Un tuffo in un mare di… parole

Nell’estate post Pandemia si anela al mare, ai suoi colori e alle sue sfumature.
Fare un bel tuffo nel nostro mare d’Italia sarà liberatorio.
Non ci saranno più distanze, con il mare sarà infatti consentito un contatto ravvicinato.
Immersi in quelle acque cristalline non servirà neppure la mascherina e si potrà ricominciare a respirare, liberi, senza filtri!
Potremo anche parlare con quelle distese azzurre, raccontarci dei mesi vissuti in reciproca solitudine, del cambiamento, dell’abbandono, dello stravolgimento che ha subito la vita e la natura, dell’impoverimento, e non soltanto di quello economico, delle persone.
Ma in quale lingua parleremo mio caro Mare?
Nella nostra lingua madre o in quella oramai contaminata da innumerevoli anglicismi?
Ovviamente dipenderà dal tempo che avremo a disposizione.
L’utilizzo dei termini inglesi ci consentirà di ridurre i tempi di conversazione e di essere più sbrigativi perché oramai ci hanno abituati anche a questo modo di essere e di andare… easy, veloce.
Stavolta, però, non faremo uso di quei dispositivi elettronici che ci hanno consentito di comunicare durante il periodo di isolamento e chiusura, che permettono a tutti di scrivere su tutto, senza badare a forme e senza osservare le regole della sintassi che ci hanno insegnato per anni a scuola. Oramai la lingua italiana ha intrapreso un processo di contaminazione, di caos linguistico pressoché irreversibile su tutti i livelli.
Si stratta di uno stravolgimento che probabilmente deriva anche da un‘ imbarbarimento della cultura. Tale per cui sembra impossibile comunicare senza utilizzare anglicismi, termini che seppur estranei alla nostra cultura oramai vi hanno messo radici e sono ampiamente condivisi.
In tempi di pandemia se ne è davvero abusato.
Parole come lockdown, smart working, triage, droplet, covid hospital, covid pass, wet market, hanno conquistato la stampa e il nostro linguaggio comune.
Si usano poi termini inglesi proveniente dall’ambito scientifico (spike, spillover) o politico economico (recovery fund, coronabond).
Questo lievitare di anglicismi evoca un registro più alto con cui elevarsi socio linguisticamente, perché suonano più precisi e tecnici e che apparentemente ci ha uniformati a livello mediatico.
Ma qui nella nostra bella Italia, soprattutto in tempi di Pandemia ha contribuito a generare confusione e disorientamento.
Perché non tutti parlano l’inglese, eppure si è dato per scontato che questo lessico potesse essere comprensibile a tutti i livelli.
Oramai, si dice, che è diventato necessario fare uso di anglicismi e per giustificarne la necessità se ne reinventa il significato trasformandolo in qualcosa di nuovo anche se non lo è affatto.
Insomma, si prendono in prestito termini inglesi per delle contingenze specifiche e così la nostra lingua continua, oltre che a contaminarsi a snaturarsi.
Adesso qui su una barca a vela nel mare calmo vorrei però veleggiare fra la sintassi italiana e la forma elegante, formulando periodi compiuti ma non troppo sintetici, attingendo a quegli innumerevoli vocaboli, circa centosessantamila che troviamo nel nostro vocabolario, senza chiedere in prestito niente a nessuno, utilizzando sinonimi e contrari per poter poi trovare parole nuove ed esprimere l’eterna  bellezza della nostra lingua italiana.

Che sia
Tu mare, che bagni le coste italiane, riuscirai a comprendermi se parlerò in una lingua che probabilmente non è più quella italiana?
Una
e perché no anche dell’impoverimento
ma con quali parole? In quale lingua?

Fabiola Marsana