Apologia di Giorgio Maniace

La macchina dei raggi ultravioletti era stata appena istallata, e sbirluccicava alla luce fredda delle fibre ottiche nel laboratorio di analisi della Biblioteca Nazionale di Firenze.
Non vedevo l’ora di sottoporle il mio palinsesto. Mio, assolutamente! Erano anni che mi struggevo di curiosità per capire cosa fosse lo scritto grattato su cui avevano ricopiato un comunissimo lezionario in latino, con miniature di pregevole fattura, ma certamente non un documento fondamentale della cultura dell’Occidente. E invece avevo scoperto – appena assunto ormai anni orsono – nell’angolo interno, di traverso, sotto un strato di disegni di muffe e facendo lo slalom tra i ricami dei tarli (magari anche loro volevano comunicare, ma in che lingua?), avevo scoperto uno scarabocchio in greco che sembrava una firma: Leonzino Da Gargia alla fine avevamo convenuto, ma la mia speranza era che fosse Gorgia da Lentini, mal ricopiato, e che lo scritto contenesse magari un inedito, o magari una fonte più antica di qualche scritto fondamentale, uno scritto in grado di integrare le parti mancanti, sarebbe stato il colpo della mia vita!
Al tempo, le tecniche di recupero della scrittura grattata dai palinsesti erano procedimenti chimici che distruggevano il lavoro sovrapposto di miniatura, per giunta irreversibili e di risultato incerto. E comunque si stava già affermando la disciplina che privilegiava la conservazione, a futura memoria, rispetto alla scoperta immediata ma distruttiva.
La ‘macchina’ ora prometteva di recuperare il contenuto grattato via senza nulla distruggere oltre, lasciando intatta la possibilità ai posteri di tornare a studiare il documento e senza perdere le splendide miniature sovrapposte. Non vedevo l’ora.
La macchina alla fine vomitò il responso. Il tecnico aveva incrociato gli spettri (e che era seduta spiritica?), convoluto le frequenze, trasformato e ritrasformato ora secondo Fourier ora secondo Laplace, insomma alla fine il documento grattato rivedeva la luce visibile: mi tremavano le mani mentre recuperavo il foglio dalla stampante, come picciottello che sfiora la mano della innamorata…

Non fu facile decifrare il testo, mi ci persi gli occhi, e gli esperti che consultai non erano concordi. Sfruttarono l’occasione per bisticciarsi e dar sfogo a ripicche tra di loro, più che cercare di resuscitare il documento malato. Gorgia o Da Gargia? Qualcuno aveva voluto giocarci: Le attinenze alla Apologia di Palamede erano evidenti, ma non si trattava di quello: si parlava di Giorgio Maniace invece, il trafugatore delle spoglie di Sant’Agata… Un specie di autodifesa… Documento originale proveniente dagli atti del processo? Esercizio di uno studioso? Goliardata? Allucinazione? Ecco cosa riuscimmo a tradurre:

«Non questione di vita o di morte, no. La morte l’ha sentenziata la natura fin dal giorno della nascita. Il bivio sta tra l’onore e il disonore, e tra l’esser morti secondo giustizia o nella violenza dell’infamia.
Mi accusate dunque di aver trafugato le spoglie di Sant’Agata vergine e martire, dalla sua patria, per farne commercio o per ingraziarmi l’imperatore.
Chi mi accusa del trafugamento, certo, lo fa per la patria, per Catania, per la Santa, e, se avesse ragione, non sarebbe forse il migliore dei figli, dei cittadini, dei devoti? Ma si può essere il migliore usando la calunnia, la menzogna, o anche solo la superficialità di non verificare le fonti? In questo caso, in cosa gli accusatori sarebbero i migliori, gli accusatori, se non nell’infamia?
Da dove posso cominciare? Come confutare una accusa non dimostrata, non documentata, non provata? Essa infatti provoca in me un tale sgomento, che per rabbia le parole mancano, e la necessità di difendersi può essere cattiva maestra.
Se dunque i miei accusatori (e tu, o Vichipedio, ovunque tu sia, sei primo tra di essi) sanno per certo quello che accadde, perché non citano le fonti della loro certezza? Se invece procedono per congettura, possibile, plausibile, verosimile addirittura, allora vi mostrerò che non dicono la verità per due ordini di motivi: né volendo avrei potuto, né potendo avrei voluto.

Cominciamo con il primo ordine di prove: non avrei mai potuto fare una tale azione anche volendo. Per trafugare è necessario che ci siano dei presupposti: sapere dell’esistenza e dell’ubicazione delle reliquie, organizzare il furto sorprendendo i custodi, nascondere la refurtiva immediatamente, organizzare il trasporto di nascosto, prima di essere scoperti.
Eppure in quel tempo di dominazione barbarica, si faceva di tutto per nascondere le reliquie, dai commercianti, dai barbari, ma anche dalle città che se le contendevano. Prova ne sia che da due secoli le reliquie resistevano ai saccheggi e trafugamenti dei barbari, dei commercianti, degli iconoclasti: possibile che i dominatori arabi non erano riusciti a sapere che vi fossero e dove, delle preziose reliquie, e un generale appena arrivato e impegnato nelle tante battaglie, in poco tempo avrebbe anche scoperto, rubato, portato via tali tesori? Come se nel frattempo non avessi pure da fare la guerra. Per non dire nelle beghe interne all’esercito con cui avevo a che fare, con quel manipolo di reggimenti, variaghi e longobardi, normanni e bulgari, e poi Stefano il Calafato comandante della flotta, stupido e presuntuoso, il cui solo merito per guidare la flotta veniva dalla prua della sorella che aveva sposato l’imperatore, senza la quale, manco buono a calafatarle, le navi della flotta, sarebbe stato.
Quando mai avrei trovato il tempo di andare per reliquie? Mentre spostavo a marce forzate truppe da Rometta a Siracusa per sbaragliare Bin-Al-Kairawan, o mentre il mio esercito si disfaceva per ingordigia di bottino, Arduino contro Harald Hardrada, Guglielmo Altavilla Braccio di Ferro contro Stefano il Calafato, manco fossero Achille e Agamennone! O mentre Stefano si lasciava scappare il nemico in mare invece di annientarlo? Oppure mentre Stefano mandava a Costantinopoli per farmi richiamare dall’Imperatore suo cognato, con l’accusa (ancora una…) di voler io ambire al soglio di Imperatore dei Romei?
Non avrei potuto, anche volendo, e ciò è evidente per la disparità di valore tra una conquista onorevole e difficile, per i fuochi nemici e quelli amici, e misere questioni di commercio d’ossa, o anche di trafugamento a fine di regalo: altri meriti avevo e meritavo e anelavo agli occhi dell’imperatore…

Ma mettiamo invece che avrei potuto, che fortuitamente, tra il mio cacciare nemici e guardarmi dagli amici, fossi incappato nel possesso delle reliquie: avrei voluto, contro il volere dei fedeli, senza il loro consenso o esortazione addirittura, avrei io voluto rubare e portarle via dai luoghi del loro martirio e culto?
Per quale fine? Per ricavarne ricchezza? Chiamo qui a testimone la mia vita intera? Quando ebbi fame di ricchezza? Quando fui appassionato di lussi, stoffe, profumi, lascivie di corte? Anzi, forse proprio per questa antipatia della vita dolce e velenosa di corte, che me ne inimicai i cortigiani. Uomo di azione ero e sono, forse incolto, forse brutale, ma certo non propenso al lusso e soggetto alle sirene della ricchezza. Grandi ricchezze servono a coloro che spendono in grande, a coloro che dei piaceri sono schiavi e cercano in base a ricchezze e magnificenze di procurarsi onori. E nulla di tutto questo mi si confà, chiedete a Psello, chiedete a Skylitzes.
Ma ammettiamolo: volevo arricchirmi. Avrei cercato la ricchezza proprio commerciando reliquie? Non sono un teologo, ma mia nonna Agia, lì sulle montagne macedoni, mi insegnava che “fede ci vuole e non legno di barca”, raccontando del miracolo fatto dalla scheggia della barca, che un pellegrino in Gerusalemme aveva riportato indietro dal pellegrinaggio, spacciandola come scheggia della Santa Croce: miracolo vero, da fede vera, anche con falsa reliquia. Mai avrei commerciato in reliquie, quindi.

Anzi, quando presso le Grotte-Della-Farina, ai piedi del maestoso Monte-Gibello, ottenemmo una vittoria schiacciante, per nulla scontata, la truppa, volendo rendere grazie, chiese di edificare un tempio a ricordo della sconfitta dei Mori, e volle un’icona della Mater Theou, diedi volentieri quella che ci portavamo dietro, dipinta dalle stesse mani di San Luca, come il legno di barca veniva dalla stessa croce di Cristo. Guglielmo Malet, normanno, si era proprio invaghito di quel luogo, delle rocche arenarie attorniate dalla sciara, dei boschi che ricoprivano come riccioli i coni eccentrici del vulcano, diceva che erano i Ciclopi che cercavano Prometeo che aveva appena rubato il fuoco.

Ma non divaghiamo. Qualcuno insinua che, se non per ricchezza, avrei trafugato le reliquie della Santa Catanese per compiacere l’Imperatore? Magari per farmi perdonare della diatriba con Stefano inetto cognato suo? Ma come? Un Esarca dell’impero, generale di eserciti, condottiero di tante battaglie da Odessa a Benvento, ridotto a elemosinare onori e perdoni in cambio di doni, di capricci? Chiamo ancora la mia vita a testimoniare: ditemi se tra le tante accuse vi possa essere quella di non meritare gli onori che ottenni, passo dopo passo per meriti, sul campo, mai per manovre di palazzo.
E allora lasciatemi dire come andarono i fatti, e le motivazioni e i fini, e ditemi se c’è incrinazione nel mio racconto, ché la verità si tiene in sè e non ha bisogno di belletti o decori.

Fui pregato di prendere in consegna le reliquie di Sant’Agata, dal vescovo Obscurus Opportunus (anch’io ebbi il dubbio se fosse vero nome o personificazione della circostanza!) della chiesa clandestina di Catania, con queste stesse parole:

«Il popolo cristiano male si tenne, coi suoi peccati, meritando la giustizia divina che fece cadere il popolo nelle mani dei Barbari infedeli, distruttori di chiese e devastatori delle città e degli abitanti, e di tutte le zone circostanti sottomesse servilmente».
Era convinto, il vescovo Obscurus, che l’Imperatore di Costantinopoli avesse mandato il suo Esarca, esperto di cose belliche, e maestro d’ingegno, a sollevare il popolo cristiano da una tale penitenza, ma che Dio non volesse ancora perdonare il suo popolo (mi parlò di sogni, di altre aquile a settentione, di morte in battaglia per mezzo di freccia incastrata nell’elmo nell’incavo dell’occhi, mi impauriva quel presagio…). Credendo che la nostra riconquista fosse li li per cadere dopo il mio richiamo a corte, mi pregarono di proteggere le reliquie in Costantinopoli, fino a quando l’aquila del Nord, «i provenienti dall’alta città», non fossero tornati a risollevare la cristianità in Sicilia, forte come prima.
Ebbi pure grande difficoltà a caricare il prezioso carico, che il vescovo Obscurus teneva nascosto nelle grotte sotto i ruderi delle Terme d’Achille, a un passo dal caricatoio di quel pessimo approdo della città, bastava una leggera brezza per rendere difficoltoso il caricamento, e le cariche dei Saraceni sfidavano già le porte della città: quando riuscimmo a salpare la piccola comunità in lacrime salutava, sventolando fazzoletti a mo’ di flagello, le spoglie della Santa Vergine, “tutti devoti, tutti,” ringraziandomi di trarre in salvo l’anima stessa della cittadinanza e della loro devozione.
Persino il vescovo del ritorno, Maurizio, lui sì opportuno e oscuro trafugatore, anche lui contastorie raffinato, anche lui mi difende, persino lui mi e grato, ma, chissà perché, anche il suo racconto[i], che viene riportato dal mio accusatore Vichipedio con precisione riguardo al ritorno, viene invece totalmente mistificato riguardo alla partenza, trasformando in trafugamento per interesse, una opera di conservazione su richiesta, e trasformando me Giorgio Maniace Esarca Stratego e Catapano, in turpe ladro santi. Guglielmo Malet, normanno, mi aveva raccontato una storia di furto di santa, Santa Honorine a Graville, suo feudo, in Normandia, ch’era stato giustificato come desiderio della santa di fondare un suo culto in altro luogo. Avrei potuto raccontare anch’io una storia simile di santi potenti e briganti, ma non lo feci.
Io volevo invece tornare a conquistare l’una e l’altra Sicilia, ristabilirvi la cristianità, restituire ogni santo ai suoi devoti, anche a costo di dovermi sostituire all’Imperatore, ma non mi fu data la sorte, nonostante i tentativi di cui mi pare nessuno mi nega il merito. Altri avrebbero compiuto il disegno.
Mi sono difeso come ho potuto, non mi resta che appellarmi a voi giudici venturi, dopo di che, terminerò la mia difesa. Voi che siete nel tempo dei lumi, della scienza della giustizia, a voi non si addicono suppliche preghiere o richieste di compassione, non servirebbero: ho mostrato il diritto piu evidente, la verità. Quid est veritas? – Est vir qui ades.
Ora, se mi condannate ingiustamente, ricadrà su tutti voi la colpa dell’ingiustizia commessa, non sull’accusatore; sta in voi il compimento della giustizia. E non potrebbe esistere errore più grave di questo: non solo verso di me sbagliereste condannandomi ingiustamente, ma anche verso di voi vi accorgerete di aver commesso un atto terribile, empio, ingiusto, illegale, allontanando un uomo che vi ha fatto servizio, un benefattore della città, che non ha mostrato alcuna ingiustizia manifesta né colpa credibile.
Riassumere la difesa è utile di fronte a giudici di poco valore. Io ho invece di fronte giudici di valore, e non rissumerò per tanto la mia difesa. Se non avete prestato attenzione o non vi ricordiate quanto vi ho detto, vuol proprio dire che non è degno neppure di essere tenuto in considerazione.»
Georgios Maniakis, Esarca

«In questo modo viene raccontato, come attestano gli autentici libri degli antichi. Chi deve ascoltare senta, chi invece ci sente dalle gargie come i pesci, come questi stia muto..»

Leonzino Da Gargia, copista

Cosa voleva questo oscuro copista, questo goliardo, questo chierico vagante, questo oblio che solo la macchina ipertecnologica aveva riesumato – e anche la mia curiosità di studioso a vanvera – riportandone in vita il messaggio che era stato grattato dalla pergamena, e nascosto, fra i misteri della chimica e della luce, fino a giungere a me, ora: cosa voleva quindi da me, da noi, sì anche da te o lettore?

Curiazio Mairone,

Vice-Capo Archivista, Biblioteca Nazionale di Firenze

[i] Vitae Sanctorum Siculorum ex antiquis Graecis Latinisque monumentis, & vt plurimum ex m.s.s. codicibus nondum editis collectae, aut scriptae, digestae iuxta seriem annorum Christianae epochae, & animaduersionibus illustratae. A r.p. Octavio Caietano Syracusano societatis Iesu.
– EPISTOLA MAURITII CATANENS. EPISCOPI – DE TRASL. DIVÆ VIRG. AGATHÆ BIZANTIO CATANAM –
https://archive.org/details/bub_gb_czOUlQkmBccC/page/n67/mode/1up
Pag 54:
«Così come attestano gli autentici libri degli antichi, nel periodo in cui Decio si scagliava contro la perfezione dei cristiani, la Beatissima Vergine e Martire fu coronata dal martirio nella provincia di Sicilia, presso la città di Catania sotto il Proconsole Quintiano: ivi sepolta, Dio per molto tempo fece miracoli per intercessione della Perfetta, però dopo molti anni il popolo cristiano si comportò male con i suoi peccati e la giustizia divina li castigò e per vendetta il popolo si arrese alle mani dei barbari che distruggevano le chiese e devastavano le città e i suoi abitanti, e tutta la zona circostante sottomettevano servilmente: avento saputo di questa strage di fedeli, l’Imperatore di Costantinopoli mandò l’Esarca chiamato Maniace, espertissimo di cose belliche, con mano armata, in Sicilia. Egli in breve tempo percorse l’isola, la prese con il ferro e la soggiogò con l’ingegno.
Il quale Maniace, credendo che l’Impero fosse lì lì per cadere, per le loro preghiere, e con l‘impegno di risollevare in forza le condizioni di prima, si prese carico di portare a Costantinopoli, prima chiamata Bisanzio, il corpo della vergine Agata diletta e di molti corpi di altri santi. Quivi decentemente custodito in qualche luogo della città e devotissimamente venerato, così volendo il Signore che regge l’Impero, in questo modo viene raccontato.»