Il medico che non fece sconti al Gattopardo

Omissioni e invenzioni, millanterie e favole. Le origini della famiglia Tomasi di Lampedusa non sono quelle – nobiliari – esaltate nel Gattopardo. E lo scopriamo leggendo la monumentale biografia del suo autore, scritta dal medico palmese Andrea Vitello (1927-2008). Altro che discendenza dagli amori di Titone imperatore e Berenice regina. La verità è ben diversa. Tenuta opportunamente nascosta nel romanzo e richiamata, forse per un lapsus, dalle parole “violento sangue Salina” e “lussuria atavica”. A chi si riferiva Giuseppe Tomasi di Lampedusa, visto che nessun altro dei suoi antenati d’origine “imperiale” le incarnava, se non al capostipite da lui rimosso?

Questo capostipite, sbarcato in Sicilia con il viceré spagnolo Marco Antonio Colonna, si chiamava Mario Tomasi ed era un tagliatore di teste. Venuto nell’isola per dar la caccia ai briganti, degli stessi briganti s’era servito per le proprie razzie e angherie e per andare in cerca di dote. Quella che ottiene sposando la figlia del barone di Palma di Montechiaro. L’immensa fortuna da lui messa insieme con dote e saccheggi costituisce il patrimonio originario grazie al quale la “nobile” famiglia Tomasi (chiamata Salina nel Gattopardo) se la spassa per cinquecento anni. La conoscenza di questa storia – di scelleratezze, teste mozzate, brigantaggio e del suo legame con le origini del casato dei Tomasi di Lampedusa – si deve nel 1993 al professor Francesco D’Orsi Meli, altro scrittore e uomo di cultura palmese.

Alla famiglia Tomasi, tutt’altro dunque che di nobili origini come fa credere Il Gattopardo, il dottor Andrea Vitello ha dedicato una vita di studi. Se n’è occupato sin dal 1951, sette anni prima dell’uscita del romanzo. Nel 1960 Vitello ha pubblicato Palma di Montechiaro la terra de Il Gattopardo. Nel 1963 I gattopardi di Donnafugata. E nel 1987 la biografia Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Ristampata nel 2008 con un’appendice in cui si parla appunto – e grazie alla scoperta del Meli – del vero capostipite della famiglia dello scrittore palermitano. Lo scrittore, non ancora conosciuto, che nella Palermo un po’ addormentata degli anni Cinquanta si muoveva con una borsa piena di libri e di dolciumi dalla libreria Flaccovio al caffè Mazzara. Così viene pure ricordato dai pochi allievi che seguivano i suoi corsi di lingua e di letteratura inglese.

Mario Tomasi è stato processato ed esiliato da Palma. L’autore del Gattopardo, uno dei suoi ultimi discendenti, aveva in casa le carte di quel processo, sapeva delle vere origini del suo casato e ha voluto farle iniziare dai gemelli Carlo e Giulio, il mistico Giulio, fondatori di Palma di Montechiaro nel 1637. A loro seguono i santi vissuti nel Seicento: Suor Maria Crocifissa e San Giuseppe Maria Tomasi, co-patrono di Licata.

Noi, i Tomasi, e cioè i Salina del Gattopardo, “fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalli, le iene”. La storia di una famiglia aristocratica al tramonto che dalle iene (con cui i Salina identificano spregiativamente i nuovi ricchi, la borghesia) veniva soppiantata nel nuovo ordine sociale non poteva avere proprio una “iena” alle sue origini. Di qui il silenzio sul progenitore autentico.

Andrea Vitello ci racconta tutto della vita dell’autore del Gattopardo e delle tragedie, i lutti, gli sperperi, i palazzi crollati, la rovina economica del casato, in buona parte causata dalle controversie ereditarie. E distinguendo il vero dal falso. Ha iniziato a scriverne la biografia il giorno di Natale del 1963 e l’ha completata nel 1987. Ventiquattro anni di ricerche, lettere e scritti ritrovati, incontri e colloqui con gli amici dello scrittore, visite nei luoghi del romanzo. E così sappiamo che corrisponde a verità, per concessione del re di Spagna nel 1630, il titolo di principe di Lampedusa e Linosa e che sono invece una favola sia i meriti scientifici del principe Giulio scopritore di due pianetini che la stessa laurea di Giuseppe Tomasi all’università di Torino. Lo stesso Tomasi, in una lettera del 1957 all’amico barone Enrico Merlo di Tagliavia, dà conferma che la Donnafugata del romanzo è Palma come paese e Santa Margherita come palazzo. E che del principe suo bisnonno sono vere la statura, la moglie, il “rifiuto di essere senatore”, lo scetticismo e lo sconforto con cui reagisce alla crisi storica e al decadimento della propria famiglia. Ma dà conferma pure del fatto che molte cose, nell’opera, “non sono dette chiaramente ma solo accennate”. In altre parole, di quanto qui e ora più ci riguarda.

Appassionato di letteratura, storia e psicologia, Andrea Vitello ci lascia dunque una biografia vera e con tante notizie sull’ultimo Gattopardo, sulla moglie lettone, la principessa Alexandra Woolf, conosciuta a Londra e familiarmente chiamata Licy. Anni di minuzioso lavoro ben spesi.

Per il medico palmese, e non solo per lui, il senso del grande romanzo di Giuseppe Tomasi è tutto nel messaggio del principe Salina e nel suo amaro e rassegnato rimpianto per la fine dell’aristocrazia come classe egemone sostituita da una classe inferiore: “Noi fummo i Gattopardi”… dopo di noi verranno gli sciacalli. Senza le bugie (per il dottor Vitello alla fine innocenti) di Giuseppe Tomasi, e in specie senza la rimozione di quel suo primo antenato tagliatore di teste, questo messaggio non avrebbe avuto uguale vigore storico e bellezza letteraria.

Gaetano Cellura