Si riparano bambole assumendo trasparenze

 

(per M plurale)

La confraternita degli scrittori invisibili si è riunita, orsono due istanti, a decretare l’ultimo impossibile.
Le consonanti abbiano un loro mistero di inizio. Volgano al plurale come gemelle.

Seduti, gambe incrociate in cerchio, al centro una fiamma bianca desta scalpore, sottintendendo le differenze di percezione nella somiglianza: si tratterebbe di virgole o minimi spostamenti in diagonale di un ciuffo di frangetta ma, parola dopo parola, riflesso nella fiamma, qualcosa è mutato, il primo e l’ultima del cerchio pur rassomigliandosi ardono diversi nell’incrocio (sarà il piede sinistro sulla coscia destra o viceversa).

Questa parola potrebbe assomigliare a un nome proprio, dice l’uno.
Comincia allo stesso modo, finisce allo stesso modo ma dentro: ondeggia sfocandosi, ribatte l’altra. Evoca un disordine nascosto al centro della pietra, un suono di voci indecifrabili dissolte tonde su una superficie.

La confraternita degli scrittori invisibili ripassa, bocca per bocca, l’arcaica fonetica della pioggia, ma la gemellanza si arresta. Qualcuno, in particolare, dimentica l’accento dell’inizio, lasciandolo cadere sulla fine.

Bellissimo errore, dice qualcun altro, quasi fatale e strettamente al plurale.

La parola allora prende la parola. La fiamma ondeggia, seduta stante, curvandosi da un lato poi dall’altro. Una mano si richiude sul cenno della fiamma. La parola si scioglie, penetra la pelle, si ricompone, scivola nel sangue tra i muscoli i tendini i nervi le cellule incandescenti, le pulsazioni, alla retina arriva spalancando l’iride: è un sinonimo. Sinonimo del nome proprio. Per questo impronunciabile.

La confraternita degli scrittori invisibili annuisce, grata della rivelazione.

Uno per uno si sollevano, svaniscono.
Alla ricerca, sulla terra, di qualcuno che la possa ricordare.

 

© Yuri Suzuki and Mathew Kneebone, The 6 Rubens tubes

 

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