Sonetti veneziani

Finestra veneziana

Ti guardo dentro l’aria già conclusa
dalla fatica di altri occhi, dentro l’aria
sgretolata sui muri, ormai precaria,
penombra in una bava circonfusa
dal tempo, dalle antiche gronde chiusa.
Fiammeggia il sangue della saponaria
entro le oscure corti; solitaria
nel cuore smuovi una luce, confusa.
Ti guardo tra le logge, i tondi, gli archi,
queste pietre del cielo diroccato,
questi secoli dalla meridiana
resistiti fra marmi rosei e varchi
d’edera. Ti rammento sul bugnato
acqua verdognola, di una persiana.

 

La calle

Si insinua un respiro in mezzo ai panni
così, ammiccanti in fianco ai gerani,
agli aromi del selciato e di umani
silenzi. Si restringe fra gli inganni
d’un labirinto, il cui filo condanni
a perdersi fra le sue viuzze. Vani
e usci si sfiorano quando le mani
toccano muri crepati dagli anni.
Stanca una casa dal bel color ruggine
costeggia la strettoia sempre più alta:
incauti ci addentra nella salsuggine
di foschie, che la sera poi smalta
di luna. Qui dai rii l’olezzo di muggine
porta a bàcari, e dei canti ribalta..

 

La Gondola

Sotto i muri scivola, ormai corrosi
dal ribattere d’onda, fra i giardini
sporgenti fremiti ai rii cinerini,
le magnolie e gli allori odorosi;
come un’anguilla sfuggendo tra sinuosi
grovigli d’attracchi, svolte e gradini,
mescola il remo i suoi fiotti azzurrini
quanto un sospiro fra scorci viziosi.
Nera bocca moresca sussurrata
da baci d’acqua all’arcata d’un ponte,
cosa saresti senza una sonata,
i canti dispersi quali tue impronte.
Così spegni i riflessi a ogni vogata
mentre da un’eco muori all’orizzonte.

 

Campo San Giacomo All’Orio

Appare un ponticello in fianco al vecchio
intonaco, lungamente consunto
dal sale, eppoi il lume congiünto
al muro come un ferrigno cernecchio
d’un palazzo rossiccio. All’orecchio
viene il lieto schiamazzo trapunto
sull’aria; nel ritorno da parecchio
atteso, la chiësa si fa specchio
di mattoni; ed è il sole compunto
nell’arca superba della sua volta.
Lì dappresso lo spoglio pergolato,
il caffè all’angolo e come una volta
il chioccolìo di fontana isolato…
Sotto il portego l’uscio in cui raccolta
è memoria o sogno, sul rio adagiato.

 

Chiesa di Santa Maria dei Miracoli

Come un’urna di topazio appare
improvvisa, stretta fra calle e rio;
Oh quale soprassalto il balenìo
di marmi, di cerchi, di croci rare,
di stelle iridescenti. Sono chiare
le tue pietre sparpagliate da un fruscio
del firmamento. E tutto il calpestio
intenso sotto le cappelle ignare
non scompiglia l’angusto pavimento,
né il serpentino rosa alla parete.
Fra tante chiese figlie del portento
tu sola forse, come un ariete
del cielo immerso nell’acqua, al fermento
dei sestrieri dai infinita quiete.

 

Sera a Campo S. Polo

S’offre in una chiarezza più diffusa
dai fregi la conca alle calli, e tardi,
aspramente lambisce alla rinfusa
l’accia del vento gli istanti che guardi;
ma non ancora, smossi dall’accusa
del silenzio, crollano i baluardi,
e mentre increspa l’aria ne è preclusa
poi una preghiera. Fra torbidi azzardi
non invano nei fornici sai il marmo,
le lacrime di crepe nel magenta
degli intonaci, lì appresso i contorni
di farnia, o lontano il naviglio in armo.
Se al chiosco una folata spicca lenta
un ventaglio, che al cuore ritorni…

 

Ca’ Dario

La guardavo bambino dal canale
come sospesa sulla buia laguna;
cercavo il filo nella seta bruna
delle notti che l’unisse al crinale
di brezze, avvolgendo di maestrale
i suoi comignoli – l’ago e la cruna
di poesia nella corba della luna.
Così di nuovo rivedo fatale
la bellezza del marmo color miele,
come un bel volto rosaceo di donna
fra gioielli verdi e rubini, fedele
alla fantasia entro cui s’assonna
nel drappo della volta. Oh ignara stele
d’amore e del ricordo gaia colonna.

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