(a)more solito

(je t'aime je t'aime, sonatina per slash e  baci, silenzi e sguardi; scritta e da
eseguire sciogliendola in aria in una e per nessuna festa di lib(e)razione)

neanche lo sguardo
mi appartenne mai
         era
la carezza battente frusciante
penetrante accarezzante

mi sfogliava mi spogliava
mai lasciandomi nudo di sé

regina mida a coprirmi
d'una patina d'oro

non mi sgomentò trovarmi
nel suo occhio
esserne lacrima e sorriso,
vedere solo quel che essi vedevano

un bambino anche passò
un giorno (o fu una notte)

giocando a far di me una pallina
un volo un nido / sentii il gioco allargarsi in me / allagato senza respiro //
in uno specchio fugace / mi scopersi diventato  ///
s f o n d o /// coperchio del mondo ordinato / dal disordinatore con l'ordine/:
tenere il mondo
in piedi / in serie di larghe pareti /  in dilatazione ossessiva  ///      

nel giardino delle disperidi
non un fotogramma
era mutato
///   in un angolo restavo / motorino immobile / parcheggiato lungo la linea gialla /
del presente sospeso // seppi di non essere immagine / di nulla, avverto il sapore di
nulla dell'immagine / sono io il dove dove la lingua batte /leccando l'occhio
dissolvendo  ///  l ' o r o  ///
con soffio di bombola avariata /

Resisto, resiste in me che non esisto/ resisterà sola in surplace/
l'immagine ripetendosi ripetendomi indefinitamente/ sempre più definita vagante
nello spazio tra gli
spazi.  ///

 ti amo ti   ///
non capisco, capisci?
Che importa? Tutti possono capire, importante è non capire.

Non sono     //   non  è   ///  da nessuna parte

         (come colui ch'è fuor di vita)

/// sao ko///         I'll meet again in a whirlwind face to face darkly
            /     batti batti sul tasto /

l '  i c o n a   n o n  s i   a p r e   p i ù   q u i

© Man Ray, Le violon d'Ingres, 1924

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