Il cane Max

Da quando ce lo hanno regalato, tre mesi dopo il nostro matrimonio – ed egli stesso aveva appena tre mesi –, io e mia moglie viviamo con Max come si conviene: rispetto reciproco, tolleranza quando occorre, voce e mano ferma nell’educarlo.

Max è un pastore bergamasco di media ma robusta taglia. Ha pelo folto e lungo, ed è tutto nero se si eccettuano un cravattino bianco sul petto e una spruzzata di calce sulle zampe del suo lato sinistro.

Il cane – è noto – appartiene a un solo padrone. Poiché mia moglie fin dall’inizio ha potuto occuparsene poco, Max è diventato il mio cane. Inseparabile compagno di riposi e passeggiate, è stato lui a eleggermi. E ora mi segue come un’ombra vivente nei miei spostamenti dentro e fuori di casa.

Anch’io, come mia moglie, ho poco tempo da dedicargli. Quando posso, però, ne approfitto per lavarlo, spazzolarlo e pettinarlo. Lo curo come un ospite gradito, lo nutro e lo seguo nella sua crescita finora priva di malattie.

Gli ho da sempre attribuito funzioni per me igieniche: portato come sono alla sedentarietà, soltanto con Max riesco a fare delle lunghe passeggiate, soprattutto per prati e boschi fuori città quando il clima lo consente ed è giorno di festa.

Ma sia che piova o nevichi o tiri vento, sia che l’occhio del cielo si spalanchi sereno, bisogna ogni giorno che Max faccia le sue tre passeggiate regolamentari: peggio è, anzi, quando il tempo è cattivo e Max perde le tracce della sua territorialità. Invece di sbrigarsi in fretta, mi trascina qua e là per le vie del quartiere come un randagio senza meta…

Ho detto che il cane appartiene a un solo padrone. Be’, mi è sfuggito. Mi è sfuggito il termine “padrone”, e me ne vergogno. No, non è perché un celebre etologo ha affermato che tutti gli animali domestici sono dei veri e propri schiavi dell’uomo e solo il cane è un amico. È perché c’è una certa reciprocità di abitudini fra cane e uomo; la quale non si verifica nemmeno fra un uomo e il suo più caro amico fra gli umani. Si tratta come di un travaso: dapprima sembra che sia lui, il cane, ad adeguarsi all’uomo; poi ci si avvede che è l’uomo ad adeguarsi al cane. Ma si tratta di un dare e di un avere con cui si fa un bilancio a prova di errore: non manca nemmeno un briciolo di pertinenza e proprietà.

Fra cane e uomo c’è un abisso di differenza. Così sembra, almeno. Per questo l’amicizia di un uomo non ha niente a che vedere con quella di un cane. Sono certo però che l’amicizia di un cane ha un carattere che manca a quella di un uomo: è speculare al suo oggetto. Voglio dire che il cane riflette come uno specchio l’amicizia dell’uomo. E in quella virtualità il cane è allegro se il suo compagno è allegro, è triste se quello è triste, è diffidente se quello è diffidente, e così via. Anche l’uomo a suo modo riflette gli umori del cane: forse non se ne accorge, o non è disposto ad ammetterlo. Ma la specularità di cui abbiamo detto è fortemente reciproca.

Basta solo un esempio: molti dei miei conoscenti, e soprattutto chi ha maggior dimestichezza con me, hanno avuto modo di osservare come la mia andatura e quella di Max siano perfettamente identiche.

Io ho un modo di camminare alquanto contraddittorio: avanzo con passo marziale ma nel contempo lento, inclino un po’ verso i lati anziché verso il centro del mio corpo, dando l’impressione di leggeri sbandamenti corretti da una subitanea equilibratura dell’insieme. Anche Max cammina così. Visti davanti o di dietro, entrambi procediamo con passo lento ma altero, dondolandoci un po’ verso destra e verso sinistra, con quell’aria insieme svagata e consapevole che assumiamo di solito durante le passeggiate. Non so come ciò sia potuto avvenire. Sicuramente ci siamo condizionati a vicenda fin dalle prime sortite, quando Max era ancora un tenero cuccioletto che faceva strillare di piacere tutti quelli che lo vedevano, soprattutto i bambini e i ragazzi…

 

Non so come si chiami la giovane donna affacciata alla finestra del caseggiato di fronte al piccolo prato del quartiere. Si affaccia sempre alla stessa ora, e sembra sia stata lì da tempo ad aspettare il nostro arrivo. Quando io e Max arriviamo nei paraggi, lei si concentra sulla nostra vista e ci osserva a lungo. Dalla strada non si vede bene se è divertita o perplessa, o semplicemente incuriosita. È chiaro in ogni modo che prova molto interesse per noi.

Suppongo sia una donna senza grossi problemi, forse anche felice, se ogni giorno ha la pazienza e la costanza di aspettarci come se non avesse altro da fare o si volesse concedere una lunga pausa tra l’una e l’altra faccenda domestica.

Neanche lei, ritengo, conosce il mio nome. Ma conosce bene quello di Max, perché io lo chiamo spesso durante la sgroppata di mezzodì sul prato, e cerco di distoglierlo dai sentieri insoliti: «Max! Max! Su! Qui! Bravo!».

La mia abitazione dista dal prato soltanto un centinaio di metri. Per arrivarci non sarebbe necessario scomodarsi più di tanto. Ma con il pretesto di un po’ di moto, ecco che compio un giro vizioso per le strade del quartiere, dove c’è qualche siepe o qualche ciuffo d’erba resistente. Più bello sarebbe il giardinetto pubblico. Ma è proibito ai cani, che lo sporcherebbero. Ci andrei volentieri con Max: l’erba è sempre rasata, le aiuole mostrano un profilo netto e pettinato, non c’è nemmeno una foglia secca o un rametto spezzato. Tutto sembrerebbe finto se non fosse per l’animazione sui viali e in mezzo al fogliame: cinguettii, ronzii, e poi voci, gridi, richiami e risate di adulti e bambini. Che purezza di costumi in quei prati accesi di un verde smeraldino, soprattutto nella stagione tiepida, soprattutto a mezzodì. È questo il momento in cui esco con Max, e la giovane donna è al davanzale…

 

Ho imparato a dar gli ordini. Secchi. Scattanti. Possiedo un vecchio manuale per l’allevamento e l’addestramento dei cani che mi torna sempre utile. Lo ripasso ogni tanto, soprattutto la parte che riguarda come farsi ubbidire.

«Seduto! Terra!» O più brevemente: «Sss! Trrr!»

E Max, pronto! Prima si siede piegando le zampe posteriori e lasciando diritte le anteriori, la testa ferma e altera con gli occhi trepidanti verso di me, benché quasi invisibili sotto la cascata compatta dei peli. Poi subito col ventre a terra, tutt’e quattro le zampe piegate, la testa bassa, aderente al terreno.

«Vieni!»

E lui salta su come una molla, pronto a seguirmi.

La donna alla finestra guarda questi gesti, ascolta il sibilo della esse di «Seduto!» o della erre di «Terra!». E sembra provarne piacere.

Max sul prato dà spettacolo di sé: esegue gli esercizi più comuni di rincorsa, presa e riporto con un impegno e una partecipazione totale. Corre, salta, fiuta, abbaia, tergiversa, avanza, gira intorno a sé, ubbidisce ai richiami con prontezza e costanza.

Sembra noncurante del premio – un pezzo di biscotto e una carezza – dimostrandosi felice solo di accontentarmi.

In effetti, anch’io cerco di accontentare Max: il premio è solo il pretesto perché si giochi insieme. Anch’io corro e salto e grido, sia pure nell’impartirgli un ordine, al fine di sentirmi in armonia con lui.

Non c’è in atto da parte mia alcun processo d’identificazione col cane. Almeno, così credo. È solo – ripeto – una questione di specularità. Per arrivare fino in fondo a questa esperienza, dovrei forse dimenticare, pian piano, di essere un uomo. E vedere se Max, da parte sua, dimenticherà di essere un cane.

Lui a casa sembra vivere una vita autonoma, in effetti sta attento a seguirmi silenziosamente nell’andirivieni da una camera all’altra, ed io stesso mi adombrerei se lui smettesse di punto in bianco di seguirmi. Mia moglie dirige lo sguardo ora su Max ora su me e probabilmente fa confronti, immagina modificazioni di comportamento, teme trasformazioni definitive. È visibilmente pensierosa. Preoccupata no, non direi. E di che, d’altronde? Anche mia moglie è affezionata a Max. Quando sono assente, è lei che porta il cane a passeggio. E lui la segue felice…

 

Quando il cane è ancora cuccioletto deve – come suol dirsi – farsi i denti. Per questo morde e rosicchia e sgretola stracci, giornali, piedi di mobili, ciabatte, libri e così via. Diventa una specie di castigo di Dio che solo la tenera età e l’innocenza che traspare dai suoi occhi spinge ad accettare e perdonare. Conversando con amici cinofili ho potuto apprendere fatti incredibili. Una volta un piccolo volpino di Pomerania attaccò a rosicchiare le gambe della tavola da pranzo di una giovane coppia di sposi in quel momento assenti, e quando questi tornarono a casa la tavola crollò tutta da una parte sotto il peso dei loro gomiti nel bel mezzo della cena. Un’altra volta il cucciolo di quattro mesi di un griffoncino di Bruxelles masticò, ingoiò e digerì un intero paio di stivali di vacchetta appena acquistati: il tutto nello spazio di una notte. Un’altra volta ancora toccò a una buona porzione dell’Enciclopedia Treccani, che fu smembrata nel giro di poche ore in casa di una famiglia di neoricchi, i quali l’avevano acquistata – in contemporanea col cucciolo – per esibire il loro nuovo stato sociale. Ancora un’altra volta… Basta! Anche in casa nostra ci sono tanti libri, e mia moglie ed io speriamo che non ci si debba mai pentire di Max.

 

Io ho un attaccamento morboso, direi feticistico ai libri. Intendiamoci, non a tutti, ma a quelli ai quali ho dedicato la maggior parte del mio tempo. A seconda delle circostanze mi sono interessato ora di storia e di geografia, ora di scienze e di economia, e poi di letteratura e di giardinaggio, di filosofia e di astronomia, di culinaria e di enologia, e ogni volta ho riempito di libri spesso molto pregiati scaffali e scaffali di una libreria che pare voglia far propria una celebre teoria cosmologica: quella dell’espansione dell’universo.

Con l’arrivo di Max in casa, lo scaffale di cinologia è andato ampliandosi a più livelli: dai manuali di addestramento e cura ai libri sulle numerose razze canine. Ad essi si è andata aggiungendo via via anche una ricca serie di libri di narrativa in cui il cane è protagonista. Ogni tanto me li sfoglio e gioisco o tremo, secondo i casi, rileggendo le avventure del famoso Buck del “Richiamo della foresta” o di Zanna Bianca del romanzo omonimo. Un libro che ho già letto tre volte è “Cuore di cane”, che racconta la storia di un uomo-cane nella Mosca del 1925. Recentemente mi è stata regalata una vecchia edizione di “Cane e padrone” e sono rimasto fortemente commosso dai rapporti fra Thomas Mann e il suo bracco Bauschan. Però che brutto titolo “Cane e padrone”! Avrei preferito “Thomas e Bauschan”, tipo “Hänsel e Gretel” o “Paolo e Virginia”…

 

Oggi che è domenica, come in tutti i giorni festivi, le mie azioni in casa e fuori sembrano svolgersi come al rallentatore. Me la prendo abbastanza comoda. In mattinata mi sono letto un paio di giornali e sfogliato qualche rivista. Poi ho dato una mano a mia moglie nel preparare il pranzo, infine tra una cosa e l’altra abbiamo pranzato. Nel pomeriggio, poiché il clima è mite, mi sono lasciato guidare dal desiderio di lavare Max in giardino. L’ho spruzzato d’acqua con il tubo di plastica che ci serve per innaffiare le piante, l’ho insaponato con uno shampoo neutro per bambini, l’ho asciugato alla meglio fra uno scuotimento e l’altro che Max faceva col suo mantello, poi l’ho spazzolato e pettinato per bene.

Terminate queste operazioni, mi distendo su una sedia a sdraio nel giardino di casa e mi metto a leggere il libro di Thomas Mann con la voluttà propria delle vere scoperte letterarie. Dopo un po’ abbandono il libro sulla sdraio e chiamo Max per la solita passeggiata, alla quale si unisce anche mia moglie.

Ci incamminiamo per le vie del quartiere e ci lasciamo guidare da Max nel labirinto minuzioso degli odori che lui avverte passo passo, tartufo a terra e fiuto acceso.

Quando arriviamo sul prato, ormai passato mezzogiorno, non c’è la giovane donna affacciata alla finestra del caseggiato di fronte. È scesa giù e sta sul prato vicino a una carrozzella. Dentro la carrozzella c’è un bambino adagiato dolcemente, è tetraplegico e si muove con molta difficoltà.

«Permettete? Mi chiamo Anita…» dice lei avvicinandosi. «Lui è mio figlio Alfredino» aggiunge indicando il bambino.

Ci presentiamo anche noi con tutto l’imbarazzo del momento per essere stati presi così alla sprovvista.

Quando le sto per presentare anche il cane, la donna mi previene: «Lo so, questo è Max! Che fa tanto divertire Alfredino…»

 

Ho subito immaginato il modo in cui la donna ha appreso il nome del cane. Però mi colpisce il fatto di non aver mai visto Alfredino affacciato alla finestra accanto alla madre.

«Anche Alfredino conosce il suo cane, sa?»

«Non avrei immaginato, mi creda…»

Mia moglie trova il momento per tirar su la conversazione. Fra le donne l’intesa è più immediata. E tra un’osservazione e l’altra veniamo a sapere che Alfredino ha sei anni e che è nato così per un’asfissia cerebrale al momento del parto. Il bambino passa le ore pressoché immobile sul letto o nella carrozzella, la madre lo aiuta ad apprendere qualcosa, soprattutto a muoversi: quanto prima Alfredino sarà preso in cura da un istituto specializzato.

«Lei non immagina quanto Alfredino sia felice nel veder correre e saltare il suo Max» dice la donna.

Il bambino, che sembra avere un’intelligenza normale benché sia così imbozzolato nell’handicap fisico, guarda con una smorfia divertita Max che, quasi capisca di essere al centro dell’attenzione, fa mille salti e capriole. Poi come colpito da un improvviso raptus, privo com’è del guinzaglio, scappa via con una corsa fulminea e imprevedibile.

«Max! Max! Qui!» grido io per richiamarlo indietro, ma senza successo.

La nuova circostanza ci spinge a congedarci subito dalla donna e dal bambino con la promessa di rivederci presto…

Io e mia moglie ci mettiamo in cerca di Max, percorriamo tutte le strade del quartiere, domandiamo notizie soprattutto ai ragazzi che lo conoscono bene. Max è sparito, inghiottito dal nulla. E chissà perché, poi.

Capisco di essere io il responsabile di Max, e la sua fuga mi turba oltremodo…

Pensando però che, prima o poi, tornerà indietro da solo, ci avviamo verso la nostra abitazione, abbastanza speranzosi: Max è un cane inoffensivo, e non farebbe male a nessuno; abituato a passeggiare spesso senza guinzaglio, riuscirà a scansare le automobili; e appena gli verrà fame, lo sentiremo certo abbaiare dietro il cancelletto del giardino.

Quando giungiamo a casa, è già buio, e i nostri timori si rivelano infondati: Max è in giardino, e ci aspetta scodinzolando di gioia. Noi tiriamo un sospiro di sollievo. Io soprattutto mi sento alleggerito a causa della promessa fatta ad Alfredino: l’indomani potrò portare Max sul prato vicino al suo caseggiato e capirò da quale postazione il bambino segue ogni giorno i giochi del mio cane.

Il pensiero di esibirmi con lui per divertire Alfredino mi fa superare l’ansia per la fuga dell’animale e mi procura un senso di umana soddisfazione.

«Guarda un po’» sento mia moglie esclamare all’improvviso.

«Che c’è?» domando incuriosito.

«Non vedi? Il libro… Il libro che leggevi oggi in giardino.»

Guardo bene. Sì, è vero. È “Cane e padrone”. O meglio: quel che rimane di “Cane e padrone”. Il volume giace sulla ghiaia del giardino in un mucchio di carta straccia, sbranato e distrutto con meticoloso impegno da Max, da questo cane che – ne sono più che certo – da ora in avanti guarderò con sempre maggiore apprensione.

Angelo Maugeri