Poche parole

Il signor Donato sogna la stazione del paese, un treno in partenza, il figlio che lo saluta dal finestrino, sorridente. Alberto andava in comunità. E il padre ne era felice. Ma i bei sogni durano poco. E la realtà torna presto quella che è, disperata. Il signor Donato si riaddormenta con il cuore oppresso dall’angoscia. E sogna lo spacciatore questa volta. L’uomo senza età che avvelena tutti i giorni suo figlio e altri figli di genitori sventurati. Se ne sta con le mani in tasca e con un’aria di indifferenza per il mondo. Se ne sta nell’angolo più lontano della piazza che ha il nome del Patrono del paese. La barba rossiccia e i lunghi capelli dello stesso colore quasi gli nascondono il viso. La piazza è incredibilmente deserta sotto il sole. Nessuno si affaccia dai balconi chiusi delle case o dalle finestre delle due scuole vicine; nemmeno un’auto parcheggiata. C’è soltanto, accanto all’uomo, il motociclo di cui si serve per il “giro”. D’un tratto un giovane esce non da una delle tante stradine laterali ma dai confini dorati e indefiniti del sogno e va verso di lui. Il signor Donato lo riconosce o crede di riconoscerlo. Ha un sussulto e si sveglia in una pozza di sudore. Accende la luce. Corre nella camera di Alberto. E trova, come tante altre notti, il letto vuoto. Un fumetto di Tex e qualche cassetta di musica sul comodino. Il poster della squadra di calcio locale alla parete. Rientrava tardi di solito. E spesso faceva mattino. Perché preoccuparsi? Ma una tremenda inquietudine ha preso il signor Donato da quando un giovane è morto a causa di una dose “mal tagliata”. Così esce in cerca del figlio. Automobili e motorini circolavano ancora in quantità nella notte estiva infinitamente piena di stelle. Il signor Donato raggiunge il luogo del sogno e lo trova, come nel sogno, deserto. Poi cammina per strade e corsi fino alla piazza principale, fiocamente illuminata in tempi di generale difficoltà. Nota un capannello di giovani con il codino e gli orecchini. Alcuni sono amici di suo figlio. Chiede di lui, ma nessuno l’ha visto. La sua inquietudine aumenta. Per un momento pensa di chiedere aiuto a una volante dei carabinieri di passaggio. Ma non avevano qualcosa di più urgente da fare? Si ritrova solo, con la sua pena. Solo! Nel paese non c’e una comunità, un centro d’accoglienza. Non c’e solidarietà, né la necessaria coscienza di un problema tanto grave. E gli spacciatori passeggiano impuniti e tranquilli, come persone per bene. Lui si era rassegnato all’idea che dalla droga la società non si sarebbe più liberata. E allora perché non legalizzarla? Si sarebbe dato così un duro colpo al suo spaccio, alla delinquenza. E i tossicodipendenti avrebbero potuto fare uso di sostanze controllate. Era un problema di vita o di morte. Poteva la società continuare a sottovalutarlo? Decenni di dibattiti e di battaglie per la droga libera non erano serviti a niente. E non per le divisioni politiche, ma per il potere mondiale del narcotraffico. Da queste il signor Donato passa ad altre considerazioni mentre la notte si faceva per lui più nera e fonda. Considerazioni sulle cause (familiari e sociali) che potevano aver spinto il figlio in quel tunnel senza uscita. Erano trascorsi più di dieci anni da quando la moglie l’aveva lasciato con disprezzo e nessuno l’aveva più vista. Forse era fuggita con un altro uomo e viveva nel paese del mondo più lontano. La mattina, quando si era svegliato, aveva trovato un biglietto:“Sei solo un povero impiegato fallito da cui non posso mai avere ciò che voglio dalla vita. Addio”. Così, all’improvviso, senz’altra spiegazione che quelle poche righe? E senza una parola per il figlio? Pensava che certe cose accadevano solo nei film o nei romanzi. Invece accadevano proprio a lui, che pure era certo di non recitare alcun ruolo nel film o nella romanzo della vita. Alberto aveva tredici anni. Non disse niente. Non fece mai domande. E d’altra parte lui, il padre, che risposte poteva dargli? Non parlavano molto. Il signor Donato era di poche parole e il figlio pure. Ma nel silenzio della nuova vita familiare il dolore scavava in entrambi solchi profondi. Si era occupato da solo della sua educazione. Il ragazzo, a parte certi silenzi ostinati, non gli dava problemi. Sino alla maggiore età i suoi comportamenti erano stati irreprensibili. E a scuola andava bene. Poi qualcosa successe. Qualcosa si ruppe dentro di lui. O s’era già rotto prima. Ma il signor Donato lo capì troppo tardi. Lascia la piazza, le sue deboli luci, il capannello di giovani cui aveva chiesto del figlio, e raggiunge l’ultimo gradino della scala del quartiere antico fin sotto la parete di una piccola chiesa. Cantano i grilli e un cane abbaia, lontano. Ombre di giovani si allontanano nella notte sfiorando i muri. Erano state trovate molte siringhe in quel luogo isolato. Siringhe sporche di sangue. Ne avevano parlato la televisione e i giornali locali in seguito alle ripetute segnalazioni dei cittadini residenti nella zona. Cosa era successo ad Alberto dopo i diciotto anni o forse prima? Era successo che aveva cominciato con lo spinello ed era finito nell’eroina. Aveva cominciato a Palermo dove frequentava il corso di laurea in giurisprudenza. Il signor Donato avrebbe dovuto capirlo quando aveva cominciato a chiedergli più soldi e lo vedeva tornare a casa pallido e con gli occhi che non erano più i suoi. O quando aveva smesso di studiare e s’era ridotto a vagabondare per il paese. Ma parlavano poco tra di loro. Colpe specifiche non se ne faceva per l’educazione che gli aveva dato. Ma se un figlio devia qualche colpa la famiglia, e la sua in particolare per quello che era successo, deve pure averla. O no? È maggiormente colpevole la società, sempre più ingiusta, insensibile e competitiva? Era vero che esiste anche una fragilità personale, una predisposizione psicologica alla droga? Domande senza senso. Cercava forse di scaricare sulla società colpe che potevano essere solo sue? Quando il signor Donato rientra a casa è spuntata l’alba allegra dell’estate. Per lui un’alba triste. Ha perduto le poche speranze che gli restavano ed è come preparato a subire dalla vita un nuovo trauma. Ma Alberto dormiva, vestito: probabilmente l’aveva preceduto di qualche ora. A ventiquattro anni aveva il volto imberbe di un ragazzino. Lo stesso volto di quando sua madre se n’era andata. Sul comodino ci sono sempre il Tex che leggeva e la cassetta di musica. Il signor Donato si avvicina al letto e, con le lacrime che gli ingrossano la gola, dice al figlio che non lo udiva: “Ti voglio bene”.

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