Sugheri e boe

RUBRICA DI LETTURE di Giulia Sottile

 

Non luogo a procedere

 

«La Storia (…) è una buona manicure», scrive Claudio Magris nel suo nuovo romanzo, “Non luogo a procedere” (ed. Garzanti), ispirato liberamente ad un personaggio realmente esistito, il professore triestino Diego de Henriquez, la cui passione per il collezionismo e per i reperti bellici ha dato il via ad un progetto museale che sta iniziando ad essere realizzato a Trieste, nell’ottica che un Museo della Guerra faccia da testimonianza di quanto non vada più reiterato. Una lezione che l’uomo non smette di imparare perché non smette di dimenticare._non-luogo-a-procedere-1440304695
La pianificazione sembra essere addebitata allo stesso Magris che delinea pagina dopo pagina un museo, «natura morta», dall’organizzazione assolutamente innovativa, interattiva, fatta di proiezioni, riproduzioni sonore, dove la tecnologia interviene per agevolare un viaggio nel tempo a ritroso. Ospita qualsiasi oggetto sia rimando immediato alla guerra.
Il vecchio professore, che aveva partecipato in qualità di interprete alla seconda guerra mondiale, si faceva portavoce, studioso, ricorrendo alle speculazioni dei più grandi strateghi della storia, da Sun Tzu a von Clausewitz. Ne è inorridito tanto quanto attratto (e risulta interessante notare questa contraddizione anche nel rapporto con la figura femminile, nel ricorrere di rimandi sessuali a connotare la morte e la battaglia – «lanugini pelviche nascondono aculei»). Con acuzie Magris fa notare come la guerra c’entri poco con l’odio, non solo perché a combattere sono persone che non si odiano ma anche perché, a guerra finita, ci si stringe la mano con facilità. Come d’altronde i bambini afferrano le arance che i neozelandesi (con l’arrivo degli Alleati a Trieste) lanciano dalle gip (il che ricorda, nella memoria storica di chi scrive, caramelle e cioccolatini distribuiti in Sicilia). Con altrettanta acuzie Magris giunge ad armi ben più potenti: le banconote. Emerge come alle nazioni non interessino davvero ideologie e religioni, ma che «sotto la giungla c’è il petrolio». «Non che gli animali siano migliori, come si dice. Ma almeno (…) non pretendono, quando sbranano o depredano, di essere nel giusto». Di buono restano le canzoni di guerra. Quest’ultima spesso associata al fuoco – o meglio, al momento immediatamente successivo all’estinzione delle fiamme, quando tutto è secco – dipinta con i colori del sangue – rievocato dalle macchie dei frutti sugli indumenti, o dell’uva rossa e nera schiacciata nei torchi, metafora dello spargimento di sangue in battaglia e nella Risiera di San Saba, l’unico campo di sterminio nazista in Italia, «modesta succursale della grande Ditta “Adolf Hitler & Co.”», come ironicamente la definisce Magris.
Attorno alla Risiera aleggia un velo di mistero, scarne notizie trapelano nel corso della narrazione attraverso gli appunti del vecchio professore, morto accidentalmente in un altrettanto misterioso incendio, e attraverso le ricerche e le ricostruzioni di Luisa, a cui è stato affidato il compito di portare avanti il progetto museale. Si parla di prove del coinvolgimento di gente bene, al momento opportuno trasformista (come accade ancora oggi per molto meno, nel rimbalzare da una fazione all’altra). Pare che nell’incendio siano scomparsi diari su cui aveva annotato nomi e cognomi, disegni, parolacce, copiati accuratamente dalle pareti della Risiera su cui i detenuti lasciavano indizi o semplicemente tracce del proprio passaggio. Qualcuno aveva messo a tacere bocche con la deportazione e continuava a farlo con l’occultamento di prove. Erano gli stessi che strinsero la mano agli alleati e ottennero medaglie al valore per aver lottato per la liberazione.
Alla Risiera finiva il diverso, si è sempre avuto nella Storia un diverso verso cui canalizzare il peggio di sé, per sbarazzarsene. D’altronde, le stesse tradizioni nascono «per tenere buoni gli artigli delle cose». È per questo che non c’è differenza sostanziale tra le realtà che Magris, con abilità, ripercorre stanza dopo stanza, assimilando la Shoah alla tratta degli schiavi e al rogo delle streghe nere, il razzismo degli ariani verso gli ebrei a quello reciproco tra ebrei e afroamericani, giungendo a scavare nella natura di una fobia che non sta semplicemente nel “chi” ma nel “chi” in rapporto al “noi” – tema caro alla psicologia sociale. Magris scrive: «Non si pesta lo straniero, ma l’indigeno, chi è figlio della sua terra come te ma tu non credi che lo sia come te e lui pensa la stessa cosa di te. Nessuno ce l’aveva con i greci di Trieste o con i serbi (…) perché quella manciata di greci e di serbi non avrebbe potuto far diventare Triste greca o serba, mentre gli sloveni avrebbero potuto farla diventare slovena, e neanche gli sloveni ce l’avevano con i greci o con i serbi, perché non temevano di poter diventare tutti greci o serbi, ma temevano di poter diventare tutti italiani, come lo erano diventati tanti di loro, (…) e come l’America poteva diventare nera».
Se connota il femminile identificandolo con la vita, la guerra è la sua negazione, la negazione del femminile, della vita, e dunque è morte, «ingorda», a cui ci si assuefà tanto che il sangue «del fratello versato dal fratello» è più facile da smacchiare rispetto alle macchie della frutta, degli animali o del mestruo. Negazione della vita ma anche di se stessi, nel celare inclinazioni ora indesiderabili, nell’anestetizzare coscienze in sontuose cene in altrettanto sontuosi palazzi, come la sera del compleanno di Hitler a Miramare, come al teatro in attesa che il sipario si alzi e ci si svaga dove i tendaggi sono cortina sul senso di colpa. L’opulenza a contrasto con la miseria sino a macabri espressionismi stilistici dell’Autore. Magris ritrae frivole realtà di provincia, dove ciò che conta è la buona educazione. Poi ci si lava la faccia, «a fianco dei fascisti e, quando è stato necessario, pure dei nazisti. Mollando pure qualcosa e più di qualcosa alla Resistenza, non si sa mai». Esenti dalle dinamiche doppiogiochiste (nel grande degli affari internazionali come nel piccolo della quotidianità) sono solo i bambini, che mostrano, se solo li si riesca a sentire, la vera natura dell’essere umano. L’Autore ci mostra come «ogni bambino è solo un bambino e non è il figlio del carnefice o il futuro carnefice», i bambini non conoscono l’dio, siamo noi adulti ad insegnarlo loro, impiantando innesti, griglie appositamente architettate per la lettura del mondo, e lo facciamo in modo subdolo, subliminale, partendo dalle ninnananna – come quella dell’uomo nero – e dalle fiabe – come Cappuccetto Rosso o Hansel e Gretel – fiabe che inoculano fobie ma la paura, dice il padre a Luisa, è bugiarda. E poi c’è il gioco, che allena alla vita, e non sorprende sapere che i maschietti giocassero alla battaglia navale di Lissa e distruggessero soldatini – salvo inserirli nel presepe. A questo susseguirsi di sovrastrutture si aggiunge anche la lingua, la scelta dei significanti o la loro assenza, lacune nel pensiero, l’uso stesso di una lingua che sveli appartenenze culturali, secondo lo stesso principio per cui i dialetti, soprattutto nel Meridione, stanno morendo.
Claudio Magris mette tutto a soqquadro, giungendo persino a un’alternativa lettura del passaggio nell’aldilà, avanzando speculazioni vicine alle più recenti teorie scientifiche, come il suo concetto di “invertitore” – la morte – che fa pensare all’Entanglement della fisica quantistica. Nell’invertitore, infatti, passato presente e futuro sono indifferenziati, «Tutta la vita è morte e resurrezione (…). Muori e divieni», stando ai principi della termodinamica. Stravolge persino la propria individualità, il rapporto con se stessi, in tempi di profonde contraddizioni sociali e morali tanto da rischio dissociazioni, come quelle delle SS che rientravano a casa amorevoli, lasciandosi alle spalle pezzi di sé come chi cambia abito (e non si sa quale dei due indumenti sia quello autentico). La distanza da sé, quando non si sa cosa credere – «occhio per occhio dente per dente o nessuno tocchi Caino?» – può essere àncora di salvezza, e allora il professore ritiene si debba parlare di sé dandosi del Lei, finché si è vivi, perché si è a se stessi estranei non meno che agli altri. «Il tu ci sarà quando si accorgeranno che è stata abolita la morte, Amor-Te».
Espressione tangibile del conflitto interiore è la più comoda e veloce soluzione, l’addormentamento, la deresponsabilizzazione, che si tocca attraverso il silenzio. È contro il silenzio che il misterioso personaggio del prof, sui cui appunti indaga e studia Luisa, lotta con il suo ambizioso progetto. Si nega la Storia per negare una parte intollerabile di sé, ma non è né esorcismo ne riscatto. «Si è riusciti ad amputare un bel pezzo dell’ippocampo di questo cervello, quello che conteneva la Risiera», ed è la storia della Risiera di San Saba che si mira a riportare alla memoria. Il silenzio ricade sul silenzio stesso, come quando non ci si accorge di non accorgersi di qualcosa, o si dimentica di aver dimenticato, colpa altrettanto grave. «E’ sparita la sparizione (…) Non lotto contro l’oblio, ma contro l’oblio dell’oblio». «Non ci possono essere sconti, perché non c’è pena. È questo l’inferno; l’amnistia generale, l’assoluzione prima del processo, il non luogo a procedere», scrive l’Autore con riferimento alla serie di processi scaturiti dal ritorno della memoria, processi cui prove e testimoni non sono stati sufficienti.
Sono temi attuali, ogni vicenda acquista valore assoluto come quando si toglie il segno al numero. Sono temi la cui delicatezza viene affrontata da Claudio Magris con maestria e atteggiamento da storico, dando voce, da vero progettista, a tutti i pezzi del museo della Storia – della Guerra – forte di una cultura poliedrica – “multiforme” – e di uno stile narrativo fedelmente mitteleuropeo, linguisticamente ricchissimo, svelando, nel toccare temi come la malattia, l’amore, l’amore nella malattia, considerevole sensibilità, entrando in punta di piedi nel profondo come fosse un apparecchio per risonanza magnetica o elettrocardiogramma. Chiede di consegnare le armi, posteggiarle in un museo, affinché non possano colpire mai più.

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L’uomo-paese tra terra e cielo
A proposito di “Spaghetti-Vietnam” di Francesco Nicolosi Fazio

 

Se dovessi immaginare la copertina di questo libro, vi piazzerei un grande ponte.
La collocazione geografica della vicenda (che parte da Messina) non è la vera ragione di questa scelta, sebbene il fantomatico ponte, quello che «doveva già fare il fascismo», sia ritornello che arriviamo a rintracciare ormai persino nella letteratura: sintomo del divenire patrimonio collettivo di un popolo che non si lascia più stupire da nulla. Il sardonico sasso è lanciato, di sfuggita, da Francesco Nicolosi («Questo posto mi ricorda San Francisco… tutte queste discese e salite… sai!? Anche qui faranno il ponte…»), ma anche altrove inizia a prendere piede il “mito” (https://www.lunarionuovo.it/2015/10/il-risveglio-di-giambattista/).
Ma no. Il ponte che qui fa al caso nostro è un ponte fatto di spaghetti. L’immagine potrà sembrare sciocca ma è simbolica, come simbolico è l’intero romanzo. Il ponte è collegamento, possibilità d’incontro, di “contatto”. «Un filo ci congiunge, anche se lontani: un filo di spaghetto». Ma il ponte è anche sospensione. Sospensione di cosa? Nicolosi fa dire a un personaggio che Vietnam significa “il paese tra la terra ed il cielo” e più avanti che in fondo «il Vietnam è dovunque».
Alla luce di queste considerazioni, che a mio parere racchiuderebbe lo spirito dell’intero romanzo, non è casuale che parte dell’ambientazione sia proprio la Sicilia. Certo, si potrebbe obiettare con la sicilianità dell’Autore, e allora noi risponderemmo che questa non può che essere prospettiva privilegiata per l’osservazione di una tematica che non è casualmente associata all’isola.
È la storia di un viaggio. E la tematica del viaggio rende non casuale (anche se sorprendente) l’omaggio che l’Autore fa al grande Stefano D’Arrigo (ancor più a proposito chiamato in causa parlando di Messina), nel ricordare quello delle femminote calabresi che usufruivano da più di un secolo del traghetto sullo stretto per il contrabbando del sale, che nascondevano sotto le ampie vesti. Secondo omaggio possiamo ipotizzarlo nella scelta del cognome dell’amico del protagonista, Antonio Cambria. È questo però un viaggio particolare, che ancor prima che essere nello spazio è nel tempo, nel proprio, quello interiore, il tempo sufficiente per capire cosa si sta realmente cercando nella vita, per capire chi siamo. Ponte come strada, strada come vita, e tutto fa capo a un tempo da cui tutti devono passare, «l’età dell’oro» – come dice giustamente Nicolosi – di cui i crucci finiscono per essere dimenticati negli anni e così si finisce per credere che un adolescente debba essere necessariamente felice con tutto quello che ha. È infatti questo il tempo a cui ci riferiamo, in cui più di ogni altra cosa, consapevoli o meno, ciò che si va cercando è la propria identità. È delicata questa tematica, soprattutto in una realtà multiculturale (quale è da sempre stata la Sicilia), soprattutto nei tempi che stiamo oggi vivendo, ma sarebbe stata delicata in ogni caso.
Il protagonista che si fa portavoce delle riflessioni è George Venuto (e già la scelta di questo cognome è emblematica), nato americano, come i genitori, ma di origine siciliana (il primo ad emigrare fu il nonno paterno), si trasferisce ancora ragazzino in Sicilia dove li aspetta la zia anziana che da lì non è mai uscita. La madre di George, a sua volta è di origine messicana, così le radici del protagonista risultano variegate, a complicare ancor di più quello che è un problema comune ad ogni ragazzo. Chi sono io?
Il distacco dalla famiglia, ma sarebbe più corretto dire il distanziamento, è condizione imprescindibile, spesso vissuto dagli altri come ingratitudine o rifiuto, devianza in alcuni casi, ma permette di vedere tutto dall’esterno, come davanti a un film, con occhio critico, super partes. E forse è proprio quest’ultima condizione quella che permette l’ingresso nella prima età adulta. Bisogna criticare per capire, eventualmente per approvare. In aiuto di questo non facile compito, viene tutto ciò di cui un ragazzo si circonda, che gli serve a definire se stesso, per avere concretamente davanti a sé le prove di ciò che si spera di essere, o ciò che si crede di essere, ciò che ci si sforza di diventare. Perché nulla è interamente dato a priori. Cosa è giusto e cosa non lo è? Tutto è rimando ad altro, tutto è simbolo di qualcosa, soprattutto nell’adolescenza. Una marca di scarpe, una spilla, una scritta sulla maglietta, gli ideali, una compagnia, il nome con cui ti fai chiamare, il nome della tua ragazza (per rimanere ancorati alla vicenda di George). Ogni cosa che si fa, è il mezzo per trovare la risposta a una domanda. E la domanda è quasi sempre quella riportata sopra e che ripetiamo: chi sono io?
Come già detto, però, tutto si complica quando la propria appartenenza etnica o, in generale, culturale, risulta ambigua. Si cresce e si aspetta, si pazienta nell’attesa che accada qualcosa che renda la domanda sempre più chiara ai propri occhi e sempre più esigente di risposta. L’evento che segnò la svolta nella vita del protagonista fu lo sbarco degli Americani sulla Luna (era il 1970 e George era uno studente di medicina, di sinistra e impegnato, innamorato di una collega e desideroso di fare qualcosa per rendere migliore il mondo). Cosa sentiva di essere, italiano o americano? In ogni caso, «L’uomo è sulla Luna… Ma io che ci faccio a Messina»?
La Sicilia degli anni Settanta era quella che stava stretta a quelli che avevano seguito le vicende del ’68, vicende la cui eco al sud non aveva ottenuto nulla. Ma la Sicilia è anche «l’ombelico del mondo», gli ricorda il padre, che la sa lunga nella sua posizione di sergente della Marina militare statunitense, a conoscenza dell’importanza strategica della nostra isola nel Mediterraneo. È stata infatti da sempre terra di passaggio, per le attività commerciali di tutti i popoli, per le avventure coloniali di mezzo mondo. Così questo ci riporta al multiculturalismo, che fa parte della stessa identità della Sicilia. Lo stesso popolo non è altro che frutto di poliedricità, la stessa cultura affonda le sue radici un po’ dappertutto. (Soprattutto se ci affacciamo ad oriente, pensiamo un po’ all’origine di molte feste popolari o alla stessa Fiera di Catania). Alla luce di ciò non deve sorprendere come sia terra di partenza e d’approdo (oggi più d’approdo, stando alle cifre). C’è chi trova disagio, c’è chi invece si sente a casa, trovando atmosfere che richiamano la propria terra d’origine. La madre di George, Maria Ramirez, trova «aria di casa… anche un po’ di Spagna!», al padre «ricorda San Francisco». E queste sono le sensazioni di calore che concorrono a combattere l’angoscia dello sradicamento, terribile, una delle principali cause di malessere in chi è lontano dalla propria casa e rischia di perdere persino la propria identità, quella stessa che ha conquistato in gioventù. E chi deve ancora conquistarla? Qui si pone un problema grandissimo, e rischiamo di uscire fuori dal raggio di pertinenza di questo romanzo perché la cronaca odierna ci tira a forza. Non possiamo non immaginare tutti quei bambini e ragazzi, i cosiddetti “minori non accompagnati”, nel tragico esodo di cui i media ci mostrano soltanto una faccia. Cosa si aspettano di trovare? Cosa trovano? Per entrambe le domande le risposte possono essere le più diverse, perché ogni caso è a se, ogni storia è a sé. La sensazione però non deve discostarsi molto da quella descritta da Francesco Nicolosi nel romanzo, o meglio, dai suoi personaggi. È quella di un sasso lanciato in mare, per gioco, «rimasto a mezz’acqua… e non sa decidersi! (…) Non riesce a poggiare sul solido, nulla di solido mai! In nessuna parte del mondo! Come me, mio padre ed anche mio nonno: il primo emigrato». Queste ultime sono le parole di George. È per questo che non sa se sentirsi americano o italiano. Così quando prende una decisione drastica, che non diremo adesso perché rovineremmo la lettura ma che è strettamente legata alle vicende del Vietnam, lo fa solo, come lui stesso dice, per sentirsi veramente americano, «perché, fino a questo momento, non sono niente». Non è difficile l’immediata associazione con tutti quei ragazzi che oggi compiono gesti estremi e la ragione profonda bisognerebbe andare a cercarla nello smarrimento, nell’abbandono, nel disperato bisogno di “affiliazione”, comprensione, condivisione, accettazione incondizionata, identità, e risposte. Vi si aggiunge anche quello di un progetto di vita, in un ambiente che il più delle volte si rende estraneo. Dove si colloca il punto di non ritorno, il margine di corruttibilità?
Dallo sradicamento passiamo però alla condizione quasi contraria, perché Nicolosi sembra quasi voglia analizzare tutte le sfaccettature di un fenomeno complesso, senza tralasciarne angoli, come stesse conducendo una ricerca. Così andiamo al personaggio, già accennato, della ragazza di George, Marilena Smit, originariamente Schimtd ma, lei dice, «Assieme alla religione ed alle tradizioni, in Sicilia, abbiamo perso anche qualche lettera del cognome… un errore di trascrizione all’anagrafe». Nella sua famiglia il primo emigrato fu il bisnonno, di origine svizzera e al contempo ebraica, e lei era cattolica perché era stata battezzata, ma, spiega, perché «qui in Sicilia non ci sono sinagoghe, guarda caso proprio dai tempi della scoperta dell’America, ma ormai ho una mia identità, a cui non posso rinunciare, sento comunque che questa è la mia terra!». È proprio questo a cui ci riferivamo prima quando parlavamo di condizione quasi contraria: quella di immigrati di seconda o terza generazione, nati nel paese di accoglienza e cresciuti secondo i principi dei propri coetanei. C’è poi una terza condizione, che è quella del conflitto, con pressioni da ambo le parti, da due mondi che propongono modelli tra loro spesso molto diversi, e ha inizio un tiro alla fune, che pone dilemmi morali e prove di fedeltà. Poi c’è quella che Nicolosi chiama «condizione di confine», che è forse il compromesso che si trova dentro di sé, oppure è la contraddizione, la “dissonanza” (dipende dal punto di vista).
A rappresentanza del crogiuolo compare anche un altro personaggio, colorito: Lu-i, cuoco cinese, amante di spaghetti, che parla per metà in spagnolo e per metà in americano perché nato a San Diego.
Ma andiamo al Vietnam, che apre una grande falla nel sistema culturale, oltre che politico. Fin ora abbiamo parlato di quanto sia importante la propria identità anche etnica per un equilibrato rapporto con se stessi, e stona quindi ancor di più il rendersi conto, da parte del protagonista, di come in molti vi rinuncino con facilità dinnanzi a promesse e speranze di qualcosa che non troveranno mai dove cercano. E in fondo ai paesi sviluppati fa comodo che i paesi poveri cerchino nel posto sbagliato. Mi riferisco a quel fenomeno che ricorda Francesco Nicolosi e che chiama «vietnamizzazione». Sono ancora gli anni della guerra e a Saigon basta un uomo con una manciata di caramelle e chewingum in un pugno per attirare una folla di bambini, come nella Sicilia del ’43, ai tempi dello sbarco degli alleati. La situazione non era molto diversa, e di mezzo ci sono in entrambi i casi gli americani. Anche noi eravamo disposti a far nostri tradizioni e slogan per illuderci di voltare pagina e avviarci al progresso. Così bere Coca-Cola, festeggiare Halloween e chiamare i nostri attori italiani “all’americana” era moderno, era di “tendenza”, ci faceva stare meglio. Ci promettevano la libertà, la stessa promessa al Vietnam. E così i vietnamiti, ci racconta Nicolosi, «rifiutano completamente le loro tradizioni, le loro origini. (…) Le tradizioni orientali che vengono conservate sono solo le peggiori: l’oppio, la prostituzione di minorenni (…) ed il risciò. (…) Il popolo vietnamita crede che la tecnica americana li salverà dalla povertà e dal comunismo». Un popolo affamato e spogliato di tutto diviene rapace, pronto a mettersi al servizio di chiunque riesca a convincerlo che c’è speranza. Così è simbolico l’aereo militare costruito con la banconota da un dollaro e lanciato, per avere libero il passaggio, ai ragazzini che si accalcavano per le caramelle. «Efficace, pur se provvisorio, antidoto».
Simbolo della «vietnamizzazione», che qui si fa metafora, è anche un’altra scena, quasi sul finire, in cui la prostituzione sembra essere di un intero popolo. L’oriente si prostituisce all’occidente. Così ancor prima che finisse la guerra, gli Americani l’avevano già vinta, «in città, abbiamo conquistato Saigon, comprandola».
Così risulta spaventosamente premonitrice quella coincidenza comparsa a inizio della storia, quando, per errore, «La stampigliatura della carta di credito sulla ricevuta si sovrappone alla data del nolo. Per un evidente segnale del destino anziché del giorno 30 aprile 1975, scritto a penna e quasi illeggibile, la data che si legge è quella degli ultimi quattro numeri della mia carta di credito: 1942». La scoperta dell’America.
Lontani dal voler addentrarci nelle contingenze della politica, ci fermiamo a questa considerazione, la stessa di George, partito alla ricerca di certezze, tornato ancora più incerto. Proprio il contatto con il diverso lo ha reso sempre meno radicato sulle proprie posizioni. L’unica certezza resta la metafora del Vietnam, come condizione umana universale, perché, come nel “paese tra la terra ed il cielo”, nella percorrenza di un ponte che attraversa il mare, «We are all between sea and sky». E si torna al punto di partenza, quello del ponte, della sospensione. Alla luce delle ultime considerazioni, il concetto di “sospensione” acquista nuovi significati e, legandosi alla ricerca del protagonista come alle controverse vicende belliche, sembra quasi voler significare “sospensione del giudizio”.

 

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