Le vigne del Signore

 

Sono tempi difficili – e questo si sa – sono tempi di mostruose sregolatezze – e anche questo si sa -. Sono tempi senza speranze per i giovani; la disoccupazione ha strasuperato le più disastrose previsioni: “(…) cosa ne sarà di noi, / figli di rivoluzioni mai avvenute? / Squilibrati giocolieri dagli occhi ingannati”, scrive la giovanissima poetessa Ilary Tiralongo in Malerba a gocce (ed. Prova d’Autore, 2013).
Tutto vero? Forse sì e forse no. Nessuno infatti si potrà scandalizzare, una volta dimostrato che, proprio per i giovani, il problema della disoccupazione non esiste. O meglio, non ci sarebbe se gli interessati si disponessero ad accettare lavori per i quali l’assoluta mancanza di manodopera costringe il Signore a ricorrere alle disponibilità di anziani pensionati, persino ultraottantenni, come dimostra clamorosamente il caso di papa Benedetto XVI, dimessosi da sommo pontefice – per via di fatti suoi, su cui non ci sembra igienico appulcrare – e immediatamente assunto come operaio della vigna del  Signore. Palese, come la luce del giorno, che la paga, per chi lavora in quelle vigne (chiamiamolo pure salario o come vi aggrada meglio) non sarà certo da fame. Abbiamo potuto vedere tutti, in decine di servizi televisivi, l’emerito Benedetto XVI ciabattare tra viali e gallerie a giorno dei sontuosi giardini di Castel Gandolfo, tra zampilli, curatissime brughiere, voli di tortore e passeracei di un eden terrestre, che probabilmente, per consueto mascheramento a fini fiscali, viene definito vigna. Nessuna vite, infatti, nessun tralcio tra il ben di Dio di quella passeggiata cui non difettano alberi singolari, dai pomi d’oro antico e altro d’esotico e di lussuosissimo indecifrabile. Né le vigne del Signore sono solo a Castel Gandolfo, o solo a Roma. Anche se, proprio nella città eterna abbondano. E tra esse altre famosissime, dove la pietas del datore di lavoro, del Signore, appunto, (e suoi fattori e manutengoli di viticolture) ha persino accolto i resti mortali di un suo operaio, una spuma della nota e famigerata squadrabanda della Magliana, morto per incidente sul lavoro, appunto, e di cui nella vigna grande si celebra memoria, come compenso allo strazio dei parenti, con l’avere accolto la salma dello spumeggiante incidentato nei luoghi sacri della gran cappella del vigneto.
Vigne e vigneti a perdita di conto, dove capita persino di potersi smarrire, perdersi per sempre, o essere rapiti e sparire nel nulla, come per il caso della pastorella Emanuela Orlandi e di qualche altra povera e malcapitata giovinetta. Rischi che si corrono – si potrebbe soggiungere – tra quanti (da terreni e terragni) bazzicano le vigne del Signore.
Ma con questo discorso siamo fuori zappato. E ci affrettiamo a rientrare nell’ambito della crisi di occupazione dei giovani a fronte della manodopera, che manca al punto da costringere il Signore delle vigne a cooptare pensionati ultraottantenni, come per il caso di Benedetto XVI, papa emerito, assunto alla filiera dei lavori pesanti della vigna, cui i giovani disoccupati non si rivolgerebbero, forse perché ne ignorano l’esistenza, forse perché non hanno mai meditato sulle possibilità e sulle risorse delle vigne del Signore, di cui potrebbero, proprio loro, i giovani disoccupati, diventare operai e, all’occorrenza, persino forza civile di occupazione.
Cari e distratti i giovani di oggi, ai quali viene sottratto persino di celebrare quanto lasciò scritto l’abate Calderon de la Barca: la vita è sogno, allevati come sono stati a puntare sul Francisco Goya de Il sonno della ragione genera mostri; loro, i giovani, ripudiano, infatti, persino il sogno di potere fondare una cooperativa che, finalmente, ponga fine al padrone unico delle vigne del Signore. Ma, d’altra parte, cosa dire di un Paese dove anche tanti giovani votano Berlusconi? Si dovrà dire che il problema non è Berlusconi ma chi lo vota. Lo stesso per le vigne e i giardini sontuosi a fronte della disoccupazione dei giovani: il problema non sono le vigne del Signore ma i giovani plagiati e smidollati, paghi di qualche spinello e di collettivi comportamenti anoetici.

© V.Van Gogh, Seminatore al tramonto, 1888

© V.Van Gogh, Seminatore al tramonto, 1888

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