Passi perduti

IL POETA CHE HA FERMATO IL TRAMONTO
  GRANDIOSA METAFORA LIRICA DI VITTORIO STRINGI

La grande letteratura ha eletto Itaca a simbolo di ogni ritorno. Ulisse sapeva  dove tornare. Vittima dell’odio di Nettuno e tuttavia compiaciuto da cento dolci occasioni, o sorpreso da imprevedibili pericoli; avrebbe potuto usufruire persino d’un otre con sigillati i venti contrari, se la stoltezza della ciurma non ne avesse dissipato il privilegio. A ogni grande ostacolo Itaca sembrava sparire dalla certezza di  raggiungerla, ma c’era e attendeva.
Anche Vittorio Stringi punta sul nóstos con la sua nuova silloge di poesia (L’umano sopra l’erba, pagg. 96 – € 12,00 illustrazioni fotografiche di Serena Di Maida), e veleggia animoso per raggiungerne il suolo. L’opera di Stringi è un coinvolgente universo di sentimenti e rivendicazioni, accompagnato da allarmati censimenti di irrevocabili condizioni umane, spalmate da una magistrale scrittura lirica, stile personale del poeta nisseno. Questo bisogna evidenziarlo, perché qui noi ci soffermeremo fugacemente, come esige ogni concisa analisi e segnalazione libraria, su qualche aspetto di questo poema del nóstos, – grandiosa metafora della condizione umana -, quello delle metamorfosi che incombono rivelatrici, su ogni “ritorno”. Ecco infatti il rammarico del poeta, (lui che ama vivere – ed effettualmente vive –  a contatto con la natura e le sue confortevoli coerenze) nel constatare come luoghi, cose e volti del mondo non siano più quelli conosciuti lungo il viaggio di andata. Quasi un demone abbia trasformato il paesaggio, fino a lasciar sospettare che nemmeno Itaca ci sia più. Una metamorfosi che non ha risparmiato la visione dell’orizzonte: “Le vie sono confuse / anche se giro più volte / lo sguardo intorno”.
E diviene rimpianto lo struggente fascino del nóstos, sbigottimento, perché “L’intera volta / del cielo cade”.
Emilia Musumeci e Pietro Barcellona, l’una con profonda, empatica analisi introduttiva e l’altro nella nota in quarta di copertina, non lasciano dubbi sul “cantico dell’infinito addio al mondo di chi vuole amarlo fino all’ultimo respiro”. Conferma quindi di quanto nulla sia cambiato nell’animo e nella coerenza del poeta, che si oppone al tempo dissacratore. Il poeta non lo dice, ma c’è da sospettare che persino le Sirene e il loro magico canto (che può essere dell’inganno come della conoscenza), siano state trasformate dal sortilegio del tempo, in arpìe dal volto di pietra. Una metamorfosi che esalta l’aspetto del mondo di prima, di cui non si riconoscono più contorni e sostanze. Ma il poeta, creatore di mondi e di vita, non esita a gareggiare con l’invisibile governo delle metamorfosi, e ne opera lui stesso una, tutta sua, come genialmente ha dedotto il medico-pittore di Reggio Emilia, Nani Tedeschi, che ispirandosi alle poesie de “L’umano sopra l’erba”, ha realizzato un ritratto di Vittorio con il sole del tramonto in mano, catturato, fermato chiuso nel pugno.
Orbene, questa occasione ci ha affascinato proprio per la sua centrata versione figurale la cui valenza, di là dalla magistrale caratura artistica del suo autore, rinvia a tutta una dinastia di altri valori, che risiedono tra il vibrare della poesia di Stringi e i molteplici particolari complementari contenuti nel libro, particolari di cui bisognerà pur dare cenno.

© Nani Tedeschi

L’interpretazione di Nani Tedeschi nel cogliere un aspetto della grandiosa metafora prospettata da Vittorio Stringi, come nel filtrarne e fissarne un momento interiore col tramonto in mano, rilancia altri e vari aspetti emblematici. Il primo è quello intuito proprio dell’artista della figuralità, quello che traduce in immagine l’impalpabile e l’invisibile evocato dal poeta; il secondo è quello del collegare le stesse evocazioni alla temperie di ricerche che, lungo i tempi dell’uomo, hanno continuato a risolvere l’impossibile con i teoremi dell’immaginazione, della creatività. La lettura di Tedeschi rinvia dunque a momenti che annoverano almeno due occasioni convergenti e provenienti dalla grande letteratura, uno potrebbe essere quello biblico di Giosuè, quando ordina al sole di fermarsi “fermati, sole” (locuzione che avrebbe dato all’Inquisizione l’arma teologica contro Galileo – ma questo è un discorso qui impertinente), l’altra è in “Autunnale barocco”, l’opera d’un altro grande poeta siciliano, Angelo Maria Ribellino, quando confida ai nipoti la propria intenzione di arruolarsi tra i pompieri, magari divenirne il capo, per portare a buon fine lo spegnimento dei fuochi del tramonto. Viene quindi spontaneo aggiungere la soluzione stringiana del tramonto in mano e del poeta che ne pondera la sorte, proprio come lo ha rappresentato Nani Tedeschi. Il poeta, insomma, nell’atto del dialogo con le forze immutabili della natura verso cui si rivolge con tutte le corde vibranti del proprio umano sentire interiore: “(…) La forza vacilla / sulla corda / tesa, / tra il presente e / il passato, e / ci si vuole fermare / quando il bello / di un ramo / in fiore / ti si sfiora, camminando.”
A Stringi, al contrario di Giosuè, non urge altro tempo per sterminare filistei, o di Ripellino, quando progetta per sé un avvenire di pompiere per porre fine a ogni saluto del tramonto. Stringi si pone con la voce lirica del dialogo affabile col tempo, da cui implora comprensione, opponendo alla crudeltà dell’impietoso procedere la propria umana riflessione che postula più accettabili dilazioni: “Abbiamo sempre / poco tempo, e / di noi / ogni giorno / poco rimane / (…)”. E nel verso franto il lettore intercetta l’accorata tensione del poeta che espone con profonda sofferenza, assieme al travaglio intimo, proprio di chi ha consapevolezze, l’unicità di una rassegnazione che rifiuta di essere tale, conservando dignità e orgoglio umano a fronte del mistero e dei suoi imperscrutabili codici: “Se nessuno si rivela, / il sordo cigolio / del cuore e / la stridula carrucola / dei giorni / saranno il volto / che vedrò, / il non senso / che si muove / sulle sue / gambe nude.”  
Cosa s’ingegna a dire qui la testimonianza analitica del lettore? Niente di più rispetto a quanto l’insolita struttura – anche grafica tra le sue sezioni –  di questo “L’umano sopra l’erba” espone e propone. C’è infatti una appendice nella silloge e alla silloge: “Il poeta nel suo habitat – illustrazioni fotografiche di Serena Di Maida”. E non sono fotografie da osservare e considerare fuori dal testo, perché, a parte l’evidente alta professionalità dell’operatrice, proprio di questa dimostrano un magico aggancio di genialità empatiche, una corrispondenza di aure come di sensibilità ricetrasmessa, che vibra dai pori della carta dando a ciascuna immagine un senso ulteriore di aure comunicative. Ed ecco, dopo l’immersione nell’incanto delle poesie di Vittorio,nella impalpabilità delle partiture liriche, la prodigiosa conferma delle sequenze fruibili come restituzione dal fisico di tutta la dinastia lirica creata dal poeta lungo le pagine che precedono. E lasceremo al magico rappresentativo-ricreativo i momenti del Poeta tra lo studio, il pensatoio e la sua inseparabile Adele. Lo lasceremo al pensiero di quanti, nelle estati del “Trebbo a Vill’Adele”,  hanno avuto occasione di partecipare agli incontri quindicinali di Amici provenienti da tutte le province siciliane. A questi Amici giungerà familiare la visione (pur se parziale) dell’ampia terrazza che come da una prua di nave si sporge sul degradante strapiombo della Valle dell’Imera, il fiume caro ai poeti. E allora si armonizza la funzionalità del documentario come spunto di una pagina storica che coinvolge, tra il ricordo e l’attualità, momenti di comunione artistica in occasioni di recitals e di conferenze, o eventi come la consegna del Marranzano d’Argento al giornalista Giorgio De Cristoforo o all’attore Piero Sammataro, o alla festosa cerimonia di consegna del Premio Vill’Adele al caro (e oggi compianto) Michele Perriera. Un vero e proprio “cortometraggio” di ricordi, nel quale ritroviamo Adele e Vittorio nel loro habitat, tra predominanti ulivi e  pistacchi, viti e fiori, tanti fiori e profumi, come in un eden progettato e messo in opera dalle fate antiche delle fiabe. Una conferma d’imprescindibile coloritura fiabesca contribuiscono a darla i due scodinzolanti gnomi di casa: Argo e Neve, il pastore tedesco e la gattina, compagnia e custodia dell’aura bucolico-irica del parco di Vill’Adele, che adesso Serena Di Maida ha aperto alla fruizione visiva come complementarità figurale dell’opera lirica del Poeta e del suo regno.

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