Dall’uno all’altro Guido: la Torino di Gozzano e Ceronetti

(IV e ultima parte – seguito a Ceronetti luce in tenebris, L’arte povera di Guido Ceronetti, e a Tra poeti, ufo e suonatori d’organo verso l’Assoluto)

 

I catari di Andezeno si riunivano in casa della centenaria Bilia la Castagna. Accusata di stregoneria dall’Inquisizione, la vecchia sfuggì alle torture e alla morte sul rogo richiedendo tempestivamente il Consolamentum, grazie al quale morì sul colpo. Ma racconta la storia o la leggenda che molti dei catari, che vi erano ricorsi scampando così da vivi al fuoco delle piazze di Torino o di Chieri, riconosciuti tali a distanza di anni, venivano disseppelliti e le loro ossa bruciate.

Quello era il destino degli eretici, vivi o morti che fossero, la cui colpa veniva spesso aggravata dall’accusa, senza prove, di essere “in commercio” col demonio. “Questo flagello durò nei secoli – scrive Ceronetti – tra Europa e Nuovo Mondo americano”.

Quando si verificarono i fatti di Andezeno si era nel 1388, e la dottrina catara emetteva gli ultimi rantoli. A diffonderla erano stati – così si racconta – due uomini indifferenti al cibo e al sesso, ascetici e perseguitati. Uno veniva dall’Erzegovina; l’altro dai Pirenei. Negavano le verità stabilite dai Concili, da quello di Nicea in specie. E cioè – tra i principali dogmi – la natura umana di Dio, il rigetto della materialità del mondo in cui si combattono il Bene e il Male, lo stolto vincolo matrimoniale e la procreazione. Si opponevano alla proprietà e alla guerra per cui furono perseguitati anche dal Potere Temporale. Quanti volevano abbracciare la dottrina catara dovevano richiedere con volontà forte e sincera il Consolamentum. Rito iniziatico, battesimale. Due eretici, invisibili agli altri, comparivano ai richiedenti: soffiavano nelle loro anime: li liberavano dalla paura dell’ignoto.

Per avere un’idea di com’era Andezeno nel Medioevo, basta ricordare – dice Ceronetti – quello degli anni trenta-quaranta scorsi: “per lentezza delle trasformazioni d’anima, riflesse dalla mentalità comune, dal costume”. Ma già dal XVIII secolo, sulla collina, il cimitero ha preso il posto del villaggio medioevale, disceso in basso. Nel cimitero ci sono i nomi dei bruciati vivi dall’Inquisizione, che spesso non distingueva i valdesi dai catari: tante erano le sette, tanta la confusione.

Ceronetti ha pubblicato sul Corriere della Sera del 25 settembre 2011 questo racconto sulla crudeltà dell’Ordine dei Domini-canes. S’intitola Quella lunga notte dei catari di Andezeno. Gli eretici che si riunivano nelle casa di Bilia la Castagna furono denunciati da Antonio Galosna che li conosceva uno per uno – uomini e donne. Galosna, eretico di Chieri, non resistette alle tenaglie e al piombo fuso versato sulle sue ferite. L’aver fatto i nomi degli altri eretici non lo salvò dal rogo. Dove fu buttato in piazza Castello a Torino.

Qual è l’ora più antica del capoluogo piemontese, la più vera? È quella del tramonto per Gozzano, quando “le Alpi ardono tra le nubi accese”. E al poeta crepuscolare il cielo subalpino appare come dipinto in una stampa della vecchia Baviera – di tipica fattura e di intellegibile soggetto. Antica e vera l’ora del tramonto torinese: perché Guido Gozzano la sente come la più vicina al Risorgimento, al d’Azeglio, al tempo sacro del risveglio italico che rimpiange di non aver vissuto per essere “nato troppo tardi”. La villa del nonno era allora frequentata dalle migliori, più influenti famiglie: le famiglie d’Azeglio, Oddone, Ansaldo, Rattazzi.

Lì, dove ora tutto è silenzio di chiostro e di caserma, vive il poeta: “con una madre inferma, una prozia canuta ed uno zio demente”. Guido ha venticinque anni e gliene restano – per la tisi, “lento male indomo” che lo consuma – appena dodici da vivere. Ama il Petrarca e ha gusto per le opere d’inchiostro. Ma, non ricco, è costretto a farsi gazzettiere. A scrivere per i giornali. E di questa sua vita parla nella bella poesia intitolata Totò Merùmeni, e in altre. Parla dell’amore a lungo sognato “che non venne”, della malattia che inaridisce la fonte dei suoi sentimenti. E dei versi in cui trova consolazione. Amaro è il giorno del distacco dalla signorina Felicita, la figlia del farmacista. Lui parte, in cerca di salute e di pace. Viaggia, “per fuggire altro viaggio”, verso terre d’oltremare seguendo la via delle rondini già partite o sul punto di farlo. Non le rondini – dice mestamente – devo salutare. Quelle mi terranno compagnia. Ma lei, Felicita. Ed è un saluto senza fine, d’altri tempi. “Signorina, s’io torni…/non sarà d’altri già?/…Questo puro amore nostro salirà l’altare?”

La figlia del farmacista risponde: giuro. E disegna sul muro una ghirlanda “di viole e di saette coi nomi e con la data memoranda: trenta settembre novecentosette”. Ma il poeta, innamorato e partente, non sorride. Anche se felice di quel romantico gesto. Già sa d’esser di fronte a una delle promesse – d’amore, di guarigione – che la vita “si ritolse”.

Trenta settembre novecentosette: mancavano sette anni all’inizio del secolo breve di Hobsbawm. Ma l’intero Novecento sì, era già cominciato. Con l’Esposizione Universale di Parigi, che vide il trionfo dei fratelli Lumière, del cinematografo; e con il regicidio di Umberto I a Monza. Era cominciato. Ma nessuno lo immaginava così breve e folle. Tragicamente folle.

L’ora antica torinese, l’ora vera è nell’adolescenza di Gozzano, nella lettura durante il tramonto dei Miei ricordi di Massimo d’Azeglio. L’ora in cui mite e sonnolento gli appariva il suo tempo a confronto di quello sacro del Risorgimento. Altro grande torinese, d’Azeglio. Come Gozzano e Ceronetti. E come Cavour e i due Levi e Gobetti e Bobbio e Foa e Geymonat, tra quelli che ora mi vengono in testa.

Genero di Manzoni, d’Azeglio abbinò sempre alle doti di politico (famoso il suo “Purtroppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’italiani”) quelle di artista e di scrittore. E fu proprio la lettura delle sue memorie, I miei ricordi, uscite postume, e quando Gozzano non era ancora nato, a far poi vivere al nostro poeta crepuscolare il mito del Risorgimento italiano. A legare a quella felice lettura l’ora antica e vera della sua città, cara come la fantesca che l’ha visto nascere. Ora antica e vera che dall’adolescenza scende verso l’infanzia trasognata e remotissima e poi sale verso “la giovinezza accesa… di pochi amori pallidi”. È la Torino di Gozzano: vecchiotta e provinciale, dei primi anni del Novecento, eppure fresca “d’un tal garbo parigino”. E forse così, molti anni dopo, sarà anche per Guido Ceronetti. Magari per fuggevoli momenti.

Ceronetti cerca l’Assoluto nei suoi viaggi. Gozzano chiede di meno alla Vita. Le chiede di mantenere almeno una delle promesse. E se non la promessa dell’amore, l’altra, più importante, della guarigione. Di libri e di poesia hanno vissuto. Libri e poesia hanno amato. Ma Gozzano in un tempo in cui la scomparsa del libro era inconcepibile. Ceronetti in un tempo e in un mondo (il nostro!) che alla scomparsa del libro di carta si prepara, che la sua scomparsa già prepara. Tanto da fargli compiangere chi verrà dopo. Perché sarà privo di quell’arma di difesa, il libro di carta appunto, l’unico e il vero, “che non cessa, anche se terminato, di accompagnarci”; e senza il quale “la desertificazione di terra feconda, umida e viva sarà (…) molto più triste, disperata”. E incomprensibile.

 

ceronetti teatro

 

 

 

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