Sette domande a Raffaella D’Amico

(a cura di Stefania Calabrò)

Abbiamo avuto il privilegio di conoscere Raffaella D’Amico in occasione della pubblicazione del libro di Mario Grasso “Sicilia – Luoghi del Genio”. Raffaella è infatti menzionata e descritta tra i personaggi geniali della Lentini (SR) contemporanea. Catturati subito, oltre che dalla sua grande preparazione quale professionista nel settore del restauro, dalla sua dolcezza e umanità, abbiamo colto al volo l’invito a visitare il luogo da lei in parte recentemente restaurato, la Chiesa rupestre del Crocifisso, posta nel territorio di Carlentini, precisamente ove sorgeva la città greca di Leontìnoi, alle pendici settentrionali del Colle Metapiccola, affacciato a fronte dell’Etna. Sul posto che abbiamo raggiunto con un pulmino guidato da volontari, e che effettua il collegamento col centro di Lentini, siamo stati quindi accolti con calore dalla stessa Raffaella che, insieme a Enrico Sesto e a Corinne Valenti, ci ha guidati nel percorso e ci ha fatto immergere nella lunga storia della Chiesa rupestre, sita in un luogo suggestivo e meraviglioso.  La Chiesa rupestre del Crocifisso è stata infatti ricavata scavando artificialmente nella rupe, l’ambiente interno rimodellato nel corso dei secoli ha subito varie trasformazioni, forse in avvenire, quando i finanziamenti lo consentiranno qualcosa sarà aggiunta e modificata ulteriormente, intanto si deve alla sensibilità e alla eccellente professionalità di Raffaella D’amico l’attuale meta di fruizione raggiunta.

Ed ecco la nostra intervista:

1 – Che ricordi hai degli anni dell’adolescenza, degli studi e di quelli trascorsi lontano dalla Sicilia?

R– Sin da bambina mi divertivano le lunghe passeggiate nelle zone archeologiche del nostro paese che facevo insieme a mia madre. Qui sarà sorto l’interesse per l’archeologia e la storia della cultura materiale. Significativi sono stati due insegnanti durante le scuole medie: Pippo Di Grazia e Armando Rossitto. Il primo docente di arte e il secondo di italiano, sono stati gli artefici attraverso i loro insegnamenti, della sperimentazione e crescita personale in questi ambiti. Tramite loro ho capito quale fosse il mio ‘’demone’’.

Così è iniziata la mia vita da nomade. Prima l’Istituto d’arte di Catania, poi la Facoltà di lettere e filosofia di Palermo – Laurea di I Livello in Operatore Tecnico-Scientifico per i Beni Culturali, un anno a Viterbo al corso di laurea in Conservazione dei Beni Culturali per poi approdare a Roma all’Istituto Centrale per il Restauro.

Roma era una città che aveva tutto dal punto di vista culturale negli anni in cui io l’ho vissuta, ma qualcosa mancava: l’umiltà e la possibilità di guardare ogni volta che volevi l’infinito, il mare; insieme a quel profumo e quell’energia tipici della Sicilia.

2 – Come è sorta la tua passione scientifica per il restauro?

R– E’ nata prima la passione per l’arte, che mi ha indotta ad approfondire i miei studi presso l’Istituto Statale d’arte di Catania. Anche questa volta due insegnanti sono stati da stimolo ed esempio: Silvia Boemi, insegnante di Storia dell’arte, e Franco Libra di Educazione visiva. Lo studio dell’arte e del bello mi hanno poi spinta a fare la scelta degli studi di Conservazione e Restauro. Ma anche mio padre è stato un esempio che mi ha spinta a scegliere di studiare ciò che mi appassionava.

3 – Le difficoltà nel lavoro da te scelto e, in particolare, le difficoltà in quanto donna ed eccellenza del tuo settore di competenza.

R– I pochi investimenti mirati alla salvaguardia, conservazione e valorizzazione sono le principali difficoltà riscontrate nel mio lavoro. Nonostante lo Stato italiano si sia posto negli anni ’90, come uno Stato di cultura, attraverso l’art. 9 della Costituzione che recita testualmente:<<La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione>>, in realtà non ha mai investito a sufficienza le sue risorse per applicare in pieno l’art. 9, considerato lo stato in cui versano le innumerevoli opere d’arte, i siti archeologici, i musei, le università dove si dovrebbe fare ricerca … Oggi addirittura propone bandi per volontari!

Come donna, l’unica difficoltà incontrata si è palesata nel momento in cui ho deciso di diventare madre, in quanto il lavoro spesso mi ha portata a spostarmi in città diverse dal luogo in cui vivo e questa circostanza si sposa poco con le esigenze della maternità.

4 – I riconoscimenti e le soddisfazioni personali.

R– La mia soddisfazione è aver avuto la possibilità di fare un lavoro che mi appassionava. In ogni lavoro che ho intrapreso questa sensazione si rinnova: recuperare e valorizzare un’opera d’arte, per tramandarla ai posteri. Il riconoscimento è leggere lo stupore negli occhi delle persone che ammirano un’opera dopo che ha subito i trattamenti di conservazione e restauro /essere stata restaurata.

5 – Cosa sono i “luoghi del cuore”? Qual è il luogo del cuore a te caro più di qualsiasi altra cosa?

R– ‘’I Luoghi del cuore’’ è un iniziativa promossa dal FAI (Fondo Ambiente Italiano), associazione di liberi cittadini che ogni anno promuove un bando per salvare un luogo d’arte o naturalistico della nazione, che ogni cittadino può segnalare. Sostenuto da Intesa San Paolo, una commissione sceglie i progetti che ritiene validi tra le candidature proposte, e attraverso una graduatoria, vi destina delle somme per il recupero e la valorizzazione.

Il mio luogo del cuore è la Chiesa/Grotta Rupestre del Crocifisso di Lentini.

6 – La Chiesa/ Grotta Rupestre del Crocifisso di Lentini ha una lunghissima storia e presenta importanza e valore per la Sicilia e l’Italia tutta, anche in considerazione degli affreschi in essa contenuti risalenti al periodo che va dal XII sec. al XVII sec. e bisognosi di particolare attenzione. Puoi parlarci di questo patrimonio storico-artistico?

R-La Chiesa/Grotta rupestre del Crocifisso è la testimonianza storica e culturale della vita religiosa dei nostri avi, e rappresenta l’emblema di una civiltà che viveva perfettamente integrata al contesto naturalistico, dove l’architettura sottrattiva diventa la peculiarità sia delle normali dimore, sia dei luoghi sacri: l’habitat rupestre. Non esistono documenti storici che riguardino la Grotta, e le notizie che si hanno sono desunte solamente dai segni di lavorazione inscritti sulle pareti della struttura e dalle decorazioni pittoriche presenti. L’inizio della frequentazione del sito si fa risalire al periodo tardobizantino, tuttavia indagini archeologiche e archivistiche più approfondite potrebbero attestare una frequentazione più antica nel tempo. Il ciclo pittorico d’inestimabile valore in essa contenuto, infatti, è costituito da palinsesti che gli uni sugli altri, testimoniano la frequentazione devozionale durante i secoli. Nonostante il nome che porta, la grotta sembrerebbe dedicata alla ‘’Madonna della grutta’’, come attesta una recente testimonianza storica trovata presso gli archivi della Diocesi di Siracusa risalenti al ‘600 e ‘700, ma come già molti studiosi hanno individuato analizzando gli apparati decorativi. La parete nord della Grotta, infatti, è caratterizzata da circa dodici pannelli (dei quali ne rimangono leggibili circa la metà) che presentano tutti temi legati alla vita della Madonna.

Il sito per lungo tempo abbandonato e depredato, è stato scelto dal FAI come ‘’Luogo del Cuore’’ nel 2016. Grazie a un Comitato cittadino costituito da rappresentanti di Associazioni culturali lentinesi, Club service e singoli cittadini, insieme alla Chiesa Santa Maria la Cava e Sant’Alfio quale ente proprietario del bene, e al progetto pilota di conservazione e restauro da me redatto anni prima, ha iniziato a rivivere attraverso il recupero di un primo pannello in cui è raffigurata un ‘’Teoria di Santi’’ datata al XIII sec.. Poco tempo dopo l’ArcheoClub di Lentini ha finanziato il recupero del pannello con una ‘’Madonna del latte’’ fatta risalire tra il XIV e il XV secolo. Oltre agli interventi di restauro, tutta la zona è stata ripulita e valorizzata e oggi è fruibile la prima domenica di ogni mese e su prenotazione, grazie al volontariato.

’lasciar perdere del tutto questo patrimonio già tanto compromesso non è degno di una nazione civile’’ C. Brandi

 

7 – Nel corso della visita guidata presso la prima citata Chiesa del Crocifisso ci hai fatto notare la chiara sovrapposizione di affreschi risalenti a epoche diverse. Quali difficoltà si incontrano nell’opera di restauro del complesso rupestre oggetto dei tuoi studi?

R-Le difficoltà sia di restauro che di conservazione, attraverso metodi diretti e indiretti, sono molteplici e non tutti di facile o rapida soluzione. La causa principale di degrado (dopo l’abbandono e i danni di natura antropica) che si riscontra sugli affreschi è dovuta ai sali che nei secoli si sono formati sulle superfici, dovute al percolamento delle acque meteoriche assorbite dalla roccia su cui sono collocati. Questi, oltre a creare fessurazioni e fratturazioni, sino alla caduta di parti del dipinto, si stratificano anche sulla pellicola pittorica, nascondendo immagini e cromie e impedendone la corretta lettura. Intercettare, ma soprattutto riuscire ad eliminare il percolamento meteorico non è sempre possibile e richiede ingenti somme di denaro. Questa la maggiore difficoltà che si incontra mettendosi nell’ottica di una migliore e ideale conservazione d’intervento indiretto. Ma se opere indirette di conservazione coadiuvano la salvaguardia degli affreschi, la manutenzione ordinaria, ad oggi, è l’unica soluzione per una duratura conservazione. Un altro problema è costituito dalla stratificazione dei pannelli affrescati, che non sempre consente di eseguire tutti gli interventi secondo le solite metodologie codificate. La scelta di un’operazione che si è eseguita su una zona, non è sempre uguale per altri palinsesti presenti: non tutti gli intonaci hanno la stessa composizione mineralogica, per esempio, e la malta con cui si interviene deve sempre modificata. Ogni volta dunque, va messo a punto il metodo più idoneo in base alla circostanza che si presenta, e va studiata nei minimi dettagli la porzione su cui si deve intervenire, nonostante il progetto pilota.