Critico militante

Critico militante

solo a favore della letteratura

  Geno Pampaloni (1918-2001)

   Diversamente da un’affermazione di Pietro Citati secondo cui “Pampaloni non era un critico: ma uno scrittore che si nascondeva” (invero, è un po’ se stesso che Citati… cita), Pampaloni ha le qualità di scrittore pertinenti a un vero critico esperto del canone letterario. A raccoglierne i saggi più belli, “che sono molti, […] ci accorgeremmo” aggiunge Citati “che il romanzo scritto da Geno Pampaloni sulla letteratura italiana moderna rivaleggia con quelli di Pavese, di Bassani, di Cassola, di Calvino” (“Corriere della Sera”, 14 novembre 2011).

Mai dichiaratamente engagé, Pampaloni s’affranca dai moduli dello storicismo, del marxismo, della stilistica, del formalismo, dell’avanguardismo, dello strutturalismo, della semiologia, della filologia, della psicanalisi…; e, convinto della funzione soprattutto civile della critica, interpreta meglio dell’ideologizzante filoneorealista Carlo Salinari il decisivo libro di Alberto Asor Rosa Scrittori e popolo (1965) che giudica sfavorevolmente i provincialismi del populismo e ridimensiona il ruolo dell’impegno sociopolitico degli scrittori. Poiché – rivendica Asor Rosa – “il fatto estetico ha proprie leggi, non confondibili con quelle della politica”.

 Libero critico per lettori liberi e possibilmente competenti, così rari nell’italico popolo di non troppo antica alfabetizzazione, Pampaloni scansa in linea di principio le ideologie che vorrebbero prescindere dal merito di un’opera e, pur senza derogare dal ruolo di cronista letterario “giornaliero”, sintetizza la propria nobile opinione della letteratura nel ritratto ‘a specchio’ di Pietro Pancrazi critico-scrittore (saggio pubblicato sul n. 4, aprile 1953, della rivista “Il Ponte” fondata nel 1945 da Piero Calamandrei) e nell’aureo Modelli ed esperienze della prosa contemporanea, incluso nel volume Il Novecento (1987) della Storia della letteratura italiana di Emilio Cecchi e Natalino Sapegno.

Dedito alla propria materia e votato al giudizio di valore (se no, perché fare critica?), non è certo un sans papier questo normalista dell’università di Pisa (tesi nel 1943 su D’Annunzio) dopo gli studi a Firenze con Momigliano. Nondimeno non è sicuro che in un eventuale concorso a cattedra la commissione giudicatrice di turno non arrivi a bocciarne i lavori, pure numerosi e ferratissimi quanto a perizia, forza di argomentazione, qualità letteraria, acutezza e indipendenza di giudizio, ma dissipati e insomma ‘non scientifici’: scevri, seppure per scelta e metodo, da apparati specialistici, ipotesi ermeneutiche, supposizioni o congetture di altri studiosi, indici dei nomi e degli argomenti per ‘consultare’ invece di debitamente ‘leggere’; e privi di postille, liste bibliografiche o altro per acclarare una presunta o fin troppo spacciata ‘scientificità’ della critica che pur senza voler essere programmatica ‘opera d’arte’ con una ‘vita propria’ resta, se possibile, per dirla con licenza baudelairiana, consentanea ‘sorella’ delle arti della poesia, della musica, della pittura.

Ma oggi che i libri perdono spazio e prevalgono l’eBook (libro elettronico), il computer (elaboratore), lo smartphone (telefono intelligente), la televisione, col marketing, la pubblicità e il talk show (spettacolo-conversazione), c’è, sull’esempio d’un Pampaloni che scrive per il pubblico e non per gli addetti, chierici e chierichetti degli atenei, una critica che, senza essere mero esercizio accademico-autoreferenziale, sappia amministrare i valori letterari e, nell’entropica globalizzazione, orientarsi/orientare tra verità e menzogna, bellezza e bruttezza?

Se il pubblico della critica militante è un pubblico di franchi e svariati lettori e quello della poesia è, come si sa, fatto dagli stessi poeti, quello della saggistica è soprattutto accademico… Ma oggi, saggistica e critica dell’accademia – va cupo verseggiando Marzio Pieri, insofferente ordinario di Letteratura italiana, studioso del barocco, del manierismo, dell’Otto-Novecento e della librettistica d’opera – sono divenute un tormentoso crogiolo di assiomi: “questa vitaccia, questo orgasmo ridicolo sull’albero di Cuccagna / può anche non parlare ma le basta esibire / le croste in un rosolio, in un guazzetto a buon uso. // Buona notte, il cimitero ha chiuso” (Ecloga, in “Incroci”, n. 16, 2007).

Intanto, dei criteri di Pampaloni e della sua arte del giudizio – non attardata in macchinose dissertazioni teorico-parascientifiche, bensì convergente con dosata razionalità sulle opere degli autori istituendo altresì un’empirica trama di etica, di estetica, di poetica – spiega molto la sua luminosa curatela di un’edizione del 1988 dei Promessi sposi, opera di un Manzoni definito realista “soprattutto spirituale”, che il critico confronta con la nostra realtà contemporanea e proscioglie da erudite stucchevolezze. Innegabilmente, è il ductus linguistico-stilistico manzoniano stabilizzato in un supremo equilibrio tra forma e contenuto che fa dei Promessi sposi anche un viatico per la stessa prosa pampaloniana. “Alessandro Manzoni” dichiara Pampaloni in un libro-intervista “è uno scrittore difficile. Come tutti quelli che penetrano nei segreti dell’animo umano, egli finisce con lo scoprire in noi stessi ciò che noi stessi non sappiamo, è un rivelatore. […] Ho riletto una decina di volte il romanzo, e ogni volta ho scoperto qualcosa di nuovo. [… Manzoni] è uno scrittore che ha capito tutto, una delle persone più intelligenti che l’Italia abbia partorito” (Anna Maria Biscardi, Colloqui amichevoli con Geno Pampaloni, 1996).

Lungi dall’aspirare a una sedula carriera accademica, dopo un’esperienza giovanile al quotidiano del Partito d’Azione “Italia libera”, dal 1948 al 1960 Pampaloni collabora a Ivrea con Adriano Olivetti occupandosi dei servizi culturali dell’omonima azienda e impegnandosi nel Movimento Comunità col ruolo di segretario generale (quando il critico è anche un suggeritore e organizzatore di idee, nel caso un manager che nel suo genere è produttivo artista). Proprio sulla rivista di Olivetti è, agli inizi degli anni Cinquanta, il suo primo scritto su Montale, quasi una dichiarazione di fraternità: Eugenio Montale o della poesia militante (“Comunità”, n.13, gennaio 1952).

Dal 1953 dirige l’enciclopedia AZ Panorama della Zanichelli e dal 1959 al 1962 sovrintende a Roma a un ente di edilizia popolare e servizio sociale. Nel 1962, assume la direzione editoriale della Vallecchi con sede a Firenze, presso la quale, editor anche di nuovi talenti, promuove tra l’altro quattro romanzi (Il supplente, 1964; Il lavoratore, 1967; L’incarico, 1970; Domanda di prestito, 1976) d’uno scrittore di rilievo qual è Angelo Fiore; di cui, nel 1981, presenta presso Rusconi il romanzo L’erede del Beato… L’attenzione per il palermitano Fiore è la stessa che Pampaloni rivolge ad altri autori siciliani e meridionali qui, in parte, segnalati.

Se, per qualsivoglia ragione, è breve, dal dicembre 1984 all’aprile 1985, la sua direzione del Vieusseux fiorentino, è duratura e inesausta la sua attività di recensore di libri su periodici (“La Fiera letteraria”, “Il Ponte”, “Belfagor”, “Nuova Antologia”, “Il Mondo”, “L’Espresso”, “Epoca”…) e quotidiani (“Il Corriere della Sera”, “Il Resto del Carlino”, “Il Giornale”, “La Voce”, “La Nazione”, “La Stampa”…).

 

 

   Pavese, Pampaloni e Giulio Einaudi

   La notte tra sabato 26 e domenica 27 agosto del 1950, Cesare Pavese si chiude nella camera 43 (oggi 346) dell’Hotêl Roma in Piazza Carlo Felice a Torino e ingerisce, sciolte nell’acqua, “venti bustine di sonnifero” (Paolo Spriano, Le passioni di un decennio.1946-1956, 1986). Ciò, ammonendosi, il 14 luglio dello stesso anno, che “Lo stoicismo è il suicidio” (Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950, 1952; nuova edizione 1990, redatta sul testo autografo). Ma “perché morire? Non sono mai stato vivo come ora, mai così adolescente” continua a raccontarsi il 16 agosto. Il giorno seguente vuole rappresentarsi con un reciso aforisma: “I suicidi sono omicidi timidi”. Aggiunge: “Non ho più nulla da desiderare su questa terra, tranne quella cosa che quindici anni di fallimenti ormai escludono”. Infine, il 18 agosto, chiude così: “Basta un po’ di coraggio […] Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più”.

Come si crederebbe risaputo, all’origine di simile disposizione al peggio c’è un ripetuto fallimento: dopo “la prova, il fallimento” che, registrato da Pavese il 16 agosto, alluderebbe alla sua impotenza sessuale causa dell’abbandono da parte di una donna, “C.” – ossia Constance Dowling, “Connie”, attrice americana.

Poco dopo il suicidio dello scrittore, la sua casa editrice, Einaudi, ne pubblica un libriccino intitolato Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (1951), 46 pagine di versi che a parere di taluni vorrebbero sfruttare a fini commerciali l’ondata emotiva e le dicerie seguite all’evento luttuoso.

A quella che apparirebbe un’inopinata o troppo tempestiva iniziativa editoriale, non si lascia attendere l’intransigente reazione del trentatreenne, già autorevole critico letterario Pampaloni: che, su “Il Ponte” (n. 6, giugno 1951), con l’articolo “Povero cuore che sussulti”, titolo virgolettato perché ripreso da un verso della raccolta postuma pavesiana, attacca apertamente l’editore. “Mi pare di dover dire che […] Giulio Einaudi ha commesso una cattiva azione, assai poco degna verso Pavese e verso la sua stessa casa editrice. […] Verrà la morte è il primo libro di Cesare Pavese, che esce dopo la sua tragica fine: l’editore che lo ebbe compagno di lavoro per anni e anni, che gli era amico e che ha sentito profondamente la sua perdita, a questo primo libro, di suo non ha messo che la scelta del titolo: e si vorrà ammettere che non è quel titolo serio, affettuosamente scelto per rispettare lo schivo pudore dell’amico morto; è un titolo profanatorio, il più profanatorio possibile, che ad un pubblico grosso può sembrare persino plateale, adatto a richiamare attorno alla memoria di Pavese proprio quelle pruriginose mosche cocchiere dello scandalo e del pettegolezzo che meno di un anno fa fecero gridare di sdegno tutta la gente di cuore”. Mentre non prende parte per “un libretto che trionfalmente insinua ‘cherchez la femme’”, in opposizione agli “amici politici di Cesare Pavese, i comunisti e tendenzialmente comunisti” che vorrebbero presentare la morte dello scrittore “come una disgrazia, un collasso, una delusione d’amore”, obbiettando che “un fatto sentimentale è strettamente privato” Pampaloni è dell’opinione che alla radice del suicidio di Pavese permanga l’esito d’una “tragica insicurezza e insoddisfazione, della crisi spirituale” e identitaria patita nel dopoguerra dagli intellettuali.

L’autoimmolazione attuata da Pavese (di cui Pampaloni recensisce, sempre su “Il Ponte”, n. 3, marzo 1950, i tre racconti di La bella estate, 1949, dando dello scrittore di Santo Stefano Belbo una vincolante chiave di lettura: “Questo presunto realista è in effetti invece uno scrittore di natura calligrafica, direi perfino elegiaca”) è soprattutto “il segno di una lacerata protesta” per la perdita d’ogni speranza non solo personale. Gravano sulle coscienze i disastri e i morti della scellerata Seconda guerra mondiale conclusa con l’entrata nel maggio 1945 delle truppe sovietiche a Berlino. Guerra che, costata all’Europa quasi sessanta milioni di morti, ha un funesto suggello il 6 e il 9 agosto dello stesso anno con il bombardamento nucleare di Hiroshima e Nagasaki…. “Vittorini,” prosegue Pampaloni nello stesso articolo “dopo i funerali, in un angolo della casa editrice, […] disse agli amici alcune cose bellissime, con quella sua focosa amarezza, su come, in qualche modo, siamo noi oggi tutti spiritualmente suicidi alla maniera di Pavese, per il buio che abbiamo davanti, per questa seconda e profonda non-speranza in cui ci troviamo a vivere”.

 

Prima dell’articolo contro Einaudi, su “Il Ponte” (n. 5, maggio 1951) Pampaloni pubblica un acuto Ritratto sentimentale di George Orwell, saggio per una volta non di italianistica e solidale con lo spirito libertario dell’Orwell antinazista/antistalinista autore del distopico 1984 (1949) che individua Hitler e Stalin nel “Grande Fratello” svolgendo, frattanto, una profetica metafora del capitalismo occidentale.

L’antitotalitarismo orwelliano, partecipato dal critico che coglie anche l’occasione per segnalare come l’“itinerario spirituale” del Silone da lui studiato riveli “molti punti di contatto con [Orwell]”, è inviso al sempre supercilioso e sprovvisto del dono della simpatia Franco Fortini, il quale non capisce la denuncia orwelliana della propaganda mistificatrice e delle forme di culto della personalità indotte dalle autocrazie. E c’è un Alfonso Berardinelli che scrive: “Piergiorgio Bellocchio, […] in un articolo sull’‘Indice’ arrivò a proporre una riconciliazione fra i due vecchi amici di gioventù (noventiani e olivettiani) Pampaloni e Fortini. Ma non ci riuscì. Fortini si dichiarò inflessibilmente non-riconciliato, da marxista, alla fine, più neo-ortodosso che eretico, che non poteva perdonare a Pampaloni, fra le molte altre cose, di aver scritto un precoce (1951) ‘Ritratto sentimentale di George Orwell’” (Gran maestro di lettura, “Il Sole 24 Ore”, 22 luglio 2001).

Alla polemica innescata da Pampaloni contro la casa editrice di Verrà la morte non manca di rispondere Giulio Einaudi in persona, che respinge la velata accusa di speculazione economica; e, concludendo una lunga lettera pubblicata sul n. 8 (agosto 1951) del “Ponte”, prova a chiarire: “Quando ci siamo decisi alla pubblicazione di questa piccola raccolta di versi di Pavese, eravamo ben lontani dal supporre che tali versi potessero essere scambiati da qualcuno per una spiegazione del suo suicidio […]. Noi non abbiamo mai voluto avallare nessuna interpretazione semplicistica del suicidio di Pavese. Credo che il complesso dramma della sua vita possa essere indagato soltanto nell’insieme della sua opera – e dunque anche in questi versi”.

Nello stesso numero della rivista e senza recedere dopo le complessivamente accettabili parole di Einaudi, Pampaloni risponde premettendo di non voler opporre “una lunga replica, né i molti consensi” ricevuti sull’argomento. “Tanto più” persevera un po’ altero “che gli argomenti che egli [Einaudi] porta non mi sembrano tali da poter modificare l’opinione mia e di chi la condivise”.

A ogni modo, la polemica, forse sovradeterminata, manifesta la tempra di un intellettuale che sa esprimersi in libertà, senza timori reverenziali e senza contraddire i propri convincimenti. Così, ricordando Pavese oltre che in libri come Trent’anni con Cesare Pavese. Diario contro Diario (1981) e Cesare Pavese (1982), Pampaloni non muta la pregresse obiezioni e, ancora nel 1996, ripete: “Disapprovo che [Einaudi] abbia diffuso Verrà la morte poco dopo la sua scomparsa [di Pavese]: ritengo che, essendo un testo molto privato, andava lasciato ai posteri” (A. M. Biscardi, cit.).

Legato al magistero di Momigliano, Luigi Russo, De Robertis come all’amicizia con Noventa (di cui cura la prima edizione di Versi e Poesie, 1956) e Olivetti (“Giacomo Noventa e Adriano Olivetti sono probabilmente gli uomini che hanno contato di più nella mia formazione e in definitiva nella mia vita”, Poesia, politica e fiori. Scritti su Adriano Olivetti, 2016), Pampaloni è autore di una sterminata messe di scritti parzialmente raccolti in volumi che prendono i titoli di “Buono come il pane” e altre memorie di giovinezza e di morte (1983), Fedele alle amicizie (1984, 1992), Bonus malus (1993), I giorni in fuga (1994), Il critico giornaliero. Scritti militanti di letteratura 1948-1993 (2001), Una valigia leggera (2007). Cui s’aggiungono le curatele delle Opere 1927-1947 (1986) di Alberto Moravia, delle Opere. Romanzi brevi e racconti (1994) di Corrado Alvaro e interventi mirati a trarre da un gravoso cono d’ombra scrittori di valore quali Ignazio Silone e Saverio Strati, Vitaliano Brancati e Stefano D’Arrigo

 

 

   I “cafoni” di Silone e i “lazzaroni” di Strati

Dal 1947 al 1953, Pampaloni è un assiduo collaboratore del “Ponte” pubblicando oltre una ventina di scritti a favore della lettura del libro in un’Italia dove l’Index librorum prohibitorum viene abolito solo nel 1966 dal papa Paolo VI.

Rilevante resta il saggio L’opera narrativa di Ignazio Silone (“Il Ponte”, n. 1, gennaio 1949), dove, rifuggendo dall’inquadrare lo scrittore marsicano negli schemi più adoperati o facili del verismo e del regionalismo neorealista, il critico fornisce il ritratto più convincente di un protagonista del dissidio e dell’esilio: un Silone difficilmente catalogabile, “estraneo al mondo dei veristi cui il Verga è legato” e conosciuto più in Europa che in Italia fin dal suo esordio con Fontamara (1930, 1933), romanzo contadino di condanna dei sistemi feudali del meridione d’Italia.

Se – scrive Pampaloni – vi sono in Europa scrittori prossimi a Silone, essi sono individuabili in Bernanos (per il quale il “povero” che adombrerebbe il “cafone” siloniano “è il testimone di Gesù Cristo”) e nel socialista cattolico Péguy: “Ci sono certe pagine in Péguy che in Fontamara sono certamente presenti, con la loro nuda oratoria spinta audacemente nel terreno della poesia, con l’‘orgoglio’ della loro umiltà” simile alla combattiva indigenza dei cafoni sottoproletari. Costoro, più che personaggi o persone, sono visti come “presenze” quasi fantomatiche “che rispondono a certe esigenze spirituali”, latori di annunci rivelatori di un ‘sentimento del socialismo’ percepito “come un fatto spirituale, o addirittura religioso, piuttosto che classista”.

Per Silone, la giusta rivoluzione socialista è quella opposta al principio d’autorità e all’“organizzazione burocratica e militare” della vita. Per lui che nel 1931 rompe col partito comunista supino alla politica di Stalin e viene detto “rinnegato” da Togliatti, il socialismo è consapevolezza dello sfruttamento contro cui, comunque, non possono bastare le pietose rivendicazioni dei sottoproletari che – osserva Pampaloni – “inconsciamente ripetono, nella loro ribellione, una tragedia rituale che ebbe per primo protagonista il Cristo crocifisso”. Di qui il contatto di Silone anche “con Unamuno e il suo cristianesimo tragico”, immaginando “che nel mondo Cristo non sia ancora morto, che muoia un poco ogni giorno sulla terra millenaria e schiava della Marsica” inscenata in Fontamara: quell’arcaica Marsica che è l’altro nome d’ogni terra depredata, “là dove ogni giusto viene umiliato” e cova, senza rimedio né riscatto, la nuda “pazzia” dei “cafoni”. Secondo Pampaloni, non il racconto in sé ma il “commento morale” e un certo romanticismo (cfr. anche il suo articolo Silone romantico, “L’Espresso”, 17 marzo 1957) sono tra le caratteristiche salienti di Silone i cui romanzi di denuncia sociale oscilano tra umbratile ironia, malinconia e una spiritualità cristiana per la quale l’impegno politico si cristallizza in stoica testimonianza e in una sorta di religioso esistenzialismo.

 

Un autore comparabile col Silone di Fontamara è il calabrese Saverio Strati, narratore oggi pressoché obliato al pari del suo corregionale Alvaro. Viceversa, Pampaloni mostra di tenerlo in alta considerazione introducendo un’edizione del 1976 del romanzo Tibi e Tàscia (1959), il più poetico di Strati, “il suo libro di memoria più limpido”, scritto con una vigorosa “lingua della realtà”: lingua ‘parlata’, composita, dialettaleggiante-proverbiante, da porre accanto, per la sua intensità evocativa, ad altri due cospicue storie stratiane: Noi lazzaroni (1972), romanzo dell’esodo dei meridionali italiani e il potente Il selvaggio di Santa Venere del 1977 con cui l’autore ottiene, nello stesso anno, il Premio Campiello dopo il voto a maggioranza del pubblico prevalente su un’avversa giuria di letterati.

Ciò che di Strati colpisce è la coralità della sua lingua, un certo modo di sperimentare che – spiega Pampaloni – “non è liberazione dal tradizionale […] ma conoscenza”… Riferisce lo stesso Strati che l’introduzione di Pampaloni a Tibi e Tàscia “è in assoluto il saggio migliore che finora sia stato scritto sulla mia opera”. Né il romanziere dimentica la volta che il critico “con quel suo sorriso accattivante mi disse che nel leggere Tibi e Tàscia ebbe l’impressione che era avvenuto qualcosa di nuovo nella letteratura italiana, uguale alla comparsa de Gli indifferenti di Moravia e di Gente in Aspromonte di Alvaro. […] In un successivo incontro, mi disse: ‘Finora si parlava di te come l’autore di Tibi e Tàscia, ma ora con Noi lazzaroni, dobbiamo fare i conti con te’” (A. M. Biscardi, cit.).

Se per Silone – nota Pampaloni – “la rivoluzione è ‘un mistero sacro’” e quello dei cafoni resta “un mito religioso […] a cui l’autore crede come a una liturgia”, per Strati la rivoluzione è preparata dalla protesta e dall’impegno pragmatico degli oppressi che vogliono cambiare lo stato di cose. La rivoluzione? A convenire con Strati, oltre ai ribelli che odiano i ricchi sfruttatori, hanno cogenti motivi per farla solo i disoccupati, i poveri costretti a emigrare, i proletari senza futuro, insomma coloro che i perbenisti chiamano anche “cafoni” e “lazzaroni” marcandoli di un razzismo retrivo e ottuso.

Se la narrativa di Strati appare dedicata, senza nessuna retorica, per lo più alla gente di Calabria, pochi sanno che lo scrittore di Sant’Agata del Bianco, morto nel 2014 a Scandicci (Firenze) e autore di un’opera narrativa tra le più cospicue del Novecento, lascia una serie di narrazioni inedite e uno zibaldone di pensieri che, iniziato nel 1956, consta di circa cinquemila pagine.

 

 

   I ‘barocchi’ Brancati e D’Arrigo

   Italianista esegeta di molti protagonisti della letteratura (a partire da Pirandello e D’Annunzio fino a Bacchelli, Vittorini, Landolfi, Bilenchi, Pratolini, Gatto, Piovene, Caproni, Fortini, Zanzotto, Volponi, Flaiano, Tomasi di Lampedusa, Cassola, Moravia, Gadda, Fenoglio, Ginzburg, Luzi, Primo Levi, Pasolini, Morante, Montale, Sereni, Calvino, Soldati, Bassani, Parise, Bertolucci, Sanguineti, Eco…), Pampaloni ha il merito d’interessarsi anche ad autori meno rinomati quanto ricchi di talento. Tra questi, dedica una speciale attenzione a due siciliani vissuti a Roma, Vitaliano Brancati, nato a Pachino (Siracusa), e Stefano D’Arrigo di Alì Marina in provincia di Messina: due figli d’un insulare sud che, svariando dal contesto nazionale degli scrittori, attraggono l’attenzione per la qualità letteraria dei loro libri ben dissimili dalle narrazioni ‘senza stile’ su cui va normalizzandosi la sempre più anonima narrativa italiana.

“L’uomo del sud” dichiara Pampaloni “è legato alla fantasia, allo spiegarsi della natura, alla bellezza del mare greco […], teme la solitudine (Gesualdo Bufalino ha inventato una bella parola, ‘Sicilitudine’), ma non saprebbe farne a meno. Nord e sud si sono equiparati solo al momento dell’unificazione d’Italia che fu un sogno irrealizzato, un’illusione perché il nord […] si è sempre più avvicinato all’Europa, mentre il sud è rimasto ancora dominato dai miti della Magna Grecia. Ci sono stati scrittori come Leonardo Sciascia, simbolo della Sicilia illuminata, molto influenzata dalla cultura francese, che ha fatto tanto per spezzare questo diaframma, senza esito positivo. […] gli uomini del sud, soprattutto i siciliani, sono fieri della loro anomalia, della loro solitudine” (A. M. Biscardi, cit.).

Se Gli anni perduti, romanzo pubblicato nel 1941 ma composto tra il 1934 e il 1936, segna il distacco di Brancati dall’infatuazione fascista, Il vecchio con gli stivali (1946) è una corrosiva satira del regime mussoliniano dove, quale collaudata categoria del barocco, con il contrappunto ora arguto e ora artatamente grossolano prevale – rileva Pampaloni in una ristampa del romanzo (1971) – “il divertimento farsesco, la rappresentazione grottesca su cui si innesta un moralismo pungente e satirico”.

Dietro lo schermo di un logos che lo fa “apparire ad alcuni, non del tutto giustamente, uno snob della ragione”, Brancati si serve d’una prosa più volte paragonata “all’opera buffa o giocosa, al balletto”. Ma “in più del buffo e del ritmo di recita, c’è sempre un fiato di sensualità e quasi un presagio di corruzione carnale, che ombreggiano con un che di inquieto e commosso le eleganti pantomine dell’intelligenza scatenata alla burla”. È preso, Brancati, dai grovigli di languori e passioni, buio e luci avvolgenti i suoi personaggi e da una sensualità compulsiva che leva di senno. Ne consegue l’idea di uno scrittore “che non a torto, nonostante la limpidezza ed essenzialità di stampo classico della sua prosa”, ha fatto parlare di sé come di un barocco.

L’opera completa brancatiana, col personaggio dell’ultimo romanzo, Paolo il caldo (1955), specie – indica Pampaloni nella premessa alla riedizione del 1973 – di “demonio nero della lussuria in cui è murato come un’estrema figura della solitudine, […] si chiude su questo accordo buio e suggestivamente barocco”, solo in apparenza lontano dalla dilogia composta dal Don Giovanni in Sicilia (1941) e da Il bell’Antonio (1949) con personaggi pervasi dall’erotica demenzialità del ‘gallismo’ che fa del sesso un’idea intrisa di comico e grottesco, di malinconia, tragedia e pietà. “Non si può separare l’opera letteraria del Brancati dalla Sicilia” scrive Pampaloni nel suo commento a Gli anni perduti.

Tutto siciliano, pur nella sua dimensione universale, è Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, romanzo uscito agli inizi del 1975, oltremodo pubblicizzato dalla Mondadori su riviste e giornali italiani; e contemporaneamente su “Le Monde”, “The New York Times”, “The Times”, “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, “Informaciones”… “Una campagna di lancio insensata” ricorda ed eccepisce Pampaloni in occasione della ristampa del romanzo negli Oscar Mondadori (1982), adombrandone gli effetti deleteri: levate di scudi e vesti stracciate, malumori di scribi malmostosi e invidie negli ambienti letterari; fino alla classica ‘congiura del silenzio’. D’altra parte, un editore non può pretendere “di imporre come capolavoro pronto per un’immensa platea popolare un’opera difficile, rigorosa, di una potenza senza indulgenze […]. Il pathos del romanzo, o poema, del D’Arrigo sta […] nel suo illuminare un tramonto, nel suo universale, infinito gesto di addio; un addio senza limiti, un addio anche alla morte” (Oscar a “Horcynus Orca”, “Corriere della Sera”, 9 settembre 1982).

Quello che, su “Nuova Antologia” (marzo 1975), Pampaloni dedica al romanzo darrighiano è, per generale dimenticanza o distrazione, il suo saggio più nascosto. In esso, senza infingimenti premette: “Il cronista letterario, che pure è incallito lettore, deve confessare che poche volte nella vita è stato coinvolto da un romanzo in un’emozione così profonda, rivelato a se stesso, per metafore e simboli, nella dolorosa coscienza del grandioso e umile dramma di vivere”. È Horcynus Orca un libro che del capolavoro ha “la feroce necessità, il colore di destino”; e “sembra certo, a me almeno, che nella letteratura della nostra generazione, e non solo di quella italiana, diciamo dopo Faulkner e dopo Pasternak, non si era letto un romanzo così grandioso, così sofferto, così solenne, così disperato”. Un romanzo della tradizione narrativa italiana innovata da Verga e Vittorini, ma con tonalità e allegorie di conio barocco denunciate, oltre che dal linguaggio lussureggiante o superespressivo, dal gioco delle metamorfosi e da un certo enciclopedismo in cui taluno ravviserebbe suggestioni gaddiane che tuttavia non persuadono Pampaloni. “Al contrario del grande Lombardo,” scrive “[D’Arrigo riesce] a bruciare le proprie nevrosi in una più universale coscienza del rischio vitale”.

Tre sono i livelli dell’invenzione linguistica darrighiana, il dialettale, l’inventivo e “l’italiano colto espresso in una musicalità suadente e solenne, tutta tenuta su note lunghe, come frammenti straziati di un discorso infinito, cui è affidato l’ethos profondo del racconto: quando lo scrittore ricapitola le situazioni esistenziali o ‘stacca’ su certe silenziose aperture di paesaggio o introduce il tema della morte, allora è l’italiano colto che affiora”. Un italiano denso e compatto, con una struttura interna senza smagliature, ma repleta di echi delle lingue e culture del mondo: “formalmente nuovissimo, alieno da residui naturalistici, […] ideologicamente antisperimentale, fondato su valori antichi, […] sull’accorata coscienza del tramonto di un’epoca”.

Non è facile colmare la distanza di Horcynus Orca da ogni sua possibile interpretazione, senonché in soccorso di Pampaloni si spendono Primo Levi (“Poi ti imbatti in Horcynus Orca e tutto salta: è un libro esuberante, crudele, viscerale e spagnolesco, dilata un gesto in dieci pagine, spesso va studiato e decodificato come un arcaico, eppure mi piace, non mi stanco di rileggerlo e ogni volta è nuovo. Lo sento internamente coerente, arte e non artificio; non poteva essere scritto che così”, La morte scugnizza, in La ricerca delle radici, 1981) e Andrea Camilleri (Horcynus Orca è un libro “tutto da esplorare, tutto da leggere, per cercare di capirlo al di là delle polemiche di quando uscì”, Scialiamoci a leggere Horcynus Orca, “L’Espresso, 16 dicembre 1999). Con il grande critico George Steiner: “Nulla è più frustrante, per un lettore appassionato, di trovare un libro che per lui è travolgente, un capolavoro, e scoprire che quasi nessuno lo conosce e che non è facile persuadere gli altri a condividere il piacere che gli dà. […]. Come può essere che un libro che lo colpisce profondamente, che trasforma il suo panorama interiore, rimanga oscuro e, in larga misura, non letto?” (Il mistero dell’Orca Moby Dick d’Europa, “Corriere della Sera”, 4 novembre 2003)…

Da alcuni anni, sul romanzo di D’Arrigo fioriscono studi e qualche tesi di laurea; ma, se vai in libreria, spesso Horcynus Orca non lo trovi nemmeno nell’ultima edizione economica della BUR (2017). Così come, in libreria, mancano i libri di Pampaloni, maestro di critica militante senza certificati accademici, postumamente ritenuto da Berardinelli “uno dei tre o quattro più importanti critici del terzo venticinquennio del ‘900” (“Il Sole 24 Ore”, cit.)… De mortuis nihil nisi bonum.

Pampaloni non c’è nelle librerie e nemmanco nel Dizionario critico della letteratura italiana del Novecento (1997) curato da Enrico Ghidetti e Giorgio Luti, che pure, nel loro eterogeneo Partito dei Critici, includono Borgese, Cecchi e Debenedetti, Getto, Bo e De Robertis; e Gargiulo, Momigliano, Flora, Pasquali, Pancrazi, Russo, Macchia, Falqui, Fubini, Contini, Guarnieri, Macrì, Folena, Raimondi, Fortini, Citati, ecc… Tutti inclusi, ma non Pampaloni: che ha il torto di parlare di letteratura sui giornali piuttosto che da una cadrega. Sicché tra i suoi demeriti di escluso potrebbe starci il suo impegno – ‘tardocrociano’ si vocifera –  non paludato di pretenziosa ‘scientificità’ e, in definitiva, fatto di puro, spesso infallibile ‘gusto’, quella cosa che ‘se non ce l’hai non te la puoi dare’.

“Maestro cui forse non è stata data, in vita, tutta l’importanza che avrebbe meritato […,] Geno Pampaloni è da considerarsi protagonista della saggistica militante degli ultimi cinquant’anni” registrano Filippo La Porta e Giuseppe Leonelli nel loro Dizionario della critica militante. Letteratura e mondo contemporaneo (2007). Anticipati di gran lunga da Indro Montanelli che in una lettera del 16 settembre 1996 scrive lapidariamente: “Io penso che, se in Italia ci fosse una civiltà letteraria che non c’è, c’è in Francia, c’è in Inghilterra, ma non in Italia, dove esiste solo un groviglio di polemiche bottegaie, in una civiltà letteraria ci dovrebbe essere uno scaffale per Geno” (A. M. Biscardi, cit.).

Stefano Lanuzza

   (Firenze, luglio 2018)