La famiglia Murray (2)

«Com’è bello guardare le onde che si capovolgono e battono contro la terra.»
«Cos’è che ti piace tanto?»
«Vedere come l’acqua si contorce da sé e rotola fino alle pietre per poi rompersi. E non appena si è rotta, più in là si è già riformata e così andrà avanti per ore e ore, per tutta la notte, finché il vento non smetterà di soffiare e l’acqua allora potrà fermarsi come una candela che si spegne dopo aver vibrato tanto.»
Era un bellissimo pensiero. La strinsi più forte. Rimanemmo a quel modo per alcuni minuti, non so quanti perché, il tempo ci abbandonò senza che ce ne accorgessimo e quando ce ne accorgemmo, quello era già tornato e allora potevamo capirlo che c’era e noi vi eravamo in mezzo. Potevamo capire che il tempo se n’era andato o che noi l’avevamo mandato via, per restare abbracciati, l’uno nell’altra, come una cosa senza confini. Poi dovevamo averlo richiamato, forse distratti dal tuono di un’onda o dal lamento di un uccello di mare sballottato da una raffica forte. E il tempo di corsa si era rimesso tra di noi, tra me e Grania.
«Mi amerai per sempre?» mi chiese.
«Certo» risposi.
«Davvero?»
«Si, davvero.»
«E non ti stancherai mai di me?»
«No. Mai.»
«Se un giorno ti stancherai di me vorrà dire che la tua parola non vale niente.»
«Se un giorno mi dovessi stancare di te, vorrebbe dire che l’amore è una bugia e che tramandarla è un delitto e allora girerei per il mondo e lo direi a tutti che l’amore non è vero.»
«Allora pensi che l’amore non sia vero?»
«No. Non ho detto questo.»
Tacque e si voltò per guardarmi. Mi accorsi che stava piangendo. Gli occhi e il contorno interno delle palpebre erano bagnati come piccoli laghi, il naso le era diventato rosso, piccolo e rosso. E insieme, gli occhi verdi brillavano più della luce che si rifletteva sul mare scatenato, più del sole che quel mattino ci aveva portati in mare e lasciati lì da soli.
«Io ti amerò per sempre. Perché ti amo già per sempre e qualunque cosa farai, non potrò mai smettere d’amarti» disse.
Poi la baciai e prima che iniziasse a nevicare ci incamminando verso casa. Quando entrammo in giardino, Grania non piangeva e non aveva più il naso rosso. Sorrideva e mi stringeva la mano.
Sentimmo Pot  grattare alla porta. Ci aveva annusati mentre arrivavamo. La signora Murray aprì ed entrammo.
Il lavabo era colmo d’acqua calda e fumava vapore. Il signor Murray dormiva sulla poltrona con le pantofole appese alle punte dei piedi.
Grania mi augurò buona notte e salì al piano di sopra, dov’era la sua camera da letto.
«Fa molto freddo fuori?»
«Oh sì! Ma tra un po’ sarà ancora peggio.»
«Si prepara una nevicata molto forte.» Scrutò il cielo da dietro la finestra.
«Vuoi bere qualcosa con mio marito? Se non se l’è trangugiata tutta, dovrebbe esserci ancora una mezza bottiglia di whiskey.»
«La ringrazio signora Murray, ma è ora che torni a casa. Domattina mi alzerò presto. Non credo che domani nevicherà.»
«D’accordo Micky. Va a riposare» e sorrise.
Aprii la porta e mi ricordai che non avevo rivisto i fratelli Murray.
«Mi saluterebbe i suoi due ragazzi, quando tornano? Grazie.»
Uscii in giardino e iniziò a venire giù la neve, rada e veloce. M’incamminai, avanzando di fretta. Aprii la porta di casa mia e pochi istanti dopo venne giù il finimondo.
Appesi il giubbotto all’ingresso e vidi Pan, il gatto furfantello che miagolava con una zampa su una scatola d’alluminio chiusa. L’aprii e andai in cucina.
Pan finì in fretta di mangiare e mi raggiunse in cucina. Con la lingua passava più volte sui suoi baffi.
Stavo poggiato al tavolo di acero, con i nodi larghi qualche dozzina di centimetri e lo smalto protettivo che due estati fa Bewley, il falegname, vi aveva passato sopra senza farmi pagare nulla, aggiungendoci anche una riparazione.
Perché, il 24 agosto dell’anno precente –era qualche giorno prima che mi consegnasse il tavolo-, perse centocinquanta euro in una mano clamorosa e, dato che si era giocato anche il berretto di lana che gli invidiavo tanto, mi aveva proposto uno scambio. Un ottimo affare per entrambi.
Il gatto arrivò miagolando e con un balzo veloce saltò sul tavolo e sfregò il suo muso contro il mio gomito, fissandomi negli occhi.
«Domani cosa facciamo, Pan?»
Il gatto miagolò un paio di volte.
Lo presi per il collo con una mano e l’accarezzai.
«Domani prendiamo le aragoste per il compleanno di Grania»
“Miao, miao” continuò a fare. Saltò giù dal tavolo e corse nel suo angolo. Si accovacciò sul suo maglione rosso che una volta era mio, prima che si facesse troppo vecchio e sudicio.
Guardai l’orologio. Erano le otto di sera.
Andai a letto e dormii meravigliosamente. Per tutta la prima parte della notte il vento sfregò e sbatté contro il tetto e i rami più alti degli alberi, partorendo un lamento che somigliava a un piagnucolio doloroso. La neve continuò a cadere fitta e furente. A un tratto mi svegliai. Al riparo, sotto la spessa coperta di lana, restai qualche minuto a fissare uno strano spettacolo inscenarsi di là della finestra sprangata. Il cielo, il vento, la neve e i bagliori, si riflettevano come luci blu e celesti, bianche, che trapassavano i vetri, susseguendosi ripetutamente, velocemente, silenziose. Improvvisi bagliori di luce, che divenivano man mano più frequenti, erano il segnale che il sole stava per prendere il sopravvento su una tempesta che andava per finire.
Mi alzai e guardai l’orologio. Era ancora l’una del mattino. L’orario era perfetto per andare e il tempo era notevolmente migliorato. Di solito si doveva andare prima per la pesca dell’aragosta, ma dovevo riposare almeno un po’.
Mi svestii e indossai di nuovo gli abiti da pesca. Si erano riscaldati per bene vicino alla caldaia, ma erano ancora un po’ bagnati e odoravano di mare più del solito.
Scesi al piano di sotto e misi su il caffè. Presi del pane e lo tostai, poi vi passai sopra del burro che a contatto con la superficie calda si sciolse deliziosamente, e quindi della marmellata. Mentre assaggiavo la prima fetta, sentii il caffè fischiare e vidi il vapore che si lanciava fuori dalla macchina. Bevvi il caffè e mangiai tutto il pane e allora mi ricordai d’avere un muffin ai frutti di bosco conservato in un pezzo di carta che tenevo in un cestino. Dovevo fare in fretta e lo mandai giù in pochi bocconi.
Risalii al piano di sopra e presi l’orologio con me e un berretto.
Scesi di nuovo e mi assicurai d’avere tutto. Presi la nassa più vecchia che avevo. Era quella fortunata. Non aveva mai fallito un colpo. Presi anche quella nuova.
Il gatto non si fece vedere. Sul suo maglione rosso non c’era. Aprii la porta e sentii qualcosa che sfregò contro il mio piede. Pan mi salutò con qualche fusa. Mi abbassai e gli passai una mano sopra la testa, sulla pelliccia calda e morbida. Scesi con le dita sotto il suo mento e l’accarezzai. Iniziò a rotolarsi a terra e con le zampe e i denti a graffiarmi la mano.
«Non possiamo giocare.»
Pan mi guardava in attesa, con la pancia bianca all’aria e la testa inclinata per vedermi bene.
«Ci vediamo più tardi.»
Uscii e m’incamminai verso casa di Grania. Quando fui quasi sul punto di arrivare di fronte la facciata, mi voltai sentendo dei passi poco distanti da me e vidi Stephen e Mark che penzolavano sulle gambe flesse e molli, tracciando una traiettoria storta e piena di zig zag. Dovevano essere ubriachi. Li salutai da qualche metro di distanza, ma il vento soffiò forte e con un boato zittì la mia voce. I due non si accorsero di niente, intenti a sostenersi l’un con l’altro.
Così mi voltai e ripresi il cammino. Superai la casa e puntai verso la spiaggia.
In cielo le nubi erano illuminate da una luna molto grande. Mi fermai e alzai il pugno in modo che sembrassero uno di fianco all’altro. Erano quasi della stessa grandezza.
Gettai l’attrezzatura di fianco alla barca. Snodai le corde a prua e a poppa e spinsi la barca in acqua giù per gli assi in file parallele e ad ogni passo sentivo Bat! Bat!, il legno che batteva sotto il fondo e le pietre scoperte e le grosse conchiglie che trascinavo via. Straa! Straa!
Spinsi forte, con le braccia, con le spalle e le gambe tese. Iniziai a sudare freddo, non avevo ancora digerito il pasto. Tenevo la testa bassa sulla sabbia, finché mi accorsi che spingere non era più così duro e dal fondo non si sollevava più alcun rumore. Solo il suono dell’acqua. Salii in barca e mi assicurai un’ultima volta che tutto fosse con me, anche se sarebbe stato comunque tardi per tornare indietro. Guardai il motore nero da venti cavalli e mi ricordai che c’era fame di carburante da quando la bufera aveva bloccato tutto e in quel momento, per la prima volta, mi venne in mente che era da pazzi andare in mare, mentre per tutta la settimana c’erano state onde alte, vento, pioggia, neve e le barche di Howth si erano tenute comodamente in secca. Quella notte, però, il cielo non prometteva male. Le nubi, seppur grosse e nere, galleggiavano lontane, trainate dal vento che puntava verso Dublino.
Il signor Murray non me l’avrebbe perdonato se gli avessi finito il carburante. Mi attaccai ai remi e inizia a vogare. Prima i remi battevano il tempo in maniera irregolare, poi i singhiozzi dell’acqua si zittirono e i colpi sulla crespa divennero ritmici e forti. Vogai per non so quanto tempo e non mi fu facile trattenere lo stomaco che sobbalzava con la barca quando s’insediava, sotto il fondo, una risacca. Continuai a tirare forte, come un atleta e quando alzai lo sguardo vidi che ero già molto lontano. E mentre mi muovevo con la barca vidi prima i tetti delle case di Howth che diventavano piccoli e lontani, poi li vidi cambiare di colore e diventare blu, finché la luce della luna e del cielo stellato non li investì e in quel momento scomparvero lasciando in vista solo la riva e i cespugli verdi.
Così riuscii a raggiungere in fretta una distanza adeguata dalla riva, dove il fondale doveva essere di almeno sessanta metri. Svuotai la sacca, sistemai ogni cosa e quando mi ritrovai con la nassa tra le mani mi fermai. Guardai sul fianco sinistro della barca la superficie nera del mare e la confrontai con quella sul fianco destro. Optai per la seconda. La nassa andò a fondo. Mi sedetti a guardare il cavo che scendeva giù, accompagnandolo con le mani. Poi gettai anche l’altra più in là.
Rimasi a fissarne i cavi per un po’, tranquillizzato. Non avevo ancora bevuto niente dopo il caffè. Avevo sete e mi ricordai del sidro di mele della zia di Grania che avevo lasciato a casa. Buonissimo sidro di mele, come i bottegai e i locali non si potrebbero mai permettere.
Attorno al cavo scorsi dei piccoli pesci blu che vi schizzavano attorno come razzi e si fermavano come se potessero aggrapparsi all’acqua spalancando le pinne come ali.
La giornata era stata molto dura e avevo riposato poco. L’idea del mattino precedente era che mi sarei fatto una lunga dormita, ma la pesca, poi, non era andata bene. Poco male se mi ritrovavo di nuovo sulla barca. Il mare era quasi piatto ed era un gran colpo di fortuna.
Mi sdraiai e mi accorsi che non era poi tanto scomoda la barca. Gli assi non si sentivano poi tanto se non sulle spalle. Guardai il cielo. Era nero e blu, illuminato dalle stelle e percorso da grandi nuvoloni grigi che spostandosi col vento mi davano l’impressione d’essere in moto. L’illusione era molto reale. La brezza era
leggera e il mio maglione mi copriva per bene dal gelo che scendeva dalle nuvole, o forse saliva dal mare di cristallo, e fermava ogni cosa come la trovava.
Stetti ad aspettare, continuando a fissare il cielo e ogni tanto la barca si girava lenta su se stessa, come una vite che ruota, sopra la corrente.
Mi addormentai.

pietro verdini MARE CON BARCA,,olio su tavola,cm80x60

© Pietro Verdini, Mare con barca

Print Friendly, PDF & Email