Onofri e l’epopea infranta degli italiani

 

Che la conquista dell’unità politico-territoriale d’Italia sia stato un processo lungo e travagliato è ormai assodato da decenni di studi storici, un po’ più recente è invece la consapevolezza, nel popolo e nel senso comune, che quando si parla della formazione della nazione italiana, bisognerebbe utilizzare il termine “fabbricazione”, secondo quella felice intuizione del geografo De Brito che, riferendosi ad altri luoghi, distingueva nazionalismo da nazionismo, intendendo col secondo quel processo di costruzione artificiale di identità nazionale imposto dall’alto ad opera di un’élite minoritaria. Di fabbricazione della nazione italiana si è occupato Massimo Onofri nella sua opera critica più recente, L’epopea infranta. Retorica e antiretorica per Garibaldi (Edizioni Medusa, 2011), dove è proprio nel trasformismo che ha subito la figura dell’eroe nizzardo nella letteratura e nelle arti che si delinea una delle più durevoli “liturgie fondative” della nuova Italia postunitaria. In 130 pagine che coprono poco meno di un secolo di storia (1860-1952), Onofri traccia il profilo di un uomo la cui storicità si perde proprio nel momento in cui artisti, intellettuali e letterati cercano di consegnarlo alla storia.
L’analisi parte dalle memorie di coloro che parteciparono alla spedizione dei Mille, primo fra tutti G. C. Abba che, nelle sue Noterelle, ci consegna un Garibaldi già trasfigurato in mito, in un movimento di ascesi al “glorioso cielo dell’epopea” (p.25), in cui ora è eroe tra uomini, ora Re pastore, ora statua di santo, ora persino “il Nazzareno”. Ma, nota Onofri, ciò che più incuriosisce è come la stessa memoria dei fatti sia in Abba, testimone oculare, mediata dai numerosi quadri dell’epoca sul Generale: i vari Induno, Lega, Rossini, Fattori sembrano aver influenzato i ricordi di Abba più della realtà stessa. L’analisi dei quadri, da parte di chi si dichiara un profano nel campo, è molto suggestiva e invita chi legge ad approfondire ciò che nel libro viene solamente accennato come ipotesi interpretativa, senza presunzione ma con cognizione di causa, aggiungerei. L’insistenza critica sui dipinti ha inoltre lo scopo di servire quella che sembra essere diventata una tesi da dimostrare per il nostro autore: già dal Suicidio del socialismo. Inchiesta su Pellizza da Volpedo (Donzelli, 2009), Onofri è convinto della capacità conoscitiva, spesso profetica ma enigmatica, dell’arte pittorica – forse più di quella che possiede la letteratura. Sono i dipinti dell’epoca, osserva Onofri, a prefigurare l’agiografia garibaldina che verrà poi sostenuta da Carducci e soprattutto dal Pascoli dei Poemi del Risorgimento, lì dove la “puerizia monumentale” (p. 68) con cui è presentato Garibaldi è il riflesso di un “autorisarcimento, in chiave di automonumentalizzazione, con cui Pascoli cercava di rispondere al dramma del nido infranto” (p. 63). Il puer che si proclama poeta-vate della nuova Italia e che vede la propria famiglia ricomposta nell’unità della patria, non può non cantare la gloria del Pepin bambino, discolo e amante del mare più che dello studio, e del Garibaldi ormai vecchio e solo a Caprera, nostalgico di quelle onde che non può più solcare come in gioventù. Statuario e gigante, in contemplazione come nel dipinto di Mantegazza, Garibaldi a Caprera (1868). Come nel saggio su Pellizza da Volpedo, e significativamente quasi con le stesse parole, Onofri aggiunge alla riflessione del Garboli (1985) che il protofascismo di Pascoli consiste proprio nell’esaltazione morbosa del puer e della famiglia, e in quel “puer perennis che ostenta i muscoli e giganteggia, le mascelle a tenaglia, nelle sue eroiche imprese” (p. 80).
Il Garibaldi di Pascoli prefigura così il dipinto di Giacomo Balla, Marcia su Roma (1933). Il mito si è trasformato: Garibaldi indossa adesso una camicia nera e si chiama Mussolini, i garibaldini non sono più in battaglia e sfilano accanto al Duce, e la risorgimentale Breccia di Porta Pia è stata finalmente portata a compimento dalla fascista Marcia su Roma. Giovanni Gentile completa l’opera istituendo una linea di continuità tra patriottismo risorgimentale e patriottismo fascista quando riconosce in Mazzini, Cavour, Garibaldi e Vittorio Emanuele II i quattro padri della patria unita.
Ma quello che è più interessante in Onofri è la convinzione che proprio nell’esaltazione, nella mitizzazione, in quanto forme di trasformismo, esista già il germe della demitizzazione, dell’antiretorica. E non solo di quella siciliana di De Roberto, Tomasi di Lampedusa, Pirandello di cui Onofri è profondo conoscitore, ma anche di quella di Jovine e Alianello, che nei loro romanzi perpetuano la sensazione di un’epopea infranta proprio mentre si trasforma per mostrare che in realtà nulla è cambiato. Che da borbonici si diventi garibaldini, o dalla vecchia aristocrazia si passi alla giovane borghesia, che da galantuomini ci si voglia immischiare con i “cafoni”, infine che Garibaldi da rosso diventi nero (per ridiventare rosso con il PCI), nulla cambia perché il mito, nel senso originario, è tale perché narra una verità sull’uomo valida in ogni tempo e in ogni luogo. Gli italiani di oggi sono gli italiani di ieri, siano essi fascisti o partigiani. Questo è il mito che ci appartiene.

F. Politano, Stendardo, 2011, ferro e stracci