La ballata del piccolo re. Raccontino (non tanto) fantastico

 

Mio padre non era un re ma viveva da re nel suo piccolo regno: una piccola casa, un piccolo campo, un piccolo orto.
Le nubi, prima di urtare le grandi torri e sfrangersi contro i merli del vecchio castello, lasciavano cadere una pioggia sottile bastevole per assicurare buoni raccolti.
Un giorno, che era seduto sull’aia a riposare, venne un re vero. Era un re piccolo piccolo che sembrava un bambino.
Arrivò su una carrozza d’oro, e pennacchi colorati avevano i cavalli.
Si avvicinò a mio padre, lo prese per un braccio come si fa con gli amici “Sono stanco del viaggio” disse sedendosi e continuò “un vicino cattivo non ci vuole restituire questa terra nostra” e la indicò con il dito sulla carta “ Una terra dove abitano nostri fratelli.
Ci dobbiamo armare e fare la guerra, che quello” e con la mano indicava vagamente in alto “ci restituisca il nostro”.
Mio padre lasciò i campi che erano già pronti per la semina, salutò la mucca Severina, al cane raccomandò di occuparsi di questo e di quello e andò via.
Andò per terra e per mare, per giorni e giorni andò finché non giunse dove le montagne avevano cime che si facevano cielo.
Restò a bocca aperta a guardare.
Il re piccolo venne “Vedi” ed indicò lontano oltre le montagne “sta là il nemico” disse e andò via.
Mio padre si mise a guardia e il nemico venne, avanzò fin dentro le case e fu allora che incominciò a sparare perché il nemico era il lupo che aggredisce le pecore fin dentro gli ovili.
Avanzavano, quei soldati, incuranti del pericolo e certi della vittoria, ma quando si accorsero che quella cosa nera in mezzo alla neve non la smetteva di sparare e di seminare morte, si fermarono, fecero dietro front e incominciarono a correre per salvare la pelle .
Quando del nemico non si vedeva più nemmeno la polvere che si lasciava dietro fuggendo, venne il piccolo re e a mio padre che stava a terra sanguinante disse:
“E’ tutto finito… puoi tornare a casa tua, ora”.
Gli batté la mano sulla spalla, come si fa con gli amici, salì in carrozza e partì.
La gente gridava: “Viva il re, evviva…” perché avevamo vinto e il re correva a sedersi al tavolo della pace con i suoi cugini re.

tavolarotonda

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