, quattro dei quali portavano con loro in mare e i due più piccoli li lasciavano a Nedda “maduninacosa”, che con la sua nota amorevolezza, non elemosinava la sua assistenza, prendendosi cura dei due piccoli, che faceva stare seduti su di una coperta di lana stesa sul pavimento e li faceva giocare con qualche piccolo oggetto per intrattenerli, mentre continuava nelle sue faccende domestiche, soffermandosi di tanto in tanto con loro. Questi rapporti  di disponibilità e di aiuto tra vicini, ormai scomparsi, ci raccontano di  tempi in cui la solidarietà era consuetudine, era “di casa”.
La vita in mare di Barbarina era davvero piena di avventure e di patemi d’animo, soprattutto per quei quattro figli più grandi, che le davano una mano, ma una madre, quando ci sono i figli teme il pericolo, più per loro, che per sé stessa; e allora si pativa di grande ansie per l’avventura su una barca di pochi  metri e un paio di remi che rappresentavano tutto ciò che avevano per poter navigare: niente motori, niente radar o collegamenti radio, come oggi. Al rientro passavano da Donna Nedda a prendere i due figli più piccoli e quando la pesca era abbondante ne lasciavano una pietanza a lei per ringraziarla della sua disponibilità nell’accudire i piccoli. Una volta gli lasciarono anche un pezzo di tartaruga di mare che Nedda cucinò con cura, come era solita fare.
ll mare spesse volte, specie d’inverno, si ingrossava e la barca era difficile dirigerla dove si voleva, ma Saro era bravo nell’orientarla a forza di mani ai remi, e riusciva sempre a tornare  a riva, anche con il mare più tempestoso.
A quei tempi a Pozzillo non c’era porto, per cui quando il mare si ingrossava attraversava la strada e arrivava fino allo stabilimento dell’acqua minerale Pozzillo, entrava nelle case di chi abitava di fronte la strada, nel panificio, nella pasticceria e poi le donne dovevano pulire tutto ciò che il mare lasciava rientrandosi..
I marinai conducevano una vita avventurosa e travagliata, tra i pericoli e quando attraccavano sulla riva andavano ad affogare le Loro preoccupazioni nella putia di Donna Sara di n’o scaru, con un quarto di vino e una gazzosa e a raccontarsi le avventure, gli  scampati pericoli ed esagerando sulle “pesche miracolose” di cui erano stati artefici o spettatori.

         

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